Umanità Nova 17 maggio 2009 Napolitano: il terrorismo della memoria. di Gianfranco Marelli

A Napoli correva voce che negli ambienti del Pci non vi fossero tanto “compagni che sbagliano” e neppure “compagni di strada” che di frequente la cambiano, quanto piuttosto “compagni di grembo”. Nel leggere, riportate dai media, le parole espresse dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso delle celebrazioni al Quirinale del giorno della memoria per ricordare le vittime del terrorismo alla presenza della vedova del commissario Calabresi e di Licia Pinelli, quella voce – chissà mai perché – mi è ritornata in mente; soprattutto quando l’Inquilino del Colle nell’accomunare «nel rispetto e nell’omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza» ha voluto ricordare la «figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine».

Con tutta probabilità, Giorgio Napolitano, nell’esternare quel sentimento tanto partecipe e generoso nei confronti di un irriducibile nemico dello Stato, non avrà potuto non ricordare – ah!, che brutta bestia la memoria – quelle lunghe ed interminabili riunioni della direzione del PCI (della quale era membro/grembo), dove, alla presenza dell’allora segretario Enrico Berlinguer, si convenne che era politicamente più saggio denunciare gli anarchici come “provocatori” piuttosto che difendere i compagni caduti dalla finestra (come Pinelli) o in galera (come Valpreda). E, sicuramente, nel profferire che Pinelli fu vittima due volte, gli è venuto un nodo così grosso alla gola – scambiato dai cronisti parlamentari come una mal celata commozione – per essersi accorto di aver nuovamente (e per la terza volta… e qui, lo giuriamo, l’Iscariota non c’entra) condannato l’anarchico ferroviere ad essere la vittima sacrificale della Strage di Piazza Fontana, precisando che «qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all’oblio».

Nomen omen, sentenziavano gli antichi Romani, volendo sottolineare che nel nome della persona fosse indicato il suo destino; e che nel nome di Giorgio Napolitano vi fosse il presagio di essere il Presidente della Repubblica Italiana, dopo esser stato per lungo tempo il membro/grembo del Pci, quanto è accaduto sabato 9 maggio al Quirinale, conferma la saggezza latina. Perché soltanto in questo momento storico e con questo Presidente si è potuto offendere la storia, ma non la memoria, di anni di lotte e di battaglie combattute per ricercare e difendere la verità sugli anni della contestazione sociale che la strategia del terrore, inaugurata proprio con le bombe alla Banca dell’Agricoltura di Milano con la complicità dei servizi segreti dello Stato e la manovalanza dei gruppuscoli nazifascisti, ha voluto annientare prima lordando le strade e le piazze d’Italia con il sangue delle vittime, e adesso insudiciandone il ricordo attraverso una pretesa riconciliazione con coloro che ne sono stati i loro carnefici.

Ma, si sa, gli unici rivoluzionari buoni per lo Stato son quelli ammazzati. Quelli che rimangono ostinatamente vivi, perché irriducibili alla sua logica che li vuole succubi e supini, sono semplici criminali con i quali si fanno affari sulla loro pelle se non si può far affari sulla loro coscienza. E quel giorno al Quirinale, oltre i discorsi, le strette di mano e le ricorrenze, sono iniziate le trattative…

 

Gianfranco Marelli

 

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