Umanità Nova n2 gennaio 2010 La Gioventù Anarchica di emmerre

Sul finire dell’anno appena trascorso, a quarant’anni dal fatidico 1969, un’intervista ad Oreste Scalzone ha fatto scaturire ricordi e polemiche su quegli anni movimentati e ciclicamente evocati. In realtà però non vi sono molte ricerche documentate a disposizione di chi vorrebbe conoscere gli antefatti del Sessantotto in Italia; tra queste una davvero meritevole d’interesse è quella curata da Franco Schirone, La Gioventù Anarchica (Zero in Condotta), che senza apologie né pentitismi ricostruisce quel clima mettendo a fuoco novità, limiti e potenzialità di quella che Marcuse ebbe a definire come “una ribellione allo stesso tempo morale, politica, sessuale. Una ribellione totale”.

A metà anni Sessanta, nel periodo poi miticamente definito come quello del “boom economico”, anche in Italia fanno irruzione giovani con inedite soggettività. Si definiscono variamente come Provos, Beat, Beatnicks, Pleiners, Nozems, Cavalieri del Nulla… mentre sui giornali benpensanti (compreso “L’Unità“) vengono genericamente etichettati come “capelloni” piuttosto che come “contestatori”.

È una presenza nomade che attraversa i confini nazionali, ma soprattutto quelli mentali del conformismo dominante. Per questo inquieta ed irrita i cittadini “normali” che si sentono derisi per la loro sudditanza ai miti del consumismo e dell’ordine costituito. Cartelli come “Borghese, non ridere di me, ma guardati e piangi”, “La vostra vita è una continua morte”, “Meglio un Beat oggi che un soldato domani”, “Non schedate le vostre coscienze” mettono infatti il dito nelle numerose piaghe del presente: la guerra in Vietnam, i ghetti razziali negli Usa, la dittatura franchista in Spagna, l’alienazione prodotta sia dal lavoro che da un vivere scontato, nonché un soffocante moralismo bigotto che ha orrore di ogni libertà, a partire da quelle sessuali.

Ad essere messa in discussione è l’intera struttura sociale: dallo spettacolo della politica alla “psicopatologia del non vissuto quotidiano” in “città dove c’è tutto e dove non c’è nulla, dove proprio perché c’è tutto ad un certo punto ci si accorge che si vive in mezzo agli oggetti”.

Per questo, puntualmente, accorrono i poliziotti, i giornalisti, i giudici, i prelati… con arresti, fogli di via, denunce e scomuniche, nel tentativo di disinnescare questo dissenso esistenziale prima che divenga rivolta sociale. Cosa che invece avviene quando questi sommovimenti giovanili s’incontrano e s’intrecciano con le lotte operaie autorganizzate e con la critica radicale delle minoranze politiche, sia di vecchia data che di recente nascita, ma comunque esterne al sistema dei partiti: dagli anarchici ai situazionisti, dai consiliaristi ai nonviolenti, dai comunisti internazionalisti al partito radicale, dai neo-luddisti ai gruppi del dissenso cattolico.

L’incontro più facile ed immediato è però quello col movimento anarchico e, in particolare con la piccola ma intraprendente FAGI (Federazione Anarchica Giovanile Italiana) che sostenendo e difendendo la crescente avversione al “sistema” cerca di trasformarla in consapevolezza rivoluzionaria antistatale e anticapitalista.

Tale reciproca attrazione, tra anarchismo storico e nuovi ribelli, conosce quindi significativi momenti di intesa, confronto ed anche di stimolanti divergenze su mezzi, fini, interlocutori e prospettive di liberazione.

Alcune critiche che vengono mosse, non solo da anarchici e marxisti, verso i giovani “protestatari” è quella inerente la sottovalutazione della lotta di classe. Interessante e ancora attuale, a tal proposito, rileggere quanto scritto da alcuni situazionisti nei confronti delle tesi dei Provos: “Hanno inventato la ridicola ideologia del provotariato: ideologia destinata, secondo loro, a contrapporsi alla pretesa passività e all’imborghesimento del proletariato, luogo comune di tutti i cretini del secolo. Disperando di trasformare la totalità, disperano delle sole forze che sono portatrici della speranza di un superamento. Il proletariato è il motore della società capitalistica e quindi il suo pericolo mortale: tutto è fatto per reprimerlo (partiti, sindacati, burocrati, polizia), poiché la sola forza realmente minacciosa”.

Talune delle questioni allora più dibattute sono infatti le stesse che ancora oggi ricorrono all’interno dei movimenti.

Anche le diverse visioni rispetto alla violenza anticipano un dibattito mai esaurito. Da un lato ci sono i pacifisti ad oltranza che rifiutano ogni ricorso a metodi violenti, mentre gli aderenti alla FAGI tendono a valorizzare i mezzi “dinamici e incruenti, anche illegali” della “guerriglia anarchica di liberazione” pur senza rinunciare a quelli storicamente necessari per difendere la dignità umana e conquistare la libertà egualitaria. Posizione questa condivisa pure dagli “anziani” della FAI che, senza rinnegare la violenza rivoluzionaria, mettono in guardia dalla sua mitizzazione che, nel passato come nel presente, comporta il rischio di derive autoritarie.

Si discute anche se sia preferibile sviluppare strutture organizzate con una definita impostazione ideologica, o se sia più efficace una partecipazione sommersa all’interno delle esperienze di base che nascono dai contesti di lotta o da particolari rivendicazioni.

Gli stessi militanti della FAGI non giungono a una sintesi, in parte entusiasti per l’autonomo sorgere dei CUB (Comitati Unitari di Base) tra i lavoratori e in parte favorevoli al rilancio dell’anarcosindacalismo.

La storia di un quarantennio di lotte non ha ancora sciolto quell’interrogativo e, semmai, ha attenuato proprio tale antitesi; ma all’epoca fu motivo anche di forti contrapposizioni tattiche e metodologiche.

Va comunque osservato che la persistenza di un anarchismo militante ha garantito il guado dei successivi periodi devastati dal disimpegno, dalla pacificazione e dalla repressione; mentre lo “spontaneismo” veniva assorbito con poche carote o debellato con numerose bastonate. D’altro canto, la capacità di cogliere le profonde contraddizioni insite nel modello di vita e di relazione sociale dettato dal sistema di produzione ancora oggi offre la possibilità di aprire, fuori e dentro ogni individuo, un fronte sensibile e dirompente per la società autoritaria nonché mortalmente uniforme.

emmerre

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