Umanità Nova 20 settembre 2009 Verità per Mastrogiovanni di A. Soto

Dal giorno della morte assurda e criminale di Francesco Mastrogiovanni, il 4 agosto, diverse voci si sono alzate per chiedere verità e denunciare l’ennesimo abuso delle forze dell’ordine e mediche.

Numerosi quotidiani e periodici hanno riportato la notizia, la famiglia ha istituito il comitato “Giustizia per Franco“, l’associazione EveryOne ha depositato un’interrogazione parlamentare al Ministero degli Interni e della Salute e una denuncia in sede europea. Lo scorso 9 settembre a Castellabate, in provincia di Salerno, nell’ambito della rassegna “Finisterre Plus” dedicata a William Burroughs, si è svolto un incontro pubblico per ricordare “il caso Francesco Mastrogiovanni”.

La vicenda è ormai nota: il maestro elementare Francesco Mastrogiovanni è stato arrestato a San Mauro Cilento il 31 luglio e ricoverato in maniera coatta nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dove è stato trovato morto il 4 agosto. Mastrogiovanni stava trascorrendo le sue ferie al mare, è uscito cadavere legato mani e piedi a un letto d’ospedale. Perché? Le autorità avevano deciso di sottoporlo a un Trattamento Sanitario Obbligatorio, un atto medico e giuridico che deve essere approvato dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico; uno strumento ufficialmente “finalizzato alla tutela della salute”, il cui utilizzo tuttavia è spesso arbitrario e il cui fine coercitivo è stato dimostrato da molti casi. Il TSO è una delle molteplici forme di abuso di potere dell’autorità.

Fino a cinque giorni prima Francesco Mastrogiovanni stava trascorrendo le proprie vacanze al campeggio Club Costa Cilento di proprietà di una sua conoscente, Licia Musto Materazzi che definisce i suoi comportamenti “dolci, gentili, premurosi, soprattutto verso i bambini”. La mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani, alcuni in borghese, tutti armati, hanno circondato il bungalow dove viveva: dovevano eseguire un’ordinanza di Trattamento Sanitario Obbligatorio (competenza, per legge, solo dei vigili urbani) emanata dalla giunta comunale di Pollica Acciaroli. Si noti che il campeggio è nel territorio di San Mauro e quindi doveva essere il sindaco di questo paese – e non di Pollica – ad acconsentire al trattamento.

Mastrogiovanni è scappato verso la spiaggia, spaventato; circondato a terra dai carabinieri e dalla municipale, in mare dalla guardia costiera, alla fine ha ceduto senza alcuna colluttazione. Licia, la proprietaria del campeggio ha colto le ultime parole di Franco, prima di essere portato via: “A Vallo no, perché là mi uccidono.”

All’ospedale di Vallo della Lucania è risultato positivo alla cannabis, non all’alcol né ad altri tipi di droghe. Il 3 agosto la nipote di Francesco assieme al suo ragazzo si reca presso il reparto di psichiatria. La ragazza si intrattiene con lo psichiatra di turno che definisce Francesco un tipo atipico e sconsiglia la visita parenti al degente. Il giorno dopo alle 7.20 i medici ne constatano la morte per edema polmonare. Questo può essere causato da uno scompenso cardiaco, da un trauma che porti al danneggiamento dei capillari, da un’overdose di narcotici. Per la direzione sanitaria e anche per il primario si è trattata di una morte improvvisa e senza una causa ben definita. Ma con l’edema polmonare la morte è improvvisa? È possibile che i medici del reparto non si siano accorti che Francesco stava morendo per asfissia? Il medico legale che ha condotto l’autopsia, Adamo Maiese, e quanti hanno visto il corpo sostengono che polsi e caviglie presentassero profonde ferite. Franco era legato. Ancora, il medico legale riferisce che lo stomaco sia stato trovato privo di liquidi e solidi. Ma per il primario dieci minuti prima stava bene: con le ferite ai polsi e alle caviglie?

Sostiene la legale e cugina di Franco, Caterina Mastrogiovanni, che nella cartella clinica non sia stata annotata la contenzione né la motivazione di essa, come invece prevede la legge, e sottolinea che nella cartella ci sia un vuoto dalle 21 del 3 agosto alle 7 del 4 agosto. Ora, la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e ha iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni.

Ma perché Franco è stato arrestato, sottoposto al TSO e ricoverato?

Si dice per disturbo della quiete pubblica: in un primo momento è trapelata la notizia di un incidente della notte precedente in cui avrebbe tamponato quattro auto parcheggiate. L’auto di Franco è tuttora parcheggiata sotto la sua abitazione di Castelnuovo Cilento, senza alcun danno. Poi si è detto che guidava contromano nell’isola pedonale di Acciaroli, ammesso e non concesso che sia possibile andare contromano in un’isola pedonale. Queste ricostruzioni non convincono per nulla, ma, anche fosse, si tratterebbe di infrazioni al codice della strada. Sono forse passibili di TSO?

Andando indietro si scopre che Mastrogiovanni era stato arrestato nel 1999, per una causa futile, un diverbio in seguito a una multa: percosso, è portato in caserma, poi processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. In primo grado viene condannato a tre anni di reclusione; in appello, dopo mesi di arresti domiciliari è pienamente prosciolto per non aver commesso il fatto e risarcito per ingiusta detenzione.

C’è un’altra vicenda, che risale a molti anni prima e che deve avere inciso su una certa sua “fobia” verso le forze dell’ordine: l’uccisione di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno, nel 1972. Mastrogiovanni era con Giovanni Marini e Gennaro Scariati, sul lungomare di Salerno. Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di cinque anarchici calabresi morti in quello che ufficialmente è stato un incidente stradale nei pressi di Frosinone, il 26 settembre 1970. I giovani, Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Cleso, Annalise Borth stavano portando a Roma, alla redazione di “Umanità Nova, i risultati di un’indagine sulla strage della “Freccia del sud”, il treno deragliato a Gioa Tauro nel settembre 1970 e sulle infiltrazioni fasciste nella rivolta di Reggio Calabria. Nel 1971 la magistratura archivia il caso ma mai sopito rimane il sospetto dell’attentato: i due camionisti che provocarono l’incidente erano di Salerno ed erano iscritti al MSI. Carte e documenti provenienti da Reggio Calabria non furono mai ritrovati. A Giovanni Marini era stato chiesto di svolgere una controinchiesta e due anni dopo i fascisti assaltano coltelli alla mano il gruppo di compagni. Questi si difendono e Falvella muore. Nel processo Mastrogiovanni, che viene ferito a una gamba, è assolto, mentre Marini è condannato a nove anni.

Il maestro aveva così sviluppato negli anni un terrore profondo verso la polizia. Paure che accrescono la sua fama di “anarchico”, di insofferente alla società: in un paio di occasioni era scappato alla vista delle forze dell’ordine. Tanto basta per essere considerato un soggetto patologico: si rifiuta di assumere i farmaci che gli vengono prescritti, tanto che subisce almeno altri due TSO. Nella cartella clinica c’è scritto che era “aggressivo verbalmente”: gli amici ricordano che quando parlava di politica lo faceva con passione, ma niente più. Per le autorità Mastrogiovanni aveva diverse colpe: “noto anarchico” era “pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri”. Franco si riconosceva idealmente nel movimento anarchico, ne leggeva la stampa, lui amante dei libri e della lettura. Per i ragazzi e i presidi delle scuole dove aveva insegnato era un ottimo maestro. Per l’autorità un indesiderabile.

A. Soto

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