Umanità Nova 10 febbraio 2008 Sessantotto 1. Alle radici di una rottura di Massimo Ortalli

Generalmente siamo abituati a pensare al Sessantotto come a un punto di partenza. Il punto di partenza, per molti aspetti irripetibile e determinante, di una fase storica che avrebbe prodotto cambiamenti definitivi tanto nella vita quotidiana quanto nelle dinamiche politiche, culturali e sociali di questi ultimi decenni. In un certo senso, come il “momento magico” di una intera generazione, che scoprì la possibilità di intervenire in prima persona nella costruzione della propria soggettività, interpretando finalmente, senza più mediazioni, il ruolo di protagonista.

Ma tutto questo accadde improvvisamente? Fu davvero necessario lo scoppio festoso e trascinante del Maggio francese, perché anche in Italia, come nel resto del mondo, migliaia di giovani capissero di non poterne più di una società ostile ed ingessata, incapace di profonde trasformazioni, e cominciassero a interrogarsi sui propri bisogni e sui propri desideri? E soprattutto a trovare delle risposte?

Decisamente non credo, anzi.

Mi permetterò, una volta tanto, di prendermi come punto di riferimento, di citarmi come “esempio”. Il fatto che la mia esperienza di allora non sia stata particolarmente significativa o dissimile rispetto alle altre – oltre tutto, per certi aspetti, ho vissuto quel periodo in una condizione “periferica” – ma sostanzialmente parallela a quelle di coloro che poi mi sarei trovato a fianco, mi consentirà, infatti, di comunicare, a chi sente quel periodo come appartenente a un lontano passato, che cosa d’altro fu il Sessantotto per chi lo fece. Quale sia stato il cammino collettivo percorso dalla minoranza più inquieta, più viva e rumorosa appartenente a quella generazione. Mi rendo conto di accingermi a una impresa ardua, ma tutte le mistificazioni e le bugie che oggi cercano di travisarne il senso, rispolverando gli stessi mezzucci e le identiche false coscienze messe sul piatto quarant’anni fa – e fa sorridere che molti degli attuali becchini siano stati i bersagli di allora – mi spingono ad andare avanti. Come una volta si sarebbe detto con molta serietà, oggi invece con un pizzico di ironia: tutto per la causa!

Il Sessantotto non fu solo quello che tutti conosciamo, il punto di partenza di cui si parlava poc’anzi. Fu anche, e credo in maniera altrettanto significativa, un punto di arrivo, la definitiva risoluzione di una rottura esistenziale prodottasi già alcuni anni prima, e che aveva visto irrompere nell’universo giovanile, a ritmo galoppante, una irrefrenabile esigenza di cambiamento. Un cambiamento che potesse coinvolgere non tanto, o non solo, gli aspetti “istituzionali” della vita quotidiana, quanto, e soprattutto, quelli esistenziali. “Questo sabato è triste, ma perché, ma perché?”, cantava un giovanissimo Celentano, e quei versi interpretavano perfettamente la tristezza sempre meno rassegnata dei sabato sera di allora.

Gli anni Sessanta, i mitici anni Sessanta, cominciano, significativamente, nel 1960, nelle strade di Genova, di Reggio Emilia e di tante altre città italiane. Quando gli stessi giovani puntualmente accusati di disinteresse nei confronti della politica, scesero nelle piazze disobbedendo agli ordini dei partiti per respingere, sul nascere, le provocazioni democristiane e neofasciste. I famosi giovanotti dalle magliette a strisce, i giovani operai delle fabbriche emiliane, i proletari “informi” di Piazza Statuto, non saranno presenti nelle piazze sessantottine, ma fu il loro esempio, credo, il primo impulso a uscire dal guscio per chi, poi, avrebbe espresso lo stesso impegno. Avevo quattordici anni nel 1960, e ricordo ancora una Imola spettrale percorsa dalle camionette della Celere e il senso di profonda ingiustizia che quelle dimostrazioni del potere trasmettevano. Si cominciava a ragionare.

I primi anni Sessanta furono anche quelli dei primi governi di centrosinistra. Oggi siamo abituati a pensare nei termini di una sostanziale intercambiabilità degli schieramenti politici e di una altrettanto sostanziale omogeneizzazione di programmi, contenuti, proposte e progetti politici. Ma allora non era decisamente così. Un quindicennio di immobilismo dominato dai “forchettoni” democristiani e segnato da una opposizione di sinistra apparentemente rivoluzionaria terminò nella cooptazione al governo del Psi di Nenni. Al di là della prevedibile rottura con il socialismo “intransigente” più legato al Pci, il piano di riforme prospettato dall’entrata nella stanza dei bottoni – espressione, se non ricordo male, dello stesso Nenni – rappresentò una rottura apparentemente radicale con il passato. O almeno così fu vissuta, qualcosa si stava muovendo. In classe, il professore di filosofia, socialista storico, ci ascoltava discutere su questa svolta irreversibile della politica italiana. Si continuava a ragionare, altre strade sembravano praticabili, l’immutabile cominciava a sembrare un po’ meno immutabile.

