Umanità Nova n42 dicembre 2010 Tra segreti e legalità. La strage 41 anni dopo di Massimo Varengo

Dopo le numerose iniziative, gli articoli, i libri, le interviste che hanno contrassegnato l’anno scorso il quarantennale della strage di piazza Fontana, c’è da aspettarsi che questo quarantunesimo anniversario passi sostanzialmente in sordina, soverchiato com’è dalle convulsioni della politica di palazzo e dalle “rivelazioni” di Wikileaks.

Eppure è proprio a partire da quello che sta rappresentando il “re è nudo” di Wikileaks che potrebbe partire un’ulteriore riflessione sull’annosa vicenda della strage di Stato. Immaginiamo un momento che cosa avrebbe significato, all’indomani di quel 12 dicembre 1969, la messa in piazza dei dispacci diplomatici tra l’ambasciata USA di Roma e la Casa Bianca, tra quelle greca e spagnola e le rispettive capitali e così via in una girandola di informazioni e valutazioni che ci avrebbero potuto fornire una massa di materiali tale da sostanziare maggiormente e più rapidamente la nostra azione; quella azione di risposta immediata che riuscì progressivamente a smontare l’infame operazione stragista e a ribaltare sugli apparati di potere l’effettiva responsabilità politica e morale di quelle povere vittime innocenti, nonostante il permanere del “segreto di stato” posto istituzionalmente a garanzia delle sue malefatte. Quel ‘segreto di stato’ la cui messa in discussione – seppure parziale come quella operata da Wikileaks – solleva nelle classi dirigenti un fremito di terrore: “terroristi” li ha infatti definiti l’ineffabile ministro Frattini, “delinquenti e criminali” ha tuonato il direttore Emilio Fede.

Lo Stato, che nella retorica democratica moderna si presenta come espressione della volontà popolare, costruzione armonica delle necessità sociali, in realtà, rifugiandosi dietro il paravento del “segreto”, fortificato dalla pratica dei suoi servizi “segreti”, dimostra tutta la contraddizione insita nella sua natura di garante e genitore della gerarchia di classe, che si mantiene tale grazie al monopolio dell’uso della violenza. Infatti laddove vi è il segreto, là si esercita il potere reale.

Quarant’anni di istruttorie, inchieste, processi caratterizzati da speculazioni e manovre politiche hanno lasciato praticamente inalterate le convinzioni formatisi nell’immediato di quel 12 dicembre nell’ambito della sinistra: che si trattasse di una strage di Stato, compiuta da elementi neofascisti in combutta con i servizi segreti italiani e statunitensi, per provocare un cambio di regime politico e fermare i movimenti sociali in piena ascesa. Ma non un solo responsabile materiale, non un solo mandante, è stato individuato; anzi c’è chi rispolvera le vecchie teorie degli opposti estremismi per riproporre la tesi di una responsabilità congiunta tra anarchici e fascisti nell’ordire quella strage. Intanto le sedi di organizzazioni apertamente fasciste si moltiplicano in varie città italiane e a Milano il Comune concede in affitto i propri locali a Forza Nuova a pochi passi da piazzale Loreto.

A Brescia addirittura, un’esponente della giunta di centro destra arriva a protestare perché si è osato supporre che dietro la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 (bomba contro una manifestazione sindacale, 8 morti e un centinaio di feriti) ci fossