Umanità Nova 16 marzo 2008 Sessantotto 4. Congresso dell’IFA tra vecchi e nuovi anarchici di Massimo Ortalli

Quando i vecchi compagni delle Federazioni raccolte nell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche cominciarono, a metà degli anni Sessanta, a impostare l’organizzazione del Congresso Internazionale che si sarebbe tenuto a Carrara nel 1968, non potevano certo immaginare che proprio l’anno che avevano scelto per incontrarsi sarebbe stato uno di quegli anni fatali che segnano un secolo intero. Un anno ricco di esplosioni vitali, di entusiasmanti imprevisti, di opportunità storiche irripetibili, che sarebbe stato un delitto ignorare e lasciar perdere. Un anno che avrebbe visto succedersi una girandola scoppiettante di avvenimenti e di novità, anche nel campo libertario, tali da spiazzare, e spazzar via, certezze assodate e comportamenti sedimentati. Modificando così, ineluttabilmente, anche i termini e le questioni che in tale Congresso si sarebbero dovute dibattere.

Personalmente non sono affatto del parere, del resto più che plausibile, che a qualche militante della vecchia guardia possa essere dispiaciuta questa coincidenza imprevista, questo doversi ritrovare nello stesso luogo e nello stesso momento per confrontarsi, in modo forzato e a tratti anche ostile, con personaggi provenienti da un mondo alieno. Ma col senno di poi dovremmo tutti rallegrarci se una volta tanto la sorte, il fato e l’imperscrutabile “volontà divina”, si coalizzarono per dare una mano al malandato anarchismo internazionale. E, in effetti, non solo il dibattito e il confronto ne uscirono fortemente arricchiti, ma anche la considerevole attenzione che tutti i mezzi di comunicazione riservarono a questo Congresso non sarebbe certo stata tale se, nella mitica e famosa città del marmo, non fossero calati in massa gli studenti della contestazione. In primis quelli, altrettanto mitici e famosi, del Maggio parigino.

In effetti, fu uno spettacolo non da poco quello che allora offrì l’anarchismo, ancora una volta capace di mostrarsi genuinamente tollerante nei suoi principii e nei suoi uomini. Carrara vide, infatti, riunita, nel teatro degli Animosi e nelle sue strade, una umanità varia ed eterogenea, dai protagonisti delle battaglie proletarie dei primi decenni del secolo ai partigiani della Lunigiana scesi dalle cave, dalla cosiddetta generazione di mezzo, superstite di ripetute scissioni, ai giovanissimi contestatori venuti non solo d’oltralpe ma da mezza Italia e mezza Europa: distinti e anziani signori in lobbia e cravatta, uomini e donne in spezzato e tailleur, ragazzi barbuti e capelluti, sicuramente non “in linea” con i canoni di quello che ancora si considerava il normale e necessario decoro. E questa umanità varia ed eterogenea seppe trasformarsi, al di là delle apparenze, in una comunità solidale, pronta a discutere, a dibattere, a confrontarsi, a mangiare e bere nelle bettole e nelle trattorie, a litigare, a offendersi minacciando di passare alle mani… per poi ritrovarsi, con naturalezza e inevitabilmente, dalla stessa parte della barricata, contro il potere e per la libertà.

Il Congresso si tenne dal 31 agosto al 3 settembre 1968 al Teatro degli Animosi. L’organizzazione fu soprattutto opera della Union des Anarchistes Bulgares en exile, della Federazione Anarchica Italiana, della Fedération Anarchiste Française e della Federacion Anarquista Iberica, i cui militanti ne avevano curato, per circa tre anni, la fase preparatoria. Erano presenti molte delle figure storicamente più importanti e prestigiose dell’anarchismo internazionale, fra le quali gli italiani Umberto Marzocchi, Alfonso Failla, Mario Mantovani, l’ex ministro della Spagna repubblicana Federica Montseny, il leggendario bulgaro Georges Balkanski, i francesi Maurice Joyeux e André Colomer, l’inglese Stuart Christie. Erano presenti i rappresentanti di trentaquattro organizzazioni internazionali, dalla Grecia al Messico, dal Nord Europa al Giappone, dalla Cina all’Oceania, dalla Romania al Vietnam. Innumerevoli i saluti dal mondo intero e l’adesione di organizzazioni impossibilitate, per i motivi più vari, ad essere presenti.

Il Congresso fu pensato principalmente per dare vita a un’azione di coordinamento dell’attività e della propaganda anarchica a livello internazionale, coordinamento reso sempre più pressante dall’evolversi della situazione mondiale (crisi del modello sovietico, guerra del Vietnam, insorgenza del terzo mondo) e dal radicalizzarsi dei fermenti giovanili, spontaneamente portati a una visione ribelle e libertaria dell’impegno sociale. Come si diceva in precedenza, questi obiettivi furono in parte spiazzati e ostacolati dallo scontro-confronto verificatosi fra due concezioni apparentemente antitetiche della lotta antiautoritaria. Da una parte la tradizionale impostazione dell’anarchismo classico, con le sue regole e i suoi parametri che affondavano la loro legittimità in una presenza ormai centenaria nello scontro sociale, dall’altra il tumultuoso affermarsi di una impostazione e di una metodologia che ben poco intendevano concedere, nel loro radicalismo generoso ma indubbiamente a volte un po’ confuso, all’impostazione e alla metodologia perseguite fino ad allora.