Poi c’erano Kennedy e Krusciov, le due Kappa come scrivevano i giornali popolari, i due della Baia dei porci e dei missili sovietici puntati da Cuba sulla Florida, tanto per intenderci. Ma i due signori della terra che rappresentavano anche la fine dell’apartheid e l’uguaglianza di neri e bianchi negli Usa, il disgelo e l’apparente apertura a velate forme di dissenso e “democrazia” nell’Urss. Quando Kennedy fu ucciso, ricordo alcuni compagni di classe che piansero. Non ne condivisi il dolore, allora, ma chi piangerebbe oggi, su Bush o su Clinton? E ci fu anche, per chi ci credeva, papa Roncalli. Per capire meglio l’impatto che ebbe, nella società italiana, una chiesa che nel Concilio Vaticano II si apriva, comunque, a qualche forma di rinnovamento, non si deve dimenticare che prima c’era stato Pacelli. Una struttura ieratica e gelida che ora celebrava la messa in italiano. Una pratica millenaria completamente sovvertita. Di nuovo, per chi ci credeva, un bel cambiamento! E altrettanti buoni spunti per ragionare.

E c’era stata la rivoluzione cubana. Uno sballo! Avere visto quelle facce barbute e trasandate, vestite come esploratori tropicali, sedere ben salde sui banchi governativi dove fino a poco prima il presidente Batista aveva curato gli interessi del “corrotto” capitalismo yankee, non fu davvero una cosa da poco. La Rivoluzione aveva indossato nuove vesti in nuove latitudini e la si percepiva come un’avventura romantica nelle selve sudamericane, da sognare con la faccia di Humphrey Bogart nel Tesoro della Sierra Madre. Era ancora troppo presto, per noi giovanotti fiduciosi, comprendere l’involuzione autoritaria che avrebbe, come da copione, fatto fuori Cienfuegos e gli anarchici. Ma quando nelle selve boliviane il Che fu ucciso – cosa alla quale per lunghi giorni ci si ostinò a non credere sperando di vederlo riaccendere qua o là nuovi fuochi di guerriglia – un mio amico, oltretutto abbastanza qualunquista e per nulla impegnato politicamente, gridava, ubriaco, nella piazza di Imola contro il generale Barrientos e gli assassini nordamericani.

Poi, naturalmente, ci fu il Vietnam. Davide contro Golia, la madre di tutte le prese di coscienza. Il momento per cominciare a raccogliere le idee, per fare due più due uguale quattro, e per ragionare, sempre più seriamente, su tematiche quali indipendenza dei popoli, emancipazione dallo sfruttamento e libertà. Si scioperava nelle scuole, per il Vietnam e per Cuba. Sfilando in corteo verso il parco, mano nella mano con la morosa di turno, si gridava “Giù le mani da Cuba” e “Vietnam libero” – solo più tardi sarebbe venuto il più incisivo “Vietcong vince perché spara” – e i giornali reazionari (tolti quelli di partito, lo erano quasi tutti) avevano buon gioco nel descrivere quegli scioperi così mansueti come un’ottima scusa per passare una giornata lontano da scuola. Guardandosi bene, però, dal far notare che nel Novecento i precedenti scioperi studenteschi erano stati quelli degli studenti interventisti nel 1915 o di quelli fascisti contro l’occupazione delle fabbriche e per le imprese imperialistiche di Mussolini. Evidentemente qualcosa era davvero cambiato, se coloro che erano sempre stati visti come privilegiati rispetto a coetanei costretti a lavorare da apprendisti già a quattordici anni, ora cominciavano a porre al centro dei loro ragionamenti termini quali uguaglianza e solidarietà.

Del resto, a favorire lo sviluppo e la maturazione di questo processo di emancipazione dalle rigide strutture nelle quali si voleva ingabbiare la nostra inquieta generazione, non concorse solo l’attenzione alle grandi questioni politiche e sociali in Italia e nel mondo, ma anche, e probabilmente in modo ancora più significativo, una profonda trasformazione a livello culturale. Trasformazione, questa, che interessò tutta la gioventù, dalle periferie delle grandi metropoli ai più piccoli paesi di campagna, producendo uno spirito di ribellione che ormai non poteva più essere compresso. Ma del “ribellarsi è giusto”, dei capelli lunghi, delle minigonne, dei complessini e dei vestiti colorati, tutte cose per noi altrettanto “propedeutiche” al Sessantotto, ne parlerò una prossima volta.

Massimo Ortalli

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