Umanità Nova 20 gennaio 2008 Ricordando Placido La Torre

Fece parte del collegio di difesa al processo della strage di Piazza Fontana e del Comitato Politico-Giuridico di Difesa degli anarchici.

Placido La Torre, uomo straordinario, volontà ferrea e irriducibile, ha affrontato la lunga dolorosa malattia e il morire in piena coscienza e, senza alcun cedimento, ha vinto la sua ultima grande battaglia. Con la sua scomparsa ci lascia la profonda eredità morale di una vita vissuta sempre nella massima coerenza ai suoi ideali di giustizia sociale e di libertà.

Nato nel 1920 in una Messina ancora fortemente provata dal disastroso terremoto del 1908, vive una fanciullezza irrequieta e comincia a frequentare le scuole elementari solo all’età di otto anni. Intorno al 1936, già studente allo storico Liceo Ginnasio “Maurolico”, riscopre la figura dell’avv. Francesco Lo Sardo, deputato comunista di formazione anarchica, vittima del fascismo, e conosce l’avv. Giovanni Millimaggi, comunista dissidente perseguitato dai fascisti, più volte condannato al confino.

Conseguita la maturità classica, La Torre si iscrive all’Università nella facoltà di Giurisprudenza e, scoppiata la guerra é chiamato alle armi. Divenuto ufficiale del “glorioso” esercito sabaudo, l’otto settembre del ’43 lo coglie a Fossano (Cuneo) da dove fugge per non cadere prigioniero dei tedeschi. Raggiunta Roma è qui costretto a fermarsi non avendo potuto passare le linee sul fronte di Cassino. Si da alla macchia, entra nella resistenza romana e prende parte ad una azione per liberare dei prigionieri in mano ai fascisti.

Dopo la liberazione di Roma, e un tormentoso viaggio, giunge nella sua Messina devastata dai bombardamenti a tappeto degli alleati. Riprende subito gli studi, tra mille difficoltà economiche, e si laurea nel mese di maggio del ’46.

Prende contatti con Gino Cerrito e Zino Mazzone e partecipa alla ripresa dell’anarchismo a Messina. È tra i protagonisti delle lotte antimonarchiche durante la campagna referendaria per la scelta tra monarchia e repubblica, partecipa alla contestazione dell’intervento del re di maggio Umberto II e ad azioni contro le bande neofasciste.

Placido si lega a Cerrito col quale collabora strettamente a tutte le attività in Sicilia e all’interno della FAI, si avvicina alle realtà politiche e culturali cittadine più aperte al confronto delle idee, costituisce il Circolo anticlericale “Giordano Bruno”, tiene numerose conferenze e partecipa alle manifestazioni di piazza più significative. Partecipa a Palermo alla costituzione della Federazione Anarchica Siciliana e alla fondazione del giornale anarchico regionale “Terra e Libertà“.

Dagli anni ’50, grazie alla sua profonda preparazione giuridica e alle sue notevoli qualità oratorie, si afferma energicamente a Messina come uno dei migliori e incorruttibili avvocati della città. Per la posizione politica di antifascista e militante anarchico, entrerà presto in urto con le baronie locali, pagandone le conseguenze in prima persona. Da quel periodo si impegna nelle difese politiche, sempre vittoriose e sempre gratuite. Difende più volte i compagni siciliani e calabresi, fa parte del collegio di difesa al processo della strage di Piazza Fontana, nella prima fase romana, aderisce a Soccorso Rosso. Interviene in difesa dei giovani del movimento studentesco, degli aderenti a Potere Operaio, Lotta Continua, Partito Radicale, di socialisti, di comunisti e delle brigatiste rosse detenute nel carcere di Messina. La sua attività di propagandista diventa febbrile quando si intensifica la sua collaborazione a quasi tutte le pubblicazioni anarchiche, specialmente Umanità Nova, e soprattutto per l’interminabile numero di conferenze e dibattiti che tiene in tutte le località italiane dove è richiesto il suo intervento. Raccontava spesso che persino quando si sposò con Giovanna Sciacco, durante il viaggio di nozze, tenne una conferenza per ogni località italiana visitata.

Nel 1952 si adopera con Cerrito e altri per il rilancio dell’anarchismo in Sicilia, redigendo il bollettino della Federazione Anarchica Messinese, promuovendo iniziative e convegni, come quello di Siracusa nel ’55, in cui viene fondato il mensile del movimento siciliano “L’Agitazione del Sud“.

Dal 1960, intensifica la sua attività in seno alla FAI per proporre un rinnovamento dell’anarchismo italiano, che si concluderà con l’approvazione di un nuovo Patto Associativo al congresso di Carrara del ’65.

Nel 1967 organizza il a Messina il convegno che darà vita alla nuova Federazione Anarchica Siculo – Calabra. Nel 1974, in occasione del referendum sul divorzio, assumerà una posizione critica riguardo all’orientamento astensionista che susciterà forti polemiche all’interno del movimento. Nel 1982 partecipa con una conferenza memorabile alle manifestazioni di Ancona per il cinquantenario della morte di Enrico Malatesta. Nel 1990 si incontra con i compagni nella Biblioteca di studi sociali “Pietro Gori”, che sosterrà sempre in tutte le più importanti attività politiche e culturali.

