Umanità Nova 13 dicembre 2009 Strage di Stato di Massimo Varengo

In occasione del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano molte saranno le iniziative, sia istituzionali che di denuncia. Credo che da parte anarchica l’intenzione che si manifesterà non avrà nulla di sottinteso: l’obiettivo sarà quello di rendere visibile la continuità di una politica che ha al centro del proprio interesse il mantenimento di prerogative e poteri dei ceti dominanti, per garantire il quale nulla è precluso.

Non a caso abbiamo scritto “40 anni di stragi, menzogne e repressione” perché è proprio a partire dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 che si dipana con maggior forza l’operazione politica che, con stragi, minacce di colpi di stato, leggi eccezionali, provocazioni, manipolazioni mediatiche, è riuscita a garantire, almeno fino ad oggi, gli assetti di potere, ridisegnando il sistema dei partiti, cloroformizzando e recuperando le organizzazioni sindacali maggioritarie, emarginando e criminalizzando i ‘non sottomessi’.

Infatti, dalla stagione delle stragi e delle minacce golpiste, alla dura repressione dei movimenti di questi anni, alla ripresa dell’attività nazifascista, alla sindrome securitaria con la sua legislazione d’emergenza e la criminalizzazione dei migranti, un filo si snoda ininterrottamente fino ad oggi: il filo di una politica che, al di là di alcuni aggiustamenti di facciata, mantiene inalterato il suo carattere autoritario e classista.

La spinta proletaria e la contestazione giovanile, che dal luglio del 1960 in un crescendo continuo fino alle lotte operaie e studentesche del 1968/’69, avevano scosso dalle fondamenta il potere borghese, si dovettero misurare con una reazione belluina che non ebbe alcun timore di ricorrere alle bombe pur di fermare il movimento – nel quale gli anarchici avevano una presenza significativa – e di riportarlo all’ordine.

Le prime bombe sono quelle del 25 aprile 1969 a Milano: una al padiglione della Fiat della Fiera campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca nazionale delle comunicazioni della Stazione ferroviaria centrale. I feriti, non gravi, sono alcune decine. Accusati ed arrestati un gruppo di sei anarchici, che solo nel 1971 vedranno riconosciuta la loro estraneità ai fatti.

Altre bombe, dieci, vengono piazzate il 9 agosto su altrettanti treni: otto scoppiano provocando 12 feriti. Cresce la campagna di stampa individuando negli anarchici i responsabili di tali azioni criminali. Per inciso: per tali bombe verrà poi incriminato un gruppo di neonazisti.

Il 12 dicembre 1969 avviene poi quella che sarà definita “la madre di tutte le stragi”: in piazza Fontana nel centro di Milano, all’interno della Banca dell’Agricoltura, una bomba esplode dilaniando 14 persone e ferendone 78. Un’altra bomba viene ritrovata alla Banca Commerciale di Milano ed altre ancora esplodono all’Altare della patria a Roma. Immediatamente le indagini si dirigono contro gli anarchici e la grande stampa borghese scatena una campagna d’ordine. Avvengono centinaia di fermi, di perquisizioni e di interrogatori di militanti anarchici e della sinistra rivoluzionaria.

Si tratta di una provocazione ordita ad arte sulla pelle dei componenti di un circolo anarchico romano costituitosi da poco, il 22 marzo, pesantemente infiltrato da poliziotti, carabinieri e fascisti il cui esponente di spicco è l’anarchico milanese Pietro Valpreda, che in quel giorno si trovava nella sua città natale, convocato per un processo per un volantino anticlericale! La provocazione, che doveva innescare una reazione fascista di piazza tale da giustificare il ricorso a misure eccezionali quali la sospensione delle libertà costituzionali e l’intervento dell’esercito, trovò però un primo ostacolo nel muro di popolo accorso ai funerali delle vittime. Non solo: le contraddittorie versioni date dalla polizia e dal potere politico sulla morte dell’anarchico milanese Giuseppe Pinelli, avvenuta nella notte tra il 15 ed 16 dicembre, dopo essere precipitato dal quarto piano della questura di Milano, durante il suo interrogatorio ad opera del commissario Calabresi e della sua squadra, contribuirono a mettere in crisi il velo di menzogne che stava alla base dell’intera operazione costringendo l’opinione pubblica a misurarsi con la realtà delle cose al di là delle manipolazioni del potere. La versione del ‘suicidio’ di Pinelli non resse alla prova dei fatti ed il suo assassinio divenne successivamente un dato acquisito nella maggior parte dell’opinione pubblica.

