Umanità Nova 27 aprile 2008 Memoria. Disertori, partigiani, anarchici. L’ora dell’azione di Pietro Stara

Le pagine della Resistenza iniziano, come fenomeno di massa, ed è bene ricordarlo, con ondate di giovani renitenti alla leva, ovvero con la diserzione di massa. Dopo la proclamazione della Repubblica Sociale, il 23 settembre 1943, viene nominato Ministro della Difesa della R.S.I., il generale Rodolfo Graziani, il quale ha il compito di organizzare il nuovo esercito repubblichino, a fianco dei nazisti, al principio interamente formato da internati italiani nei campi di concentramento tedeschi e da manipoli di fascisti convinti aderenti alla Repubblica Sociale. Successivamente Graziani emana bandi di richiamo alla leva obbligatoria che riguardano i giovani nati negli anni tra il 1924 ed il 1927. Molti di questi non si presentano e c’è chi scappa all’estero, chi si nasconde e chi, poi, andrà ad ingrossare le fila della Resistenza. Altri, invece, già militari di stanza in Russia, Balcani, Grecia, Africa…, una volta rimpatriati, decidono di usare le armi in altro e migliore modo, ovvero contro i nazi-fascisti.

La sfida di questi giovani e giovanissimi è totale: la pena per chi diserta è la morte, come dal secondo bando Graziani proclamato il 18 febbraio 1944. I numeri, mai definiti in maniera univoca, parlano di circa 300.000 partigiani in armi e non alla fine del 1945 e di una rete di solidarietà sociale di diversi milioni di persone. Quindi un fenomeno di massa, giovanile e pronto a giocarsi il bene più prezioso: la propria vita e quella degli altri fratelli e sorelle contro i quali si decide di non combattere.

La Resistenza si può declinare sicuramente in senso plurale: ragioni simili, obiettivi comuni, ma prospettive diverse. In questo senso è stata di grande aiuto, dal punto di vista storiografico, la tripartizione (guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe) operata da Claudio Pavone ne “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza“, Torino, Bollati Boringhieri, 1991: “Il riferimento forse più significativo è quello alla presenza di tre diverse figure di nemico (…) Per di più nella formula “guerra di liberazione nazionale” resta qualcosa di imprecisato: da che cosa bisogna liberare la nazione?

Dunque, il nemico nella guerra patriottica è lo straniero invasore, e cioè il tedesco. (…) Il tedesco invasore però era anche nazista, non era un invasore privo di qualifiche politiche e ideologiche: e questo ci porta già sul terreno della guerra civile, come grande guerra civile europea.

Nella guerra civile il nemico era il fascista, proprio come figura politico-esistenziale, che era tale non solo per i garibaldini, ma anche per i GI, e per una parte almeno dei liberali, dei moderati, dei cattolici. Il fascismo era un fenomeno globale che andava combattuto anche se non se ne riconoscevano le radici o per lo meno le componenti di classe. Questo è un concetto importante da tenere presente, perché altrimenti si finirebbe con il riproporre l’ortodossia terzintenazionalista secondo la quale il fascismo è solo un fenomeno di classe, per cui essere “antifascisti conseguenti” ed essere proletari e, soprattutto, comunisti coincide. (…) Qui si potrebbe riconoscere quanto c’era di giusto nella storiografia operaista, e cioè che per un operaio politicizzato il padrone era una figura che trascendeva lo stesso fascista: c’era cioè un’oppressione di classe nel corso della quale i padroni s’erano serviti del fascismo, e proprio per questo nel combattere i fascisti bisognava cogliere l’occasione storica per combattere anche i padroni, i quali, fascisti o non fascisti, andavano comunque combattuti: cosa che un liberale sinceramente antifascista non avrebbe mai ammesso. La distinzione della terza guerra rispetto alla seconda dunque si ripropone (…)”

E poi veniamo ad un altro pezzo della Resistenza, a quella più propriamente nostra, a quella anarchica: piccola numericamente, molto spesso all’interno di altre formazioni, in particolare di Giustizia e Libertà, delle Brigate Matteotti e delle Brigate Garibaldi. Numeri piccoli (forse 2000 combattenti in tutto), ma che devono tenere in gran conto le persecuzioni precedenti, il carcere ed il confino soprattutto.

