Umanità Nova 24 febbraio 2008 Sessantotto 2. Come pesci nell’acqua di Massimo Ortalli

Ricordavo, due numeri fa, quali fossero stati, negli anni precedenti l’esplosione del Sessantotto, gli elementi di carattere politico e sociale che a mio parere avevano più influenzato, e di conseguenza formato, la generazione che avrebbe dato vita alla stagione della “contestazione globale”: la distensione fra i due blocchi, la rivoluzione cubana, la guerra del Vietnam, le trasformazioni della chiesa, la nascita del centrosinistra, la riaffermazione dell’antifascismo, le prime esplosioni del proletariato giovanile. Una serie di spinte e di impulsi che facevano intravedere, pur nella loro diversità, la possibilità di un cambiamento reale in una società apparentemente statica e immutabile. Un cambiamento che avrebbe potuto coinvolgere non solo il panorama sociale nella sua dimensione collettiva ma anche, e con altrettanta rilevanza, la vita individuale di ciascuno.

A fianco di questa possibilità di trasformazione, che pur mostrando novità sostanziali appariva comunque condizionata dalle dinamiche politiche di cui era espressione, calata dall’alto e indifferente a un intervento dal basso, si assisté, in quegli anni, a una vera e propria “rivoluzione culturale”, per certi aspetti simile, anche se meno ideologica, a quella cinese ma non meno importante e, anzi, di più lunga durata. Una rivoluzione che vide la partecipazione attiva soltanto di una minoranza, anche se consistente, di giovani, ma che condizionò e interessò, nelle sue forme espressive, fossero anche le più banali e “neutre”, tutta intera quella generazione.

Questa generazione, la “mia” generazione, non avrebbe certamente partecipato nella sua totalità alle lotte degli anni successivi, né quel rivolgimento culturale avrebbe prodotto effetti identici e identiche conseguenze in tutti i giovani che ne furono lambiti. Eppure, se il movimento del 68, che non fu certamente di massa (erano minoranze molto attive, ma pur sempre minoranze quelle che si muovevano) ebbe la risonanza, l’importanza, il seguito che sappiamo, questo va spiegato con il fatto che i giovani che allora si dettero anima e corpo all’impegno politico e sociale si muovevano in un contesto fortemente solidale e simpatetico, toccato dalle stesse istanze di cambiamento. Il Movimento studentesco, in questo senso, fu infatti solo la manifestazione visibile della punta dell’iceberg che ormai rappresentava quasi tutto l’universo giovanile. E la sua forza e il suo sostanziale successo furono diretta conseguenza della capacità, ma soprattutto della possibilità, di muoversi – per usare un’espressione allora famosa – come pesci nell’acqua. Ecco perché, anche se la militanza propriamente detta interessò solo parte dei giovani, le trasformazioni culturali e sociali, più ancora di quelle politiche, che produsse, riguardarono tutta, ma proprio tutta la società.

Nel 1963 cominciano ad arrivare in Italia certe notizie dall’Inghilterra. Per chi le sa cogliere, assolutamente sorprendenti. Bande giovanili che se le menano di santa ragione senza apparente motivo, i vestiti strani e fantasiosi dei Mods e dei Rokers, centinaia di motociclisti che si muovono in gruppo per “assalire” le tranquille cittadine costiere affacciate sulla Manica, e poi canzoni dal ritmo nuovo e trascinante cantate da giovanotti con i capelli un po’ più lunghi del solito. Naturalmente la stampa descrive inorridita queste barbare stranezze albioniche – “in Italia queste cose non possono succedere” – e in effetti sono ancora pochissimi quelli che cominciano a incuriosirsi e a pensare di andare a scuola senza più la cravatta. In Italia si cominciano a cantare, ma solo di nascosto, La canzone di Marinella, La guerra di Piero e Re Carlo ritorna dalla guerra. Dischi semiclandestini e irriverenti, che passano di mano con fare cospirativo perché il linguaggio ufficiale definisce “mondana” la prostituta e la parola “puttana” è assolutamente impronunciabile. Sono le prime canzoni, se non ricordo male, che segnano la rottura con il mondo di Claudio Villa e Wilma de Angelis. E che creano le prime crepe nel perbenismo nel quale tutti affoghiamo. Si comincia a mettere in discussione l’autorità. Fosse anche solo quella della canzone melodica, ma intanto si comincia.

Accanto a questa piccola rivoluzione che corre sulle note di De André e dei Beatles, iniziano a farsi largo le prime ribellioni nei confronti del soffocante ingessamento nel quale la gioventù è mantenuta. Il mondo appartiene agli adulti e le sue regole sono intoccabili, l’informazione passa, a parte quella ristretta degli organi di partito, per i giornali padronali, i rotocalchi e i fotoromanzi; alla televisione c’è un solo telegiornale, quello ormai storico delle Venti, con il mitico Paladini che legge le veline vaticane e governative. Non è che sia cambiato granché, si potrebbe dire, ma allora non c’era possibilità di scelta.

