Umanità Nova n20 giugno 2010 Urgenza antifascista 1919-2010, truci similitudini di L.L.

Milano, 23 Marzo 1919. In Piazza San Sepolcro, vengono fondati i Fasci di Combattimento, continuazione degli antecedenti Fasci di Azione Rivoluzionaria e anticipo del futuro Partito Nazionale Fascista. A capo del movimento si pone un ex-socialista, figlio di un fabbro e di una maestra elementare: Benito Mussolini. Il programma dei fasci di combattimento risulta essere particolarmente pragmatico, una mescolanza di significati nazionalisti, anticapitalisti, antisocialisti e anticlericali. Una sorta di tentativo di “svecchiamento della politica”.

Le proposte di vicinanza ai giovani, alla classe operaia, ai contadini e ai reduci di guerra, alla scuola e poi ancora l’intendimento di una burocrazia nuova (basata sulla responsabilità individuale) e la confisca delle ricchezze religiose, resero il movimento ben visto da persone di varia estrazione sociale e di diversa cultura ideologica. Seppe cioè cogliere un momento di indubbia “stanchezza” di un’Italia uscita da poco dalla prima guerra mondiale con una situazione economica disastrosa, un proletariato industriale che premeva per le proprie rivendicazioni, i reduci traditi da finte promesse (fatte solo per farli resistere nella guerra di trincea), braccianti e contadini in lotta contro i latifondisti, industriali e proprietari spaventati per l’avanzata delle agitazioni sociali. Né le forze politiche di destra né quelle di sinistra garantivano e lasciavano intravedere nei loro programmi un minimo di ripresa e di sicurezza. Le proposte dei Fasci di Combattimento, invece, raggiunsero, prima ancora delle coscienze, il cuore di buona parte di coloro che si sentivano sfruttati e scherniti da una casta politica inefficiente. Giovani, artisti, intellettuali, ex-combattenti, ceti agrari, videro nel nuovo movimento una riscossa all’immobilismo socio-politico italiano.

Ma, nel passaggio dalla propaganda ai fatti, i fasci di combattimento mostrarono subito la loro reale indole. I punti del programma, in base alle platee, venivano convenientemente modificati o elusi. Mussolini ebbe modo di dichiarare: “Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente”. E nulla fu più preciso: a Milano, il 15 Aprile 1919, un corteo di lavoratori in sciopero venne attaccato da una squadra di “sansepolcrini”, mentre un’altra irrompeva nella sede dell’Avanti!.

Milano, dunque, ha visto nascere e crescere il movimento fascista ed ha conosciuto, forse per prima, la vera identità del movimento e l’unica ideologia che lo anima: la violenza rivolta contro ogni libertà individuale e collettiva.

Oggi, 91 anni dopo, Milano rischia di essere di nuovo il luogo-culla di quel movimento.

Il vecchio Partito Fascista, negli anni, ha subito scissioni, mutamenti, creazione di “costole”: M.S.I., A.N., Lega, Forza Nuova, Blocco Studentesco, Casa Pound, etc… ma ha mantenuto il medesimo ideale, nonché la sua grande capacità di modulare i suoi propositi e le sue azioni “a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente”. Nulla di nuovo. Purtroppo. Sarebbe, invece, una bella e sorprendente novità se Milano bloccasse l’avanzata fascista, se si ricordasse di quel 1919 e di tutto ciò che ne è conseguito. Ma le novità così intese, non competono né Milano né, onestamente, nessun altra città. Poiché, attualmente (mi riferisco per esempio ai fatti di Roma in merito alla manifestazione di Blocco Studentesco, autorizzata e condivisa da personaggi come Concia e Sansonetti), si è convinti sostenitori della libertà d’opinione, che consente, appunto, a gruppi fascisti di propagandare, e ci si dimentica invece del reato di “apologia di fascismo” e di tutto quello che l’ideale fascista ha rappresentato e purtroppo, per qualcuno, ancora rappresenta. Non so se faccia più paura il sapere che quest’ideale sia ancora vivo in qualche nostalgico del regime o il vedere che esso è appoggiato e/o ripreso da esponenti politici che dovrebbero rappresentare (secondo l’etichetta dello stato democratico) la libertà e la garanzia di essa. “Novità”, dicevo, sarebbe sapere che Milano rifiuti almeno lo svilupparsi di iniziative fasciste e che tutte le fazioni politiche notino quanto meno la contraddittorietà che risiede nel dare il consenso a iniziative neo-fasciste in una città medaglia d’oro per la resistenza e in una nazione che mantiene il suddetto reato sancito dalla legge Scelba. “Novità” sarebbe, insomma, il riconoscimento, una volta per tutte, della cultura fascista come una cultura anti-sociale. Ma questo non avviene.