E poi le Brigate anarchiche vere e proprie:

A Milano le Brigate “Bruzzi” e “Malatesta”, che agiscono soprattutto nella zona di Porta Ticinese e che, subito prima della liberazione del 25 aprile, disarmano un’intera colonna tedesca, dando la possibilità di controllare tutta la zona industriale.

A Piacenza comandante di tre divisioni e di 11 Brigate, per un totale di 11.000 combattenti è l’anarchico Emilio Canzi.

A Torino gli anarchici hanno il loro punto di forza alle Ferriere ed un punto di presenza combattentistica importante nelle S.A.P. “Pietro Ferrero”.

A Carrara e in tutto l’appennino ligure-tosco-emiliano gli anarchici operano con 3 formazioni ed una divisione, oltre che decine di gruppi. La prima a formarsi fu il Battaglione “Gino Lucetti” e inoltre agiscono la “Michele Schirru”, la divisione “Garibaldi Luneense” e la formazione “Elio Volkievic.

A Pistoia le prime formazioni partigiane sono formate da anarchici e da militanti del Partito Comunista Libertario (nato nel 1939). Tra queste, la formazione che, alla morte del suo comandante, prenderà il nome di “Silvano Fedi”.

In Carnia sin dall’8 settembre si costituiscono dei piccoli gruppi locali che iniziano a raccogliere i soldati della divisione Julia e ad inviarli nelle montagne a combattere. Iniziano inoltre un’opera sistematica di raccolta di armi nelle caserme fasciste. Guida le operazioni l’operaio anarchico C. Italo (detto Aso). Gli anarchici successivamente si inseriscono nei quadri della divisione Garibaldi-Friuli, dando prova di grande valore (come Aso, che fu ucciso nell’assalto ad una caserma tedesca).

A Genova “Francesco Ogno, Nicolò Turcinovich, Emilio Grassini, Pietro Pozzi, Giuseppe Verardo e altri compagni del ponente cittadino, subito dopo l’8 settembre organizzano quello che sarà il nucleo della futura Brigata SAP Malatesta. Vittorio Barazzoni, Adelmo Sardini e Antonio Pittaluga fanno lo stesso per il levante cittadino, mentre in centro città Gastone Cianchi organizza il distaccamento libertario che prenderà il suo nome e Virgilio Mazzoni e Bruno Rigo gettano le basi di quella che sarà la futura Brigata mista Lattanti; in Valpolcevera sono attivi Marcello e Enzo Bianconi, attorno a quest’ultimo si raccoglie un gruppo di giovani libertari; Umberto Raspi e Antonio Dettori organizzano i primi nuclei nell’estremo ponente (da Voltri fino a Cogoleto); di altri compagni attivi nei G.A.P. abbiamo già detto. Un ruolo estremamente importante nel coordinare questi vari nuclei lo ebbe Vincenzo Toccafondo, che insieme ad Emilio Grassini rappresentò il trait d’union politico tra esperienze che spesso crescevano l’una all’insaputa dell’altra.

Questi primi nuclei – particolarmente quelli del ponente – crescono in fretta per l’afflusso continuo di nuovi elementi, quasi esclusivamente operai, reclutati dall’opera di proselitismo all’interno delle fabbriche da parte dei vecchi compagni.

Nei primi mesi del ’44 si costituisce la Brigata S.A.P. Malatesta il cui comandante è Turcinovich, vicecomandante Francesco Ogno e commissario politico Grassini. I suoi quattro distaccamenti agiscono nella zona tra Pegli e Cornigliano. Verso l’estate di quello stesso anno la Malatesta viene – per motivi logistici – divisa in due brigate: la Malatesta (con zona d’operazione Pegli) e la Pisacane (con zona operativa Cornigliano). Turcinovich diventa comandante della Pisacane e Ogno della Malatesta. Il distaccamento “sestrese” della Malatesta, diventato distaccamento libertario “P.Gori”, opera in relativa autonomia e in coordinamento con le altre brigate S.A.P. di Sestri Ponente, in particolare con la Brigata S.A.P. Longhi all’interno della quale agiscono numerosi anarchici. Un altro distaccamento autonomo libertario (Distaccamento Gaggero) si costituisce a Voltri, dove opera coordinato alla Brigata S.A.P. Piva .

