Umanità Nova 3 febbraio 2008 Ballarò. Così ti sistemo Pinelli di Massimo V.

Per chi se lo fosse perso – e mi auguro che siano in molti, così almeno si sono risparmiati il mal di stomaco – segnalo che nella serata del 23 gennaio è andata in onda un’edizione “speciale” di “Ballarò“, il programma televisivo di RAI 3 dedicato all’attualità politica. Cosa aveva di “speciale” questo “Ballarò”? Il fatto che non trattava di attualità bensì del libro scritto da Mario Calabresi, figlio del ben noto commissario, dedicato alle vicende della sua famiglia e di altre famiglie i cui componenti rimasero vittima della lotta armata negli anni ’70. Insieme a Calabresi, attualmente giornalista di “Repubblica“, sedevano in studio i figli del giudice Alessandrini, del giornalista Tobagi, dell’industriale Todini e, sul finire, l’onnipresente Giuliano Ferrara e il direttore di “Repubblica” Ezio Mauro. Sul palco l’attore Zingaretti (noto per aver impersonato il commissario Montalbano) intervallava le testimonianze con la lettura di brani tratti dal libro. Filmati di allora, pescati a caso, facevano da contorno. Una trasmissione in sostanza ben congegnata che pare voglia dare inizio alle “celebrazioni” del ’68, illustrandone quelli che, secondo i suoi molteplici detrattori, ne sono stati i risultati: bombe, sangue, morti ammazzati, eccetera.

Nello “speciale” ovviamente non poteva mancare la strage di piazza Fontana e la figura del nostro Pino Pinelli. Ebbene non una parola è stata detta sulla matrice di quella strage, sulla responsabilità dello Stato e dei fascisti; addirittura la proiezione delle drammatiche immagini dei funerali delle vittime del 12 dicembre si confondeva con le testimonianze dei presenti che ricordavano le responsabilità delle formazioni armate di sinistra nell’assassinio dei loro cari, quasi che quelle bare fossero prodotto di quelle azioni e non di una raffinata strategia stragista al servizio di un disegno autoritario in pieno stile golpista. Non una parola è stata detta sul contesto di quegli anni (la guerra in Vietnam, il colpo di stato in Grecia, i sussulti sanguinari delle dittature franchista e salazarista, il colpo di stato in Cile, le dittature militari in America Latina con il loro lascito di “desaparecidos”, la repressione della Primavera cecoslovacca…), contesto che delineava anche per l’Italia un possibile futuro clerico-fascista in un mondo diviso in blocchi inamovibili. Il nascere della lotta armata, profondamente legato ad una lettura – che noi giudicammo distorta e irricevibile, ma non assurda – di quel contesto, è stata liquidata come espressione di una banda di spostati che avevano dichiarato guerra. Ora si può capire il profondo dolore di chi ha perso un proprio caro, soprattutto se è il proprio padre, si può comprendere la valorizzazione della sua figura, ma appare veramente fuorviante e strumentale elevare i loro assassini ad espressione di un periodo. La frase “non c’era nessuna guerra in corso” è esplicativa di questo modo di sentire. Purtroppo era in corso un attacco frontale alle conquiste dei lavoratori, alle esigenze di libertà dei giovani, delle donne; un attacco scatenato per mantenere le classi subordinate al loro posto, un posto fatto di sfruttamento bestiale, di oppressione sociale e culturale, di gerarchie inamovibili e di soprusi inaccettabili. Un attacco che per alcuni, una minoranza, assunse le sembianze di una guerra alla quale bisognava rispondere “militarmente”. Non capire che le bombe del ’69 erano l’apice di quell’attacco contro i lavoratori, contro il processo di liberazione in corso, vuol dire rifiutarsi di capire quello che è successo dopo. Un dopo fatto non solo di azioni efferate, ma anche, e soprattutto, di lotte sociali, di mobilitazioni di piazza, di conquiste quotidiane, di protagonismo e di emancipazione. Di tutto questo non vi è stata alcuna traccia nella trasmissione pilotata da Floris, così come non vi erano familiari delle tante vittime delle forze del disordine statale e delle stragi, per le quali mai nessuno (o quasi) ha pagato, né vi era alcuno studioso dell’epoca, nessun vero esperto. Paradossalmente poi nello stesso giorno in cui il capo leghista Bossi minacciava il ricorso alle armi contro il governo di Prodi.