Milano, nei mesi di Aprile e Maggio, con il beneplacito di politicanti comunali e provinciali (PdL e Lega), è stata teatro di manifestazioni di estrema destra: commemorazione a Sergio Ramelli (unitamente ad altri due camerati: Carlo Borsani e Enrico Pedenovi), messa per il duce presso il Cimitero Maggiore, tornei sportivi e concerti. Più precisamente, come annunciato dall’esponente del PdL Roberto Jonghi Lavarini (ex leader di Cuore Nero), questi sarebbero stati alcuni degli appuntamenti di una settimana, quella dal 24 Aprile al 1 Maggio, giustamente definita come “settimana nera”. Fortunatamente, le proteste e le manifestazioni di gruppi antifascisti tenute in diverse giornate, hanno fatto in modo che tale settimana perdesse il suo significato e la pomposità con cui era stata pensata. Tuttavia le iniziative hanno avuto il loro spazio ed il comune ha fatto il possibile per evitare che le reazioni di antifascisti e di gente comune, creassero una eco udibile in tutta Italia. Nessuna particolare rilevanza mediatica, infatti, è stata data alle notizie delle suddette iniziative. La politica comunale (continuum di quella nazionale) maschera episodi simili e ne fa patrocinio. Per Sabato 22 Maggio, infine, Forza Nuova aveva indetto un corteo contro la crisi economico-finanziaria, modificato poi in semplice presidio dopo alcuni, fortunatamente vani, tentativi di autorizzare la manifestazione di concerto con la questura. La giornata prevedeva un corteo antifascista di risposta, che però alla notizia della non concessione a manifestare per le strade di Milano al corteo di Forza Nuova, ha mantenuto il solo carattere di presidio. È stato un errore: è come se le forze antifasciste fossero scese a patti con quelle fasciste.

E riguardo alla giornata del 22 Maggio vale la pena rendere nota, di nuovo, l’opinione di Sansonetti, che può essere presa ad emblema dell’atteggiamento politico e non che si sta solidificando: “Questi di Forza Nuova non è che li conosco più di tanto… Per quel che ne so mi sembrano un po’ rozzi e con delle venature naziste… Insomma, quanto di più lontano dalle mie idee io possa immaginare. Ma non cambia nulla. Se non sconfinano nella violenza, hanno diritto di manifestare come chiunque altro”.

L’ovvia conclusione di tutto ciò è che si nota una ri-emersione inquietante, in forme più o meno dirette e mediatiche, dell’ideologia fascista.

E se la sua forza, come scritto inizialmente, risiede nella capacità di adeguarsi ai contesti, mantenendo invariati i suoi principi, dobbiamo ipotizzare che, se nulla si fa ora, è possibile che, alla pari del 1919, esploda, da parte di diversi cittadini, una convergenza ai movimenti neofascisti e/o si acutizzi il credito a quei partiti (Lega in primis) che si coprono le spalle con una coperta di democrazia per tenere al caldo un animo “sansepolcrino”.