Il 17 dicembre una conferenza stampa degli anarchici milanesi che si ritrovavano nel ‘Circolo Ponte della Ghisolfa’ denunciò la strage come ‘Strage di Stato’, un’espressione che successivamente divenne patrimonio pubblico, rivendicò la libertà per Valpreda e compagni e accusò la polizia della morte di Pinelli, un vero e proprio assassinio.

Furono anni quelli di mobilitazione continua contro nemici potenti ed agguerriti, interni ed esterni, in un mondo segnato dalla divisione in blocchi, dalla guerra cosiddetta fredda, da un susseguirsi di colpi di stato – dalla Grecia nel 1967, alla Cecoslovacchia nel 1969, al Cile nel 1973 – dal sedicente confronto tra capitalismo e ‘comunismo’, che mascherava in realtà un’unitarietà d’azione contro gli sfruttati e gli oppressi di tutti i paesi.

Smascherare le menzogne di Stato divenne una necessità assoluta, non tanto e non solo riguardo al fatto specifico, ma per conquistarsi un’agibilità sociale che veniva ridotta e negata dalla sua azione manipolatoria e repressiva.

Gli anarchici, dapprima soli, trovarono al loro fianco intellettuali progressisti, esponenti onesti della società civile, giornalisti, e progressivamente le forze della sinistra rivoluzionaria e persino settori di quella riformista ed istituzionale.

La strage di piazza Fontana sarà oggetto di indagini varie, di inchieste giornalistiche, di speculazioni di vario tipo e di manovre politiche, originando processi interrotti, ripetuti, spostati, caratterizzati dall’occultamento deliberato della verità attraverso protezioni, silenzi, menzogne, in un contesto di bombe e stragi, come quelle del 22 luglio 1970 e del 4 agosto 1974 ai treni (complessivamente 18 morti e 187 feriti), del 31 maggio 1972 (Peteano, autobomba contro i carabinieri, della quale si autoaccuserà un militante neonazista), del 28 maggio 1974 (Brescia, bomba contro una manifestazione sindacale, 8 morti ed un centinaio di feriti), del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna (85 morti e 200 feriti), di assassinati durante le manifestazioni di denuncia come quella del 12 dicembre 1970 (Milano, lo studente Saverio Saltarelli da parte della polizia), di atti controversi come quello dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972) per il quale verranno accusati nel 1988 militanti del gruppo dell’estrema sinistra Lotta Continua.

Valpreda e compagni verranno scarcerati il 30 dicembre 1972 dopo tre anni di carcere ed una legge approvata in Parlamento dietro l’impulso dell’indignazione popolare: verrà poi riconosciuta la loro totale estraneità ai fatti in un successivo processo. I neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura, insieme ad agenti e dirigenti del servizio segreto, verranno prima condannati e poi definitivamente assolti in una sequenza di ben sei processi che si terranno in varie città (Roma, Milano, Catanzaro, Bari) dal 1972 al 1991.

Intanto una nuova inchiesta verrà aperta a Milano nel 1989 e si concluderà con il rinvio a giudizio di un gruppo di neonazisti facenti capo ad Ordine Nuovo del Veneto in combutta con servizi segreti americani e italiani. Condannati all’ergastolo in prima istanza verranno successivamente e definitivamente prosciolti da una sentenza della Corte di Cassazione che pur riconoscendo la matrice neonazista della strage non ne individuò gli esecutori materiali. Per concludere, i familiari delle vittime della strage avrebbero dovuto anche pagare le ingenti spese processuali! Lo Stato non condanna se stesso. E’ il 3 maggio 2005.