A queste unità bisognerebbe aggiungere distaccamenti libertari che sicuramente operarono nell’estremo ponente della provincia (Arenzano e Cogoleto) e a Prà della cui esistenza non è possibile dubitare visti gli accenni ripetuti nelle fonti interne di movimento, ma delle quali non siamo in grado di definire con precisione l’organico.”

Ma con quale spirito e con quali modalità d’azione?

Lascio ancora una volta la parola agli anarchici del tempo:

“Il 22 aprile viene diffuso un numero speciale di Umanità Nova, sulla cui prima pagina campeggia Ruit hora! (l’ora precipita!). Circa 2000 copie di questo numero clandestino – faticosamente composto e stampato con mezzi di fortuna – verranno diffuse a chiamare la popolazione a regolare i conti con i nazi-fascisti. “I compagni dell’estrema falange Comunista Libertaria Ligure non ignorano il significato di questa parola d’ordine: Ruit Hora! L’ora dell’azione, che trae seco l’obbligo di prepararvisi, è imminente. Non più vane parole: alle armi! Questo nostro grido, più che un ordine è un ammonimento per tutti i nostri, che aderiscono al “Fronte Unico dei Lavoratori“. L’impegno liberamente assunto di partecipare con tutte le forze e tutti i mezzi, dei quali potremo disporre, al movimento di liberazione del paese, ancora occupato dalle forze oscure del neurospasto nazi-fascista, insieme congiurate in forza di turpe mercato, acquista ora la forza ed il significato di un imperativo categorico” recita l’articolo d’apertura. Ma per rendersi conto che non si tratta del solito appello resistenziale all’unità delle forze nazionali basta scorrere gli altri articoli del giornale. Nell’articolo “Quello che vogliamo noi” c’é la sintetica ma piena enunciazione di un programma rivoluzionario che trascende la fase: “Noi vogliamo i componenti della società umana eguali tutti nei diritti e nei doveri… vogliamo perciò l’abolizione del sistema capitalistico, il quale è la fonte prima di tutte le ingiustizie umane e sociali… e della conseguente dominazione politica… perché esercita la forza coercitiva necessaria per mantenere soggetti al capitalismo gli sfruttati… vogliamo in conseguenza l’abolizione dello Stato… che non esistano più classi… vogliamo in conseguenza che ogni essere umano valido… entri a far parte delle differenti e molteplici categorie di produttori, e che tutte in ugual modo e ad assoluta parità di condizioni partecipino all’opera comune di produzione della ricchezza sociale in misura dei bisogni della comunità umana… ma sempre tutti in piena parità di diritti in materia di consumo e privi di qualsiasi privilegio materiale…”. E ancora, guardando al domani della liberazione, nell’articolo “Il pensiero della Federazione Comunista Anarchica Italiana” troviamo scritto: “Nel prossimo periodo di attività rivoluzionaria, che deve preparare la costruzione di una nuova vita sociale, che sorgerà faticosamente dalle rovine nelle quali il fascismo e il militarismo lasceranno il paese, ed affinché sia estirpato ogni residuo di fascismo, e non ne sia possibile la riproduzione, si dovrà lottare: 1) Contro ogni mascheramento del fascismo che cerchi si sopravvivere, ossia non si dovrà prestare nessuna fiducia od appoggio a nessun movimento di fascismo dissidente di destra o di sinistra; 2) Contro ogni forma sedicente transitoria di dittatura militare, che prelude all’instaurazione di nuove dittature liberticide, e quindi anche contro ogni compromesso colla feroce ed inetta monarchia… Si dovrà poi lottare contro la perpetuazione della proprietà privata, che essendo originata dal lavoro di tutti, deve ritornare a tutti, e contro la perpetuazione di frontiere nazionali, che comportano i pericoli di nuove guerre.”

Tutto, o parte di esso, iniziò perché molti, moltissimi seppero dire di no per fare, dopo, ancora di più e meglio.

La storia poi sappiamo come è andata, ma lo spirito che mosse quei compagni e quelle compagne è ancora oggi il nostro, nonostante i detrattori, i mistificatori ed i negatori di ogni sorta.

Pietro Stara

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