La facilità con cui l’ideologia fascista, si è insinuata negli animi delle persone, (grazie alla sua forza “svecchiante” della politica) e la modalità con cui si è mantenuta in piedi e si è imposta, potrebbero riproporsi oggi. La differenza fra i due periodi storici risiede ovviamente nel mutamento dei contesti socio-politici. Ma, come già spiegato, è nel cambiamento che risiede la forza del movimento fascista. Alcune delle circostanze che Milano e l’Italia hanno vissuto nei primi del novecento, sono, trasportate ad oggi si intende, tuttora riscontrabili. Il sistema capitalistico, per quanto facciano credere sia forte e stabile, possiede in sé quelle contraddizioni che attualmente, non governate, hanno generato una crisi economica e sociale di difficile gestione. Il mondo del lavoro è privo di coscienza di classe. Si sente poco rappresentato dal sistema politico in generale e, in alcune frequenti situazioni, persino da quello sindacale. I ceti industriali richiedono misure di rafforzamento del padronato e, di conseguenza, una maggiore presenza del governo, loro “gendarme-servo”. Le generazioni più giovani non hanno a cuore la trasformazione sociale, poiché si sentono innocui di fronte ad un meccanismo di potere che tende sia a sopprimere le possibilità di cambiamento sia a mascherare le reali difficoltà del paese (così da far apparire l’assenza di problemi). Parte dei “reduci” delle generazioni passate non si riconoscono nella politica odierna, che non garantisce una netta linea di demarcazione fra destra e sinistra ed è troppo distante da quella che, anni fa, almeno potenzialmente, poteva modificare qualcosa nell’assetto politico e sociale.

Siamo di molto vicini ad una specularità con la condizione socio-politica-economica del 1919. E chi meglio del movimento sansepolcrino allora e dei nuovi partiti e schieramenti fascisti o filo-fascisti oggi sa cavalcare tale situazione? Le nuove parole d’ordine sono in realtà quelle di un tempo, forse pronunciate in modo diverso. Sono quelle che fanno riferimento ad un ringiovanimento della politica e della società, difendendo l’autoctonia e lottando contro il diverso, cioè contro chi può rappresentare una minaccia al proprio benessere. Sono temi soprattutto cari all’estrema destra, che ha sempre colto il momento in cui si deve passare da ragionamenti collettivi al bisogno individuale di auto-sopravvivenza e rivalsa personale, facendosi paladina di questi valori e ponendoli al centro della sua propaganda politica. Su una cosa occorre porre l’attenzione. Il fascismo, ieri come oggi, si fonda sulla violenza. Con questo si vuole però intendere sia che la violenza è l’aspetto fondante del movimento (sarebbe infatti impossibile pensarlo privo) sia che esso si nutre di violenza, ovvero si instaura laddove risiedono stimoli latenti di violenza. La situazione italiana del primo dopoguerra era dominata da un clima di insofferenza verso le condizioni di vita, di lavoro, politiche ed economiche che facilmente sforava nell’intolleranza e nella prevaricazione. Il fascismo non ha fatto altro che cogliere questa potenzialità aggressiva e di darle corpo. Ha cioè materializzato quel sentimento comune a molta gente, riassumibile nella frase: “se avessi le forze, lo farei”. Anche oggi il fascismo si sta insinuando in quelle situazioni sociali in cui l’insofferenza e il sentimento di prevaricazione sul prossimo sono elementi condivisi da una buona parte di persone. La crisi economica, gli attacchi al mondo del lavoro, l’acutizzarsi della paura del diverso, stanno logorando l’ideale della convivenza e stanno instaurando un sentimento di violenza (fisica, verbale o morale). Tanto che “chi avesse la forza, la esprimerebbe”. Tale situazione è la condizione migliore per lo sviluppo del fascismo. Quale dunque il nostro ruolo? Interrompere questo ingranaggio. Annientare ciò che può essere sfruttato come alimento dai movimenti fascisti e propagandare che la reale trasformazione sociale, non è delegabile ad un movimento o ad un partito, ma è prerogativa dell’azione diretta della massa. E che con un sistema basato sulla violenza, sulla discriminazione e su una cultura che unifica l’accentramento economico e l’assolutismo politico, non si giunge alla reale libertà individuale e collettiva; bensì all’abbruttimento sociale. Con il fascismo non si tratta. “Non è questione di politica, ma di morale!” (E. Malatesta)

L.L.

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