I lavori congressuali, anche grazie alla tollerante ma ferma tenacia di figure come Failla e Marzocchi che diressero magistralmente quelle giornate, poterono proseguire secondo i tempi e i modi stabiliti – e le numerose e importanti mozioni che ne uscirono sono lì a testimoniarlo – ma è indubbio che se oggi il ricordo di quella estate è ancora così vivo e importante, è anche perché, partendo proprio da quello scontro generazionale, il movimento anarchico intraprese la strada del suo rinnovamento, aprendosi alle nuove prospettive lasciate presagire dai mutati scenari internazionali. E quel rinnovamento fu tanto più forte e propositivo perché non fu il risultato della “vittoria” di una impostazione sull’altra, ma perché ad esso contribuirono, in modo paritario e solidale, le “vecchie barbe” e i giovani capelloni. Una lezione di stile, e di libertà, che gli anarchici non potevano mancare!

Quella fu la prima del centinaio di volte che sono andato a Carrara. L’impressione fu enorme, quelle cave grandiose che circondavano la città, la vicinanza fra mare e montagna, la stazione ferroviaria dove ancora attendevano vecchie carrozze a cavallo. Il mio accredito fu opera di Spartaco e Cesare, che ancora non sapevano chi fossi – mi avvicinai al movimento solo al ritorno dal Congresso – ma conoscevano mio padre e mio zio. Stimando loro, pensavano di potersi fidare anche di me, giovane capellone e contestatore globale. Ricordo che al tavolo degli accrediti capitava che fossero lasciate fuori persone conosciute, evidentemente perché ritenute inaffidabili. Vedermi consentito l’accesso grazie alla parola di due compagni che non erano presenti, fu, credo, la mia prima, grande lezione di anarchismo.

Mia madre, prima di partire, mi aveva raccomandato di essere pulito e ben vestito perché si sapeva che gli anarchici ci tenevano molto al decoro personale. Pensavo che fosse la solita cosa che dicono le madri ma aveva proprio ragione! La dignità di quei vecchi compagni e il rispetto che avevano per sé e per gli altri, furono un’altra lezione di anarchismo. Soprattutto vedendo e ammirando la varietà di aspetti esteriori che offriva quel consesso.

In effetti, quell’incontro fra compagni di tutto il mondo, nel quale si esprimevano compiutamente gli ideali internazionalisti dell’anarchismo, fu fra gli avvenimenti più significativi, non solo in campo libertario, di quell’anno. Il pensiero e l’azione anarchica erano nuovamente e prepotentemente comparsi sulla scena. Anche se nei movimenti la maggioranza degli studenti non si identificava nell’anarchismo classico, il metodo antiautoritario, assembleare e orizzontale degli anarchici era patrimonio comune e le avanguardie libertarie del maggio francese, calate in massa a Carrara, erano viste da tutti come l’espressione più forte dello spirito del 68. Di problemi, non c’è bisogno di ricordarlo, ne crearono. E non pochi. Ma la loro presenza, provocatoria a tratti, ma sempre dialettica e propositiva, contribuì non poco a fare di quel Congresso una tribuna ricca di interesse, non solo per gli anarchici, ma per tutto il movimento.

Nella seduta aperta al pubblico più volte si temette lo scontro fisico – vedo ancora, in piccionaia, stuoli di rudi cavatori, a braccia conserte ma pronti, se necessario, a intervenire – ma prevalse, e a ben pensarci non poteva che essere così, l’abituale tendenza libertaria ad affrontare discussioni e contrasti con lo sperimentato metodo della dialettica verbale. Ricordo con vivezza l’impressione che mi fecero Failla e Marzocchi, in piedi sul palco a dirigere il caotico traffico di quel pomeriggio. Ma, per compagni come loro, la tensione di quelle giornate doveva essere poca cosa rispetto a quella vissuta nella lotta antifascista e rivoluzionaria. Abituati come eravamo, a crederci al centro del mondo, forti della nostra giovinezza e “purezza rivoluzionaria” non avremmo nemmeno potuto immaginare che potessero esistere persone che a quella per noi venerabile età fossero ancora in grado di darci vere e proprie lezioni di vita e di etica. Nella mia acerba ed entusiasta ingenuità, pensai che da vecchio avrei voluto essere come loro.

Per il resto era tutto perfettamente organizzato, e anche quello fu fonte di sorpresa. Appena fui accreditato mi si disse dove avrei potuto alloggiare e mangiare e giovani compagni e compagne, tra loro le sorelle Failla, provvedevano a sistemare ogni cosa. Se nel fuoco dello scontro dialettico trasparivano tratti di reciproca sfiducia, fuori, nelle strade, nelle trattorie, nel campeggio di Marina, i rapporti, indubbiamente più distesi anche se politicamente sempre molto “impegnati”, permettevano una conoscenza più approfondita e amicale. Io, da perfetto parvenu dell’anarchismo, mi limitavo a osservare e ascoltare e, visto come poi sono andate le cose, direi che il ruolo da spettatore non mi sia stato del tutto inutile.

Oggi, a distanza di tanti anni, posso anche pensare che le mie impressioni non siano così esatte e fedeli come potrebbero essere quelle di altri compagni che vissero più dall’interno quelle giornate. Occupato come ero a sgranare gli occhi per osservare meglio quel mondo nuovo, possono essermi sfuggiti aspetti altrettanto e forse più importanti di quelli che mi sono rimasti impressi. Credo di non sbagliare, però, se ancora penso che quell’incontro internazionale non sia stato solo l’importante momento della vita dell’anarchismo che tutti conosciamo, ma anche, e per me soprattutto, una esperienza fondamentale per la “educazione sentimentale” di una nuova generazione di compagni.

Massimo Ortalli

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