Umanità Nova n18 maggio 2010 Napolitano fedele alla linea Le piste «imprevedibili» del revisionismo di Stato di RedB

Ormai è un tic inveterato, un’ipocrisia quasi psicotica: ogni anno il capo di Stato di turno trova qualche «pista alternativa» per allontanare il sospetto, anzi l’evidenza che i mandanti dello stragismo si trovassero ai piani alti dello Stato. Per la strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 l’ex presidente Cossiga inventò la «pista palestinese», oggi il suo successore ha concepito invece la «pista imprevedibile». Ed è un colpo di genio: se si avanza un’ipotesi precisa ci si espone magari alle smentite, mentre più si sta sul vago meno si rischia di essere confutati.

Così, a trent’anni da uno dei più efferati crimini neofascisti che ha profondamente segnato la storia di questo paese, l’attuale capo di Stato dichiara che sarebbero imminenti «rivelazioni» e «sviluppi imprevedibili» grazie a una nuova inchiesta condotta dalla magistratura. Tuttavia, ufficialmente non sarebbe emerso alcun fatto nuovo dall’inchiesta bis sulla strage del 2 agosto, e anzi la dichiarazione su presunti «sviluppi imprevedibili», secondo le agenzie di stampa, avrebbe destato sorpresa negli uffici della Procura bolognese. Non è stato però diffuso alcun commento ufficiale a quelle affermazioni, ed è quindi lecita l’ipotesi che si trattasse più di un invito all’estro investigativo che di un’affermazione.

Vediamo un po’ le ipotesi fantasiose e inverosimili su cui si fondano i depistaggi rituali che ogni anno accompagnano il «ricordo» della strage del 2 agosto.

Dapprima fu escogitata la famigerata, fumosissima «pista palestinese»: o un’azione di rappresaglia per l’arresto in Italia di tal Abu Saleh, oppure un incidente durante il trasporto di una grossa quantità di esplosivo. Peccato che le due ipotesi siano solo bugie con le gambe cortissime: Abu Saleh non fu rilasciato il 14 agosto 1980, come è stato sostenuto, ma due anni dopo nel 1982; e l’esplosivo T4 – un esplosivo militare – non può esplodere senza innesco e nessuno lo trasporterebbe innescato se non per farlo esplodere. Insomma, dopo un primo lungo entusiasmo per la trovata di Cossiga, pian piano la «pista palestinese» sbiadisce.

Così, in mancanza di meglio, nel 2009 tornava di moda Carlos «lo sciacallo», presentato dai giornali come «il più feroce terrorista di tutti i tempi» o «il più famoso e sanguinario terrorista del mondo». Secondo Carlos – nemico degli Stati Uniti e di Israele nonché bugiardo incorreggibile – la strage di Bologna sarebbe stata fatta dai servizi segreti statunitensi e israeliani per addossarla ai palestinesi e rompere quei margini di tolleranza di cui godevano allora in Italia. Un piano così abile ed efficace che in quegli anni nessuno pensò di addossare la strage ai palestinesi! Comunque sia, si trattava di un’ulteriore smentita della «pista palestinese», fermamente sostenuta da Cossiga, Alemanno, Enzo Raisi & C. Se sono stati la CIA e il Mossad, non possono, infatti, esser stati i palestinesi «per la contraddizion che nol consente» (Dante, Inferno, XXVII, 120).

Certo parlare di «pista statunitense» o di «pista israeliana» non avrebbe funzionato sui giornali e avrebbe forse comportato qualche incidente diplomatico. Così si è passati dalla monoliticità della «pista» alla moltiplicazione fantasiosa di indizi per rendere sempre più evanescente la verità storica. Come in un romanzo di quart’ordine, pare che il 2 agosto 1980 la stazione di Bologna brulicasse di spie, terroristi, trafficanti d’armi e tipacci d’ogni risma. Anzitutto c’era Thomas Kram che dormì nella notte fra l’1 e il 2 agosto all’Hotel Centrale di Bologna, si registrò con il proprio nome e cognome, ed era un personaggio conosciuto e controllato dalla polizia italiana. Pare fosse esperto nella falsificazione di documenti e non di esplosivi (come scrivono caparbiamente i giornali ogni anno). E apparteneva a certe “Cellule rivoluzionarie” e non al gruppo del sopracitato Carlos. Interrogato, ha detto: «Non sono io il mistero da svelare. La polizia italiana mi controllava. Sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il giorno prima mi aveva fermato».

Poi pare ci fosse un’altra terrorista, tal Christa-Margot Frohlich che «sarebbe stata vista», «forse», all’Hotel Jolly di Bologna l’1 agosto 1980. Ovviamente la preziosa testimonianza oculare vien fuori solo nel 2009: il tempo è galantuomo.

Poi ci sarebbero stati palestinesi, agenti della CIA e del Mossad, «sciacalli» vari.

Basta moltiplicare gli enti senza il minimo indizio e senza alcuna logica, e la storia diventa un balletto dove tutto è possibile: è il revisionismo della moltiplicazione immaginifica. Di fatto, qualsiasi cosa va bene, anche la più incredibile, pur di far dimenticare che lo Stato ha avuto un ruolo attivo nel promuovere la «strategia delle stragi» e ha poi sempre compiuto depistaggi impedendo in ogni modo l’accertamento della verità.

Ora la grande speranza per inventarsi l’ennesima «pista internazionale» sono le presunte «rivelazioni» della Commissione Mitrokhin (che sono un po’ come i segreti di Fatima) e le carte segrete provenienti da Germania Est, Ungheria, Grecia, ex Cecoslovacchia. Negli archivi ex-comunisti, dove la Stasi e altre «polizie speciali» fabbricavano dossier buoni per tutti gli usi, si vorrebbe trovare un qualche pezzo sbrindellato di carta, una nota spese sbiadita, uno scarabocchio che supporti le fantasie autoassolutorie dello Stato. È appunto la «pista imprevedibile», la nuova pietra filosofale degli alchimisti di Stato, quella che produrrà l’equiparazione conciliatrice di assassini e vittime nella «memoria condivisa».

Dinanzi a ciò non possiamo che ribadire la nostra sofferta verità. Che fin dal principio lo stragismo fu neofascista, con coperture statali, con agganci militari per armi ed esplosivi, come confermò già la condanna definitiva di Freda e Ventura per le bombe del 1969 pre-piazza Fontana: attentati per i quali alcuni anarchici erano già stati condannati e sarebbero stati incastrati se il giudice Giancarlo Stiz non avesse riportato gli accertamenti sui dati di fatto. Poi ci fu Piazza Fontana e quel che seguì.

A lungo preparata, anche la strage di Bologna fu un capitolo della «strategia della tensione» e la sua verità storica non può essere staccata dalla storia dello stragismo neofascista e dei suoi appoggi istituzionali di ieri e di oggi. Dimenticare la specificità delle stragi di Stato pare diventato ormai un obbligo istituzionale a cui nessuno più si sottrae.

Dopo il revisionismo su fascismo e Resistenza, il revisionismo sul neofascismo stragista è un passo decisivo sulla via di un nuovo regime autoritario. Discutere, informare, mobilitarsi contro ogni revisionismo risulta oggi importante e necessario, e l’imminente Festival Sociale delle Culture Antifasciste, che si terrà a Bologna dal 28 maggio al 6 giugno, sarà un luogo per organizzare una battaglia collettiva di verità e di libertà.

RedB

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