Umanità Nova 2 marzo 2008 Sessantotto 3. Due treni paralleli di Massimo Ortalli

“C..zo, compagni, porcoddio”. Così, con ammirevole regolarità, iniziava il proprio intervento in assemblea un compagno di allora, oggi stimatissimo professore di un prestigioso ateneo italiano. E così potrei iniziare io, per tentare di rendere l’idea di cosa anche fosse il Sessantotto. Ma essendo ormai diventato persona educata e “civile”, vedrò di esporre le mie argomentazioni in un modo un po’ più serio e articolato.

Come credo di avere sommariamente spiegato nei numeri precedenti, il Sessantotto fu il punto di arrivo di un fervore culturale e sociale che veniva da lontano e fu, al tempo stesso, il punto di partenza di una trasformazione che avrebbe interessato progressivamente tutta la società italiana. Una trasformazione resa possibile dall’impegno militante e dalla presenza nelle piazze e nelle aule universitarie di una minoranza attiva di giovani, la cui azione avrebbe poi coinvolto, in un procedimento a cascata, il modo di pensare e di agire di tutti. Una trasformazione dall’onda lunghissima che, nonostante le successive rimozioni e i numerosi transfughi e pentiti, preoccupati di farsi perdonare quelle benedette esuberanze giovanili, ancora oggi permea di sè, direi in maniera irreversibile, le forme nelle quali si manifestano i rapporti sociali e personali di tutti noi. Una trasformazione che probabilmente non potrà ripetersi data la sua evidente unicità, perché l’anno della contestazione non fu solamente la conseguenza di una tensione che cercava le risposte sul consueto piano politico e militante, ma rappresentò anche un rivolgimento culturale ed esistenziale che arricchì e implementò in modo esponenziale gli esiti dell’intervento politico. E infatti fu proprio l’incontro, la contaminazione fra questi due livelli, che rese travolgenti e definitivi gli effetti dell’azione dei “contestatori”.

Due treni paralleli, dunque, che movendo dalla comune esigenza di modificare e trasformare una realtà ingabbiata in apparati autoritari e convenzioni sociali quanto mai restii a lasciarsi riformare, erano destinati, a onta delle famose convergenze parallele, a incontrarsi e fondersi. L’estraniazione ribelle della cultura beat da una società alla quale non si apparteneva più, il rifiuto all’integrazione, l’ostentazione formale della diversità, trovarono uno sbocco “operativo” e una nuova ragion d’essere nell’incontro con un’altra realtà giovanile, quella del nascente impegno politico e sociale. Una realtà non estranea ma altra, che muoveva i propri passi partendo da esigenze concrete, come la scuola, la selezione, l’esclusione, la violenza dell’autoritarismo, ecc. E fu proprio il meticciato fra le esigenze “spirituali” e i bisogni “materiali”, che finalmente e per la prima volta si riconoscevano su un piano paritario, a rendere ricca, vivace e soprattutto “vincente” quella lotta. Fino ad allora, infatti, questi due piani erano rimasti abbastanza separati, distanti. La politica tradizionale, non solo dei grandi partiti di massa e delle organizzazioni giovanili, ma anche delle residuali organizzazioni non irreggimentate, e fra queste quelle anarchiche, non concedeva granché ai bisogni esistenziali delle giovani generazioni, ma piuttosto perseguiva, con compiaciuto conformismo, l’obiettivo del soddisfacimento dei bisogni delle “masse”. La vera, grande, straordinaria innovazione del 68 fu proprio la capacità di mettere insieme le due cose, dando vita alle molteplici forme espressive, ormai sedimentate, che conosciamo. Cosa di più immateriale e distante dalla politica dei fronti popolari, dell’ormai classico slogan “l’immaginazione al potere”?

In assemblea, a differenza di quel che si è portati a pensare, nessuno “comandava” davvero. C’erano i leaderini, senza dubbio, ascoltati, apprezzati e molto ammirati per le indubbie capacità oratorie, ma erano ancora troppi i galli nel pollaio perché qualcuno potesse imporre la linea.

La prima sostanziale e rivoluzionaria novità fu metodologica: la consuetudine di prendere tutte le decisioni operative in modo autonomo e in ambito di assemblea. Le iniziative, gli interventi – parlo soprattutto del 1968 perché già con il 1969 e l’assestamento dei partitini e dei gruppuscoli, le cose cambieranno – sono decisi collettivamente e accettati dagli studenti in modo spontaneo e autonomo, senza interventi dall’alto e che qualcuno potesse “dirti” cosa fare e non fare. Una novità non da poco per chi faceva politica nelle federazioni giovanili e nelle associazioni goliardiche dove si doveva obbedire alle disposizioni impartite dai vertici adulti del partito.

E infatti, completamente spiazzati da questa imprevista libertà, i partitini universitari si scioglieranno come neve al sole senza lasciare rimpianti, mentre le varie Fuci, Fgsi e Fgci tenteranno di sopravvivere riciclandosi malamente e ancor più malamente eseguendo ordini sempre più incomprensibili. Penso che questa pratica genuinamente anarchica, di decidere solo in sede assembleare, largamente accettata e a lungo strenuamente difesa dalla base studentesca, fu possibile per il fatto che la maggioranza dei partecipanti non veniva dalle organizzazioni di partito ma si affacciava per la prima volta alla politica, e quindi questa oggettiva “verginità” rendeva più naturale e istintiva l’adozione dell’assemblearismo come metodologia. Che ci si richiamasse ai soviet, ai consigli operai, all’esperienza dell’anarchismo o chissà a che altro – grande era la confusione sotto il cielo – non aveva importanza. Contava l’adesione spontanea alla democrazia orizzontale.

La pratica assembleare, inoltre, aveva l’effetto di promuovere l’elaborazione “teorica” collettiva, e questo, anziché dimostrarsi un limite nell’individuazione di mezzi e fini, rappresentò l’arma vincente del movimento. E difatti l’analisi fu a tutto campo e la “contestazione del sistema” globale. Del resto, come si sarà già capito, i motivi per renderci così arrabbiati, e soprattutto determinati, erano tanti. Ricordo, in una accesissima discussione fra studenti e agit-prop del Pci nella piazza della mia città, lo stupore, incredulo e scandalizzato, di fronte alla radicalità delle nostre posizioni: “Ma come, non vi va bene neanche la Rossanda?”. Sembrava impossibile, al ligio militante, che quei rompipalle di cinesi potessero essere ancora più radicali di una che era appena stata buttata fuori dal partito per “estremismo”. Da parte nostra, del resto, era ovvio fare nostre le parole di Cohn-Bendit, quando definiva il parlamentarismo “malattia senile del comunismo“.

Fra i tanti luoghi comuni sul 68 c’è quello che ci avrebbe voluti tutti borghesi e prepolitici. E come tutti i luoghi comuni, si tratta di una madornale sciocchezza. Indubbiamente, dato che il movimento era partito dalle Università, la componente borghese non era secondaria, ma proprio perché i temi principali dell’impegno riguardavano momenti sostanziali della vita di tutti, non ci volle molto perché si aggregassero e diventassero componente attiva anche quei figli di proletari che avevano accesso all’istruzione superiore. Quando poi il movimento si estese alle scuole secondarie, la partecipazione alla lotta fu trasversale e comprensiva di tutte le componenti sociali. Non pochi, poi, erano quelli in libera uscita dalle organizzazioni di partito, finalmente emancipati dalle pastoie di una pratica politica semplicemente oppressiva.

Anche la componente cattolica, figlia diretta del Concilio, fu numerosa e agguerrita, e bisogna riconoscere che spesso il suo apporto, radicale e moralmente intransigente, fu parte determinante e imprescindibile del movimento. Del resto la nostra fu la prima generazione pienamente figlia del consumismo e fu anche la prima, non essendone ancora stata conquistata del tutto, a contestarne fortemente le manifestazioni più vistose, andando dalla analisi economica, che vedeva nel capitalismo la matrice dello sfruttamento materiale del proletariato di fabbrica e giovanile, a quella morale – e qui era più evidente la presenza dei cattolici – rivolta alla produzione di bisogni materiali indotti e non necessari. Un forte moralismo, come si può immaginare, si accompagnava regolarmente ai portati del cosiddetto materialismo scientifico…

E gli anarchici? Beh, direi che a parte alcune località nelle quali si era mantenuta una presenza attiva e manifesta dell’anarchismo storico, i libertari non fossero ancora particolarmente presenti. Indubbiamente si cominciava a registrare una ripresa militante e qua e là nascevano nuovi gruppi, però il peso dell’anarchismo come movimento restava inadeguato rispetto ai contenuti fortemente libertari espressi nelle lotte studentesche. La generazione precedente alla nostra, troppo precedente alla nostra, si rivelò ovviamente molto più aperta di quanto non fossero gli apparati dei partiti della sinistra, e va dato atto che ci fu sempre un notevole sforzo di comprensione da parte dei vecchi compagni, però lo stacco generazionale, e soprattutto quello contenutistico erano troppo forti e netti perché non se ne vedessero gli effetti. Da un lato la lucida intuizione che il pensiero libertario si affacciava nuovamente sul palcoscenico della storia, dall’altro la difficoltà a riconoscerne gli sviluppi in quei giovani così radicali e trasgressivi. Il contrasto fra i giovani del maggio francese e i vecchi compagni al Congresso internazionale di Carrara non fu solo sugli anarchici cubani, fu davvero qualcosa di più. Lentamente, però, questa lontananza esistenziale veniva riconosciuta, da entrambe le parti, come un peso da scrollarsi di dosso, e di lì a poco, ne sono anch’io diretto testimone, l’incontro fu pieno e solidale.

Mi rendo conto, giunto a questa terza “puntata”, che gli argomenti da trattare sono almeno altrettanti di quelli che ho fin qui sfiorato: la totalità dell’impegno politico; la nascita di nuove forme espressive e nuovi schemi mentali; un nuovo linguaggio che non si può ridurre ai cioè, al limite, e nella misura in cui; i rapporti fra compagni paritari e rispettosi; l’affacciarsi in massa dell’universo femminile in quello che era stato il campo d’azione del maschio; l’incontro fra proletariato e figli della borghesi e tante altre cose di cui, credo, bisognerebbe continuare a parlare. Se qualcun altro volesse farsi avanti…

Massimo Ortalli

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