Per quanto riguarda la vicenda di Giuseppe Pinelli registriamo subito l’archiviazione della sua morte come ‘fatto accidentale’ da parte del giudice istruttore e la riapertura del caso grazie alla martellante campagna di stampa del settimanale ‘Lotta Continua’ che indicando nel commissario Calabresi il principale responsabile dell’assassinio di Pinelli lo costringe, di fatto, a querelare il direttore responsabile del periodico, Pio Baldelli. Nel processo che seguirà, si evidenzieranno le palesi contraddizioni dei poliziotti presenti nella stanza a tal punto da far sospendere il processo con scuse risibili. Sarà la vedova di Pinelli a riportare in tribunale il commissario ed i suoi sottoposti nell’ottobre del 1971, accusandoli dell’assassinio del nostro compagno, ma il processo verrà interrotto con l’omicidio del commissario nel maggio del 1972.

L’inchiesta giudiziaria proseguirà ed il 27 ottobre 1975 il giudice progressista Gerardo D’Ambrosio, diventato poi famoso per ‘Mani pulite’ e successivamente parlamentare per il Partito Democratico, la chiuderà con una sentenza paradossale: per non incolpare i poliziotti e non riconoscere la loro versione del suicidio si inventerà un ‘malore attivo’, un malore cioè che, causato dallo stato di stress in cui si trovava, avrebbe spinto Pinelli a saltare la balaustra della finestra e cadere nel vuoto. Una sentenza scandalosa che si può capire solo con il clima politico di allora caratterizzato dal compromesso storico teorizzato dal Partito Comunista Italiano interessato ad un rapporto di collaborazione con il partito dominante, la Democrazia Cristiana, nel cui seno si trovavano gli ispiratori delle stragi. Il caso Pinelli avrebbe potuto disturbare i manovratori.

Ed è forse per il disagio che questa vicenda ha lasciato in molti protagonisti di allora che questa primavera il presidente della Repubblica, Napolitano, già prestigioso militante del PCI, ha voluto invitare la vedova Pinelli ad una cerimonia pubblica in ricordo delle vittime del terrorismo, annoverando quindi il nostro compagno tra le vittime di quella strategia stragista antipopolare.

Noi continueremo comunque nel nostro impegno nel ricordare che ‘la strage fu di Stato’ e per rivendicare la verità sull’assassinio di Pinelli in sintonia con l’impegno totale del movimento anarchico di allora teso a spezzare l’isolamento politico in cui la manovra stragista voleva metterlo.  Un impegno che nella sua sostanza si ricollega a grandi linee con quanto è successo nei confronti del movimento cosiddetto no-global, con l’uso della provocazione e della repressione dura rispetto alle manifestazioni di piazza. Quanto è successo a Napoli e a Genova nel 2001 durante le manifestazioni contro il G8 e le cui dinamiche si sono evidenziate nei processi in corso, la dicono lunga sulla volontà politica di garantire lo status quo, a costo di spargere menzogne e falsità.

Gli armadi della Repubblica sono pieni di queste menzogne e di queste operazioni speciali, ma anche la nostra memoria è piena dei fatti ad essi collegati.

La necessità di riproporre il senso ed il significato di quella storia, almeno in alcuni dei suoi punti salienti, appare quindi centrale in questa fase con l’obiettivo non solo di ricordare alcuni fatti e alcune figure che hanno segnato il nostro tempo, ma di delineare una cornice di riferimento dalla quale far ripartire una critica radicale sempre più condivisa in un contesto dominato dalla sindrome securitaria figlia della guerra infinita e della grande menzogna che le sta a monte, funzionale alla strumentalizzazione dei fatti e all’annichilimento delle coscienze. In sostanza al mantenimento dello sfruttamento e dell’oppressione.

Massimo Varengo

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