Un poco alla volta, la piccola valanga che si è messa in moto in modo autonomo, prosegue la corsa e viene a interessare tutto il mondo giovanile. A furia di sentir dire che i capelloni nordeuropei sono barbari ed equivoci, scatta un salutare principio di emulazione e anche in Italia si cominciano a vedere capelli che coprono la parte superiore delle orecchie – eravamo ancora abbastanza moderati – e camicie un po’ più fantasiose di quelle bianche d’ordinanza. La sacralità dell’informazione paludata mostra le prime crepe, e il verbo dettato dal telegiornale – entità suprema fino ad allora assoluta e intoccabile – trova i suoi primi sbeffeggiatori. Oggi potrà sembrare strano, ma il contributo di giornali come «L’Espresso» e «Il Giorno», ebbe una parte importante nella nostra educazione: anche solo mettere in dubbio, che so?, che i capelloni non fossero necessariamente degli “invertiti”, o come titolavano i giornalacci popolari, froci e finocchi, pareva davvero una gran cosa. Sempre più il principio di autorità comincia a perdere la sua aura di sacralità e l’immodificabile ordine costituito che garantiva la civile convivenza si trova costretto a subire critiche sempre più aperte e pertinenti.

Per la prima volta, direi, si parla di conflitto generazionale. Di fronte a quello che comincia ad essere un distacco sempre più accentuato dai valori comportamentali e dalle regole del mondo degli adulti, ovvero del mondo del potere, la parte più avvertita e meno sordidamente reazionaria della società cerca di comprendere le ragioni di questo conflitto, e stranamente non sempre per ricomporlo. Se da parte della destra e del potere cattolico democristiano c’è un rigetto totale e privo di aperture, da parte della sinistra, più quella socialista o libertaria che non quella comunista, si tenta di comprendere con più intelligenza quello che sta avvenendo, perché non tutto deve necessariamente essere condannato o stigmatizzato. Del resto, come sempre, c’è anche un legittimo gioco delle parti: se la destra condanna, la sinistra deve assolvere, o per lo meno interpretare con le armi della ragione, e l’isterica reazione dei fascisti più o meno dichiarati – come dimenticare le periodiche spedizioni punitive dei giovani “nazionali” contro i bivacchi dei capelloni nelle grandi città? – comporta sempre più spesso una sincera posizione antisquadrista.

Tanto più che quella che inizialmente era una avanguardia minoritaria e marginalizzata, presente e visibile solo nelle grandi città – com’era difficile farsi crescere i capelli o mettere un paio di jeans colorati nei paesi e nelle cittadine di provincia! – con il diffondersi e l’espandersi sempre più pronunciato dei nuovi valori e relativi comportamenti, comincia a diventare un fenomeno sempre più esteso e presente. Se le dure e dissacranti canzoni dei Rokes, dei Nomadi, dei Corvi, sono ormai la principale colonna sonora di tutta quella generazione, gli aspetti più esteriori e “scandalosi”, che si esprimono con una moda fortemente trasgressiva o con comportamenti comunitari e socializzanti assolutamente impensabili fino a poco tempo prima – la famosa “promiscuità” ispirata alle comunità hippy americane e incessantemente denunciata da una inorridita borghesia perbenista e ipocrita – appaiono sempre meno provocatori o immorali e cominciano ad essere interpretati per quello che sono effettivamente: una sfida aperta e dichiarata, consapevole e propositiva, a un sistema costrittivo che non intende concedere nulla alla libertà espressiva e di pensiero di chi vuole “restare fuori”. La generosissima calata in massa di capelloni, anarchici, pacifisti, antimilitaristi, cattolici del dissenso, appartenenti alle organizzazioni giovanili di partito, di giovani provenienti da tutt’Italia per dare fattiva e spontanea solidarietà alla popolazione fiorentina colpita dall’alluvione – quelli che retoricamente saranno chiamati “angeli del fango” – sarà una sorta di sdoganamento, di accettazione, talvolta sincera, tal’altra un po’ ipocrita, di questa nuova realtà giovanile. Che anche se si muove in modo autonomo, slegato, antiautoritario e libertario, dimostra comunque di avere valori veri e condivisibili. Cose che noi, ovviamente, sapevamo bene, ma che per la controparte fu davvero una grossa sorpresa. E in taluni casi anche un bel rospo da ingoiare!

Progressivamente, e come era inevitabile in simili situazioni, l’istintivo antiautoritarismo manifestato ancora da pochi e in modo, se vogliamo, abbastanza primitivo, comincia a modificarsi e a prendere forma. Se prima il rifiuto dell’autorità si esplicava in forme poco organizzate – con l’eccezione dei primissimi fogli come Onda verde o Mondo Beat – e soprattutto non lasciava scorgere prospettive di cambiamento davvero collettive, condannando, anzi, a una sorta di isolamento dovuto all’oggettivo “estremismo” comportamentale, ora inizia una nuova fase. Quando i giovani più consapevoli e sfiorati da questa fresca ventata di libertà, cominciano a vedere la possibilità di intervenire in modo fattuale nei rapporti sociali per modificarli e sottrarli alla pesante cappa di una autorità sempre meno legittima e necessaria. Le prime occupazioni all’università, ancora nel 1967, non vedono sicuramente una alleanza fra i futuri contestatori e il mondo beat, ma queste due culture, la prima ancora in formazione e la seconda ormai “vecchia” di alcuni anni, non potranno non incontrarsi e contaminarsi reciprocamente. Ma questo è il Sessantotto, e ne parleremo un’altra volta.

Massimo Ortalli

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