Di Pinelli poi abbiamo dovuto sentire le solite strumentalizzazioni utili solo per tacitare coscienze: il libro regalato, la testimonianza di Pannella, eccetera. Con grande sicurezza Calabresi afferma che Pino è precipitato per un malore “attivo” da quella maledetta stanza (come dice la sentenza di “un giudice ‘non conservatore’ come D’Ambrosio” che volendo escludere sia l’ipotesi del suicidio che la responsabilità dei poliziotti ritiene semplicemente “verosimile” questa causa di decesso), esclude la presenza del padre nel suo ufficio, denuncia le omissioni e le ambiguità della Questura di Milano sulla sua morte, rivela che fu la Polizia ad imporre al commissario di presentare querela contro Lotta Continua che lo accusava di essere l’assassinio del nostro compagno. Da giornalista quale è Calabresi dovrebbe riprendere in mano le dichiarazioni di allora, le testimonianze dei poliziotti, gli atti dei vari processi svolti, e non farsi prendere la mano dalle sue private emozioni. E allora scoprirebbe le illuminanti e contraddittorie testimonianze dei poliziotti presenti nella stanza, quella di Pasquale Valitutti che riferisce dei trambusti nell’ufficio, le innumerevoli menzogne e manipolazioni; scoprirebbe la ricusazione del giudice Biotti da parte di suo padre, solo perché il giudice avrebbe manifestato in privato la sua convinzione sulla colpevolezza del commissario. “Vi giuro non l’abbiamo ucciso noi” disse il questore Guida “il suo alibi era crollato… si è visto perduto… è stato un gesto disperato… una specie di autoaccusa”. E i poliziotti affermarono che Pino si era gettato gridando “È la fine dell’anarchia”. Certo sul brillante funzionario di polizia allora se ne dissero molte, di giuste e di sbagliate, ma non è corretto amplificare queste ultime per occultare i fatti certi, riportati nei verbali e negli atti processuali. Lo sa Calabresi che il giudice Beria d’Argentine riferisce di un colloquio con l’allora procuratore generale di Milano, Bianchi d’Espinosa dal quale risulta che il giudice D’Ambrosio già nel giugno del 1972, ben tre anni prima del deposito della sentenza e prima di conoscere l’esito di diverse perizie, stava giungendo alla conclusione che sappiamo? Che dire poi dell’opinione del commissario su Pinelli “mai considerato un nemico”, con il quale ci si scambiava regali, ma che non impedì di trattenerlo illegalmente in questura per tre giorni e tre notti fino al tragico evento? E riguardo la sua umanità come non ricordare quanto riferito da Licia Pinelli che seppe della morte di Pino dai giornalisti e che chiedendo spiegazioni al Calabresi si sentì rispondere “scusi signora, ma avevamo tanto da fare”?

O le dichiarazioni dei suoi compagni di allora che riferiscono delle minacce ricevute da Pino proprio dal brillante commissario? Di tutto questo non vi è nulla nella ricostruzione di Mario Calabresi che non ha perso nemmeno l’occasione, insieme a Ferrara, per cercare di rendere insignificante l’appello firmato da centinaia e centinaia di intellettuali, scrittori, giornalisti, eccetera che rivendicava la verità sull’assassinio di Pinelli, accusandoli di conformismo e di codismo.

Ma al di là delle parole e del libro di Calabresi c’è da chiedersi come mai a distanza di tanti anni si debba assistere ad una mobilitazione tanto vasta per la “riabilitazione” del commissario. Ricordiamo il monumento, la lapide, le intitolazioni di strade, la stele, la medaglia, il francobollo, e chissà cos’altro ancora, insieme alle innumerevoli presentazioni del libro, alle interviste televisive, eccetera.

Probabilmente, al di là dell’indubbia riscrittura della storia recente che vede convergere, ovviamente con diverse sensibilità e capacità, la destra e la sinistra istituzionali di questo paese, vi è lo specifico tentativo di annullare progressivamente la memoria di Pinelli soverchiandola con la tragicità della morte del commissario, assurto ad emblema del sacrificio per dovere. Ricordiamo che fu proprio la campagna per la verità sull’assassinio di Pino che scoperchiò la criminalità di un potere disposto alle stragi pur di conservare le proprie prerogative. Cancellarne la memoria vuol dire cancellare la consapevolezza allora acquisita – e tuttora rivendicata pur da minoranze – che lo Stato è disposto a tutto pur di mantenere gerarchie, poteri e privilegi. Ed è per questo che continuiamo a batterci per la verità sull’assassinio di Pinelli, contro tutti i manipolatori della storia e della memoria.

Massimo V.

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