Umanità Nova n26 luglio 2010 Salerno e il fascista Falvella Monumento al morto del (suo sporco) lavoro di Gianfranco Marelli

La scorsa settimana, sul lungomare di Salerno, è stato inaugurato un monumento con la lapidaria frase: “Affinché la passione politica non degeneri mai nella violenza”, proprio vicino al luogo dove 38 anni fa i fascisti Giovanni Alfinito e Carlo Falvella aggredirono i compagni anarchici Marini e Scariati – ai quali si era aggiunto per puro caso il giovane Mastrogiovanni – rei di svolgere una controinchiesta su di uno “strano” incidente (avvenuto sull’autostrada del Sole il 27 settembre 1970 nei pressi di Ferentino, a pochi chilometri da Roma) in cui persero la vita cinque giovani compagni calabresi, in viaggio su di una Mini Minor per recarsi a consegnare i risultati di una loro indagine sulle stragi fasciste, che avevano cominciato ad insanguinare l’Italia in quegli anni.

Inutile aggiungere che tale monumento è stato eretto per ricordare l’unico morto del (suo sporco) lavoro, Carlo Falvella, che nella colluttazioni ebbe la peggio dopo esser stato disarmato del coltello con il quale fu ferito ad una gamba Francesco Mastrogiovanni. Della sua uccisione fu condannato Giovanni Marini a 12 anni dalla Corte di Vallo della Lucania nel giugno del 1974 (dopo che il processo era stato trasferito per questioni di ordine pubblico da Salerno, e lì ritornato un anno dopo in appello, dove la pena fu ridotta a 9 anni); e sebbene la destra in doppiopetto e in camicia nera del giovane ragazzo di 21 anni iscritto al Fuan abbia sempre cercato di farne un martire e un eroe, l’intero movimento antifascista e rivoluzionario di quei primi anni ’70 seppe organizzare una campagna in favore e per la libertà dell’anarchico Marini che divenne uno dei momenti più significativi e propositivi, in grado di smascherare le connivenze e le menzogne fra i poteri costituiti (governo, magistratura, forze dell’ordine) e la bassa manovalanza golpista e criminale.

C’è voluta l’ipocrisia meschina e cialtronesca di questi tempi contrassegnati non più dal “fare politica”, ma dalla “politica del fare affari”, affinché un’amministrazione comunale di centro-sinistra e un sindaco ex-comunista potessero concepire un tale insulto alla memoria e una simile offesa alla storia. Un insulto, perché contrastanti furono le passioni che mobilitarono l’agire collettivo di quegli anni in Italia, dettate da esigenze e da speranze che se per i fascisti corrispondevano agli ordini dettati e imposti dal gran capitale statunitense conditi con i desueti e mortiferi proclami all’onore, a dio e alla patria, per gli antifascisti (e, comunque, per chi allora viveva l’utopia, il sogno, della realizzazione impossibile) erano l’impegno nel combattere la barbarie di uno Stato e dei suoi Servizi Segreti, smascherandone le trame golpiste ordite attraverso le stragi, al fine di prospettare una società migliore, più libera e uguale. Allo stesso tempo un’offesa alla storia in quanto la violenza non è mai generica ed indistinta, ma determinata da condizioni sociali ed economiche che ne dettano le condizioni dell’agire collettivo ed individuale, la cui “passione politica” ne accelera il processo.

Del resto siamo ormai consapevoli che la “memoria condivisa” attraverso la quale si sta riscrivendo la recente storia italiana (a partire dalle “foibe” per arrivare agli “anni di piombo” e lambire la stagione di “mani pulite”) non soltanto è un puro pretesto per cancellare – appiattendole – le differenze fra aggressori e aggrediti, fra vittime e aguzzini, ma una necessità per riabilitare un presente storico in cui la “passione della politica” è merce ormai rara anche nei politici e politicanti di professione, così abituati dal pragmatismo economico a cercare di fare affari con le idee e i valori che un tempo segnavano confini d’appartenenza, ma soprattutto caratterizzavano stili di vita esemplari e meritori.

Così, che un Gianfranco Fini e una Giorgia Meloni ricordino il loro cameratesco passato inviando telegrammi di comune e sentita partecipazione al sindaco/spazzatura Vincenzo De Luca in occasione dell’inaugurazione del monumento al fascista Falvella, fa il paio con il saluto di Walter Veltroni e degli altri caporioni di quello che un tempo fu il “grande partito comunista”; talmente “grande” da non sapere – nemmeno allora – distinguere gli aggrediti dagli aggressori, al punto di definire Marini, in un manifesto della federazione provinciale del PCI di Salerno, uno “sciagurato”. Ma tant’è!

A noi ci basta ricordare l’impegno e la militanza di Giovanni Marini, recentemente stroncato da un infarto all’età di 59 anni; così come non mancheremo nel ricordare, ma soprattutto nel far valere le ragioni e la verità di Francesco Mastrogiovanni, fatto morire il 4 agosto 2009 nell’ospedale di San Luca di Vallo della Lucania a seguito di un trattenimento di TSO per esser stato legato mani e piedi per oltre 80 ore, senza ricevere alcun nutrimento, dopo che il sindaco di Pollica ordinò alle forze dell’ordine di attuare d’imperio il provvedimento.

A ricordare Carlo Falvella lasciamo volentieri il compito ai piccioni e al loro spiccato amore per i monumenti.

Gianfranco Marelli

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