Per diciotto anni gli siamo stati vicini, spronati costantemente allo studio e all’azione, all’anarchismo umanitario che fino all’ultimo lo ha contraddistinto, al dubbio come antidoto a tutti i dogmatismi e a tutte le involuzioni autoritarie, alla libertà quale gioiosa espansione della personalità di ognuno. Placido ha donato, negli ultimi anni, alla Biblioteca Gori l’intera sua ricchissima emeroteca che è per noi vivida testimonianza del lungo percorso di generazioni di anarchici.

Negli ultimi incontri, pochi giorni prima della morte avvenuta il sei gennaio scorso, lucidissimo, volgendo il pensiero ai compagni italiani, nel discutere della raccolta dei suoi scritti a cui lavoriamo, chiede di dare al libro un titolo che racchiude, in una prospettiva di continuità, tutto il suo contributo, un titolo che noi rilanciamo a tutti i compagni: “Verso l’Anarchia“.

Carmelo Ferrara

Agli inizi degli anni Sessanta, con Placido La torre ci incontravamo sporadicamente, per lo più in occasione dei molti convegni o Congressi che si celebravano su e giù per l’Italia.

Per la verità non avevamo le stesse frequentazioni: Placido aveva più consuetudine con gli “anziani” della Federazione, i Mazzucchelli i Mantovani i Marzocchi, con i quali discuteva a lungo sulle vicende dell’Italia di allora e sullo stato del Movimento internazionale.

Io avevo frequentazioni diverse, un po’ per ragioni anagrafiche – aveva qualche anno in più di me – ma anche perché io ero maggiormente attratto dalla “scapigliatura” anarchica, da quelle aggregazioni giovanili che avevano principiato a formarsi un po’ dovunque e che avrebbero costituito la spina dorsale di quella crescita impetuosa del movimento anarchico registratasi alla fine degli anni Sessanta e proseguita per oltre un decennio.

Placido era un uomo sobrio: legato ai suoi studi giuridici, era attento alle trasformazioni che avvenivano nella società, sollecito a commisurarle sempre con l’evoluzione, reale o auspicata, del pensiero libertario, che – diceva sovente – era in grado di dare risposte adeguate ad ogni mutamento significativo del contesto politico-sociale. Temeva, come molti di noi, del resto, le derive “dirigiste” che potevano inquinare la Federazione in un periodo in cui la crescita esponenziale dei gruppi e delle individualità poteva ingenerare suggestioni organizzative non perfettamente conformi alla tradizione anarchica. Interminabili – ad esempio – le discussioni sulla necessità di un Consiglio Nazionale, che, del resto, ebbe sempre vita precaria. Era convinto, però, che bastava rimanere fedeli al Patto Associativo e alle Dichiarazioni di principio che ne costituivano le premesse, per evitare pericoli di tal genere.

Per quel che mi riguarda, cominciai a conoscere bene Placido La Torre alla fine del 1967, quando a Messina, nella sede del Partito Repubblicano – che allora in Sicilia non aveva ancora abbandonato la tradizione libertaria che gli derivava dal suo essere parte o collaterale al movimento di Giustizia e Libertà – nacque il primo tentativo di creare una Federazione Anarchica Siciliana. Ricordo che, con Placido, c’erano Alfonso Failla, Marcello Natoli, Gino Cerrito, Piero Riggio e altri compagni che confluirono da diverse località dell’Isola. La Federazione non ebbe vita facile e non sopravvisse a lungo: le vicende nazionali polarizzarono le preoccupazioni e le attività di molti dei suoi promotori, che vennero inevitabilmente coinvolti nell’opera di coordinamento di una FAI in rapida trasformazione e che presto sarebbe stata investita da una serie di eventi drammatici.

Placido fu molto attivo in quegli anni e costituì il perno di un’attività di controinformazione e di difesa giuridico-politica dei compagni colpiti dalla repressione dello Stato, culminata nella Strage di Piazza Fontana del dicembre del ’69 e nelle molte persecuzioni che ne seguirono.

Ricordo che nelle notti insonni trascorse soprattutto nella sede di Umanità Nova, in via dei Taurini a Roma, in sede di Comitato Politico-Giuridico di Difesa, la parola pacata di Placido riconduceva spesso ad una maggiore razionalità discussioni che minacciavano di vanificarsi nell’esasperazione di compagni comprensibilmente stanchi e preoccupati. Si deve alla lucidità di Placido La Torre e alla pazienza sempre costruttiva e coerente di Aldo e Anna Rossi, che qui, con Placido, voglio ricordare, se si riuscì a tessere quella rete di collateralità di magistrati, avvocati, giornalisti e porzioni notevoli di opinione pubblica che consentì allora di respingere il disegno autoritario dello Stato italiano. Vennero poi gli anni del riflusso. Si ritornò all’impegno routinario e Placido fu vicino ai compagni del Makhno di Palermo quando furono chiamati dai Congressi della Federazione a gestire la Commissione di Corrispondenza e poi Umanità Nova.

Il suo stato di salute andava intanto peggiorando.

L’ultima volta che lo sentii fu quando, a metà dello scorso anno, gli chiesi per telefono se avrebbe aderito ad un possibile comitato per salvare dal degrado tutti gli atti dei processi sulla strage di Stato, che giacevano abbandonati negli scantinati della Procura di Catanzaro. Aderì con quella sua voce sempre chiara e pacata ma ormai assai flebile.

Credo che con Placido La Torre scompaia una figura di militante anarchico esemplare, che a molti di noi ha insegnato molto e che per questo, oltre che per la fraterna disponibilità sempre dimostrata nella saldezza dei suoi principi libertari, non sarà dimenticata.

Antonio Cardella

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