Umanità Nova 14 dicembre 2008 1969: un anno di speranze e di paura di Enrico Moroni

La mia prima abitazione a Milano è stata in Piazza Fontana, proprio nell’anno 1969.

Precisamente nell’allora Hotel Commercio (non ricordo il numero della stanza). Anche se, venendo allora (fine aprile “69) da Carrara, dove avevo trascorso i miei ultimi tre anni di attività, tra militanza politica anarchica e sindacale (USI), la prima notte, quella precedente al Primo Maggio, la passai ospite nella sede del circolo anarchico “ponte della Ghisolfa“, in piazzale Lugano.

Poi, per la settimana successiva fui ospitato generosamente a casa di Pinelli, gentilmente accolto anche dalla sua compagna Licia.

Il motivo principale di questa ospitalità stava nel fatto che proprio in quei giorni si inaugurava (ma questo si capì meglio successivamente) la stagione delle provocazioni stragiste, con le bombe fatte esplodere alla Fiera e alla stazione di Milano ed erano stati incolpati e arrestati 5 giovani anarchici.

Quel vizio il “buon padre di famiglia del Commissario Luigi Calabresi” non se l’è mai tolto.

Come non si è mai tolto l’altro suo vizio: quello di avvicinare i suoi “ospiti” alla finestra, minacciando di spingerli fuori, come testimonia Paolo Braschi, uno degli arrestati.

Cosa si è costretti a fare, per far rapida carriera, per i poveri “servitori dello Stato”!

Così, data la situazione, Pino mi propone di ospitarmi per qualche giorno a casa sua “per stare più tranquillo”.

Dopo quella piacevolmente settimana, passo alla mia nuova abitazione: l’ex Commercio occupato già da qualche mese, trasformato nella “casa dello studente e del lavoratore”, proprio per rivendicare il diritto all’abitazione per tutti (1).

L’edificio era sicuramente in un punto strategico di grande importanza, per la sua collocazione centrale: a due passi da piazza Duomo (il centro per eccellenza) e quasi attigua all’università Statale, dove un “movimento studentesco” era praticamente in occupazione permanente.

L’ex albergo al momento ospitava, per quel che ricordo, più di un centinaio di “clienti”, in stragrande maggioranza giovani, tutti vogliosi di cambiare il mondo. Va anche precisato che, fin dall’inizio, i principali partitini dell’allora galassia marxista-leninista-maoista, avevano istallato proprie sedi all’interno e nella facciata dell’edificio erano esposti grandi quadri dei loro begnamini (marx, lenin, mao, ecc).

Ma c’era anche una consistente presenza anarchica, se pur sparpagliata e variegata, che esponeva nelle rispettive finestre e balconi, le proprie bandiere. La stampa dell’epoca, uno fra tutti il “Corrire della Sera” di allora, tutti i giorni coglieva l’occasione per attaccare quella che considerava un “covo di pericolosi sovversivi”.

Ma quello che più scocciava a “lor signori” era il fatto che era una realtà molto vivace e ribelle collegata alle più importanti lotte del territorio, delle fabbriche, degli studenti e studenti-lavoratori.

E mentre i partitini ML stavano progressivamente regredendo, gli anarchici, in quei 4 mesi successivi, pur sparpagliati in orientamenti diversi, approfittando della pratica dell’autorganizzazione e dell’autogestione assembleare, che era prevalente, riuscirono a diventare la forza principale, anche nella rappresentanza negli organismi di coordinamento.

La presenza anarchica si faceva sentire in modo significativo sia nelle lotte per il diritto alla casa, a sostegno degli scioperi degli affitti nei grandi quartieri popolari come Quartoggiaro, partecipando attivamente alle “brigate antisfratto“; si faceva sentire sul piano culturale e politico con le iniziative del teatro di strada “Il Dionisio“, di cui grande animatore, all’interno dell’albergo occupato, era il compagno regista Celli che con il suo gruppo era di valido sostegno alle lotte per la casa nei quartieri; sia nel collegamento con le lotte nelle fabbriche in cui gli anarchici erano tra i più impegnati (anch’io, mettendo a frutto l’esperienza dell’USI carrarina).

Alla sede Fiat di Corso Sempione, dove allora lavoravano centinaia di dipendenti, eravamo praticamente di casa. Si volantinava ai cancelli, si partecipava ai loro picchetti.

Quello che mi colpì allora, di quella lotta (ancora oggi non so capacitarmi), era la determinazione da parte degli operai quando, nel momento dello sciopero uscivano dal luogo di lavoro, facevano il giro dell’edificio, poi all’improvviso tutti assieme scagliavano i sassi che avevano raccolto in strada, verso le finestre della propria azienda.

Una scena ripetuta in diverse occasioni, subendo anche cariche della polizia.

Una scena di così intenso protagonismo da parte degli operai alla quale non ho più assistito neanche quando successivamente, operaio alla Sit Siemens (oggi Italtel), durante i cortei interni dove partecipavano anche più di mille lavoratori, ci si limitava a cacciar fuori dai cancelli della fabbrica i dirigenti più ostinati oppure quando, durante la mensa, si impediva di mangiare ai capi più repressivi attraverso la pratica delle bevande (coca cola, ecc.) versate nel piatto da parte di lavoratori di interi reparti (le donne erano tra le più attive in questo sport) al grido di “Scemo! Scemo!”

Quando arriva l’agosto di quel 1969, approfittando del periodo feriale di minor presenza e attivismo, il Potere Istituzionale attua lo sgombero de l’ex Commercio, immediatamente raso al suolo dalle ruspe.

Ma, come tutti sanno, quell’anno le lotte non si fermarono e ne seguì un autunno molto caldo che vide gli operai particolarmente protagonisti, in un continuo crescendo. I padroni ed il potere politico non riuscirono più a controllare le lotte sempre più radicali e unitarie dei lavoratori, studenti e strati popolari.

E quando, la cosiddetta democrazia, non resse più all’urto della rivolta degli sfruttati, si fece ricorso alla violenza più estrema, quella stragista.

Con le bombe di piazza Fontana del 12 dicembre “69, si inaugura la stagioni delle stragi di Stato, con l’utilizzo dei servizi segreti e della manovalanza fascista, facendo ricadere la colpa sugli anarchici.

Ma la risposta popolare è riuscita per lo meno ad arginare quel disegno repressivo che molto probabilmente aveva come obbiettivo finale quello della “Grecia dei colonnelli”.

Enrico Moroni

(1) Vedere, su l’ex Commercio, la documentazione riportata sul libro “Gioventù Anarchica” di Franco Schirone, edizione “Zero in Condotta”

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