Umanità Nova 13 dicembre 2009 Piazza Fontana. Quarant’anni dopo di Francesco Mancini

Alle 16,37 del 12 dicembre 1969 una potente bomba alla gelignite venne fatta esplodere nel salone affollato della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano.

Il bilancio delle vittime fu di 17 morti, di cui uno deceduto successivamente, e 85 feriti.

Tra i primi ad essere fermati fu il ferroviere Giuseppe Pinelli, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, convocato in questura poche ore dopo la strage.

Dopo tre giorni di interrogatorio non gli viene contestata alcuna imputazione, eppure non viene rilasciato; ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi, il quale guida l’inchiesta sulla strage.

Intorno alla mezzanotte del 15 dicembre, Pinelli viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell’interrogatorio, che si trovava al quarto piano.

La versione ufficiale parla di suicidio; gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell’attentato alla Banca nazionale dell’Agricoltura.

Secondo Antonino Allegra, commissario capo dell’ufficio politico della questura di Milano: Il Pinelli non aveva dato alcun segno di nervosismo fino all’ultimo interrogatorio, fino a quando, cioè, gli fu detto a bruciapelo: Valpreda ha parlato. Questa frase lo fece sbiancare in volto. Tuttavia egli ebbe modo di riprendersi tanto che poté essere ancora interrogato, senza la minima forma di pressione, sui propri rapporti con il noto Valpreda. La fulminea decisione del Pinelli di sottrarsi col suicidio ad ogni altro interrogatorio non può non confermare che egli fosse stato indotto a tale disperato gesto dalla preoccupazione di essere ormai smascherato e di andare incontro a vicende giudiziarie di estrema gravità.

Il questore di Milano, Marcello Guida, dichiarò: Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage … Il suo alibi era caduto … Di più non posso dire, si era visto perduto … È stato un gesto disperato. Una specie di autoaccusa, insomma.

Successivamente aggiunse: Eravamo in fase di contestazione e di indizi. Evidentemente a un certo punto si è trovato come incastrato. Allora è crollato psicologicamente. Non ha retto. Non è stato verbalizzato niente.

Anche il commissario Calabresi, nell’immediatezza della morte di Pinelli, dichiarò: Lo credevamo incapace di violenza, invece … è risultato implicato con persone sospette … implicazioni politiche.

Un mese dopo, in contraddizione con quanto dichiarato al pubblico ministero, Calabresi cambiò versione, pur continuando a sostenere il suicidio di Pinelli: Fummo sorpresi del gesto – disse – proprio perché non ritenevamo che la sua posizione fosse grave. Pinelli per noi continuava a essere una brava persona. Probabilmente il giorno dopo sarebbe ritornato a casa […], posso dire anche che per noi non era un teste chiave ma soltanto una persona da ascoltare.

Sempre il 15 dicembre 1969, all’interno del tribunale di Milano, era stato arrestato Pietro Valpreda, un ballerino anarchico, accusato della strage e oggetto di un riconoscimento, a dir poco pilotato, da parte del tassista Cornelio Rolandi, che ritenne di individuarlo come il passeggero da lui trasportato il pomeriggio del 12 dicembre in piazza Fontana nei pressi della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Si è accertato al di là di ogni dubbio, anche a seguito delle numerose sentenze giudiziarie, che polizia, servizi segreti e neofascisti erano perfettamente al corrente che Valpreda ed il minuscolo gruppo anarchico romano “22 marzo” cui egli apparteneva erano del tutto estranei alla strage.

In ultimo, al termine di un lunghissimo iter processuale, la Corte di Cassazione, in data 3.5.2005, ha confermato la sentenza impugnata della Corte d’appello di Milano del 12.3.2004, che ha individuato i mandanti della strage nei neofascisti di Ordine Nuovo Franco Freda e Giovanni Ventura:

[…] Dopo approfondito esame, infatti, delle varie acquisizioni già valorizzate dai primi giudici, anche la Corte dell’appello ha ritenuto di “dover, in definitiva, condividere l’approdo cui la Corte di assise di Milano, peraltro in termini più impliciti che espliciti, è pervenuta in ordine alla responsabilità di FREDA Franco e VENTURA Giovanni per i fatti del 12.12.1969, pur avvertendo che tale conclusione – cautamente puntualizza la sentenza impugnata – oltre a non poter provocare … effetti giuridici di sorta nei confronti di costoro, irrevocabilmente assolti dalla Corte di assise di appello di Bari, è frutto di un giudizio formulato senza poter disporre dell’intero materiale probatorio utilizzato a Catanzaro e Bari”.

[…] il giudizio circa la responsabilità di FREDA e VENTURA in ordine alla strage di Piazza Fontana, afferma la sentenza impugnata, “non può che essere uno: il complesso indiziario costituito dalle risultanze esaminate, a cominciare dall’accertamento delle responsabilità irrevocabilmente operate dalle Corti di assise di Catanzaro e Bari per finire con le dichiarazioni di Fabris, Lorenzon, Comacchio e Pan, con particolare riferimento al secondo, fornisce a tale quesito una risposta positiva”.

Negli anni è altresì emerso chiaramente, anche in sede processuale, che la strage fu commessa con l’appoggio, la copertura, la supervisione e i depistaggi dei servizi segreti italiani e statunitensi.

Per ciò che riguarda Pinelli, gli eventi successivi e le risultanze processuali hanno dimostrato che sia i dirigenti della questura di Milano sia gli altri pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio hanno mentito dichiarando che si era suicidato e lo avevano infamato asserendone il coinvolgimento nella strage del 12 dicembre.

Quasi sei anni dopo, l’allora giudice istruttore di Milano Gerardo D’Ambrosio escluse sia il suicidio che l’omicidio, nella sentenza-ordinanza con cui il 27 ottobre 1975 prosciolse i pubblici ufficiali presenti all’interrogatorio di Pinelli dalla imputazione per l’assassinio del medesimo.

D’Ambrosio attribuì, infatti, la caduta e la successiva morte di Pinelli ad un malore attivo, che gli avrebbe fatto saltare la ringhiera di una finestra alta cm. 92, nello stesso tempo in cui sveniva.

In un’intervista del 2002 D’Ambrosio negò di aver mai usato l’espressione e la definì una leggenda; si riportano perciò, di seguito, le parole esatte utilizzate dal giudice nel testo della sentenza:

“Ciò posto è opportuno precisare che nel termine malore ricomprendiamo non solo il collasso che, com’è noto, si manifesta con la lipotimia, risoluzione del tono muscolare e pieno piegamento degli arti inferiori, ma anche l’alterazione del «centro di equilibrio» cui non segue perdita del tono muscolare e cui spesso si accompagnano movimenti attivi e scoordinati (c.d. atti di difesa)”.

Se non c’è l’espressione “malore attivo”, ci sono le parole “malore” e “movimenti attivi e scoordinati”, strettamente connesse tra loro e ciò di cui si parla e che si intende sostenere, al di là di qualunque dubbio e cavillo, se non si vuole giocare con le parole, è la tesi di un malore attivo.

Le risultanze dell’autopsia, i rilievi effettuati sulla facciata del palazzo e le dichiarazioni del testimone oculare Aldo Palumbo hanno dimostrato che Pinelli era vivo, anche se privo di sensi, al momento della precipitazione.

La ricostruzione di D’Ambrosio equivale, quindi, ad affermare che Pinelli, come nel più rocambolesco dei romanzi d’appendice, in una sorta di fiera di improbabili coincidenze di tempi e spazi, sia volato svenendo, o svenuto volando, oltre la ringhiera, senza emettere alcun grido.

In più, onde rendere più verosimile la performance acrobatica di Pinelli, che era alto circa cm. 167, D’Ambrosio ne fissa il baricentro a cm. 55 dalla sommità della testa, il che, a ben vedere, equivale a trasformarlo in una sorta di trampoliere o di fenomeno da baraccone.

Il giudice non considera affatto la possibilità che Pinelli fosse già privo di conoscenza e, quindi, non si sia tuffato né sia stato lanciato dalla finestra, ma sia stato lasciato cadere da qualcuno lungo la facciata del palazzo, sì da farlo battere contro il cornicione e la grondaia sottostanti.

Peraltro questa spiegazione si concilia sia con la testimonianza di Palumbo, che udì due altri tonfi prima della caduta finale del corpo di Pinelli, sia con quella dell’altro testimone oculare, l’anarchico Pasquale Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati di fronte alla stanza dell’interrogatorio:

“alcuni minuti prima che Pino voli giù dalla finestra succede qualcosa di eccezionale […] qualcosa paragonabile a un trambusto, a una rissa, sembra che qualcuno stia rovesciando i mobili […] avvertii le voci, concitate, alterate”.

Lo svenimento prima della precipitazione spiegherebbe anche il fatto che la telefonata per la chiamata dell’autoambulanza sia pervenuta al centralino dei vigili urbani a mezzanotte e 58 secondi, ossia prima della caduta di Pinelli.

Infatti, il testimone oculare Palumbo fissa l’ora della precipitazione di Pinelli tra uno e quattro minuti dopo la mezzanotte, mentre gli altri giornalisti presenti la collocano tre minuti dopo mezzanotte e l’ispettore ministeriale Elvio Catenacci la fissa alle 0.04.

Invece D’Ambrosio colloca la chiamata dell’autoambulanza in un momento non esattamente precisato, ma successivo alla caduta di Pinelli, avvenuta, secondo la sua ricostruzione, tra le 23.57, ora in cui Palumbo dichiara di aver lasciato la sala stampa della questura, e la mezzanotte.

Nel fare ciò, il giudice istruttore decide di basarsi sulla testimonianza di una persona assente, il fotografo Giuseppe Colombo, che dichiara di essere partito dal garage del Corriere della Sera alle 24.00, anziché su quella dei giornalisti presenti sul luogo, che lo avvertirono dell’accaduto.

Analogamente, con una sorta di capriola logica, D’Ambrosio sostituisce la testimonianza di Valitutti con suoi arzigogoli e ragionamenti capziosi su due punti essenziali.

In primo luogo, basandosi sulle dichiarazioni degli imputati, che la legge esclude dal novero dei testimoni e, oltretutto, a giudizio dello stesso giudice istruttore, si sono dimostrati mentitori impenitenti, afferma che prima della precipitazione di Pinelli non è accaduto nulla di grave:

D’altra parte è veramente difficile sostenere e ritenere che il Valitutti, pur ammettendo che la sua attenzione fosse stata destata dai sospetti rumori sentiti (rumori che in mancanza di prova diversa devono attribuirsi, data l’ora di collocazione, alla reazione motoria, che normalmente segue al termine di uno stato di attenzione e tensione, delle numerose persone presenti nella stanza al momento in cui il dott. Calabresi terminò di dettare il verbale) dopo un quarto d’ora, non possa essersi distratto neppure per quelle poche frazioni di secondo occorrenti al commissario Calabresi per attraversare il breve tratto di corridoio che la finestra nel salone dei fermati consentiva di vedere.

Diversamente da quanto afferma D’Ambrosio, l’unica prova in suo possesso è la testimonianza di Valitutti, che dichiara che nell’ufficio di Calabresi è successo qualcosa di grave, mentre, al contrario, manca qualunque prova che non sia accaduto nulla.

L’altro aspetto per il quale il giudice opera una deformazione dei dati probatori in suo possesso riguarda la presenza di Calabresi nella stanza al momento della precipitazione:

Prima di passare all’esame delle imputazioni va subito detto che l’esperita istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non fosse nel suo ufficio al momento della precipitazione. Tutti i testimoni presenti al quarto piano dell’Ufficio Politico sono stati concordi su tale punto, ad eccezione dell’anarchico Valitutti, che si trovava nel salone dei fermati.

In realtà, il brigadiere Sarti, che è un vero testimone e non un imputato, ha dichiarato che non vide nessuno uscire dalla stanza e percorrere il corridoio, mentre ciò che dicono gli imputati presenti nella stanza non ha valore di prova.

La deposizione di Valitutti, inoltre, è particolarmente attendibile anche per il fatto che egli ha tutto l’interesse ad escludere gente dal novero dei possibili responsabili della morte di Pinelli e, quindi, escluderebbe Calabresi se non fosse sicuro della sua presenza nella stanza.

Infine, c’è un’altra circostanza, citata da Camilla Cederna nel libro Pinelli Una finestra sulla strage, atta a rafforzare la attendibilità della testimonianza di Valitutti o, quantomeno, a sconsigliarne l’affrettato accantonamento:

Secondo Allegra non ha importanza nemmeno il primo rapporto, anzi l’unico sulla morte di Pinelli, diretto alla Procura di Milano all’alba del 16 dicembre, in cui l’ora della caduta è fissata a mezzanotte e un quarto, mentre Calabresi sta procedendo all’interrogatorio. Ebbene sì, la firma è la sua, ma a scriverlo è stato un sottufficiale di cui non ricorda nemmeno il nome, e lui, guarda un po’, non ha dato peso alla stesura di un documento di tale importanza, in quanto lo considerava soltanto una letterina di accompagnamento. Accompagnamento di che cosa? Dei verbali di Pinelli e delle testimonianze sull’alibi. (Non accompagnava un bel niente, invece, perché quei documenti andarono da Caizzi con un bigliettino di Calabresi, sei righe in tutto.) Comunque lo scritto che manda a monte le tesi difensive di oggi, allora Allegra lo firmò senza leggerlo, così egli afferma, e si trattò secondo lui “di un’inesatta informativa”.

Si riporta di seguito il testo del rapporto di Allegra alla Procura di Milano del 16 dicembre 1969:

Di seguito a precedenti rapporti pari numero ed oggetto, si comunica che alle ore 0.15 di questa notte mentre il Commissario Aggiunto dott. Luigi Calabresi ed altri ufficiali di polizia giudiziaria, nelle persone dei sottufficiali di P.S. Panessa Vito, Mainardi Carlo, Mucilli Pietro e Caracuta Giuseppe, presente il Tenente dell’Arma dei Carabinieri LOGRANO Savino, procedevano, nei locali dell’Ufficio Politico, all’interrogatorio di PINELLI Giuseppe, nato a Milano il 21.10.1928 qui residente in via Preneste n. 2, ferroviere, anarchico, fortemente indiziato di concorso nel delitto di strage commesso contro la Banca Nazionale dell’Agricoltura in Milano, il medesimo, con repentino balzo, si precipitava da una finestra socchiusa nel sottostante cortile cadendo al suolo dopo aver urtato contro i rami di un albero. Immediatamente trasportato al vicino Ospedale Fatebenefratelli, veniva ricoverato con prognosi riservatissima per frattura cranica ed altro e vi decedeva alle ore 1.45.

Si fa riserva di ulteriore riferimento.

IL COMMISSARIO CAPO DI P.S.

Dr. Antonino Allegra

Francesco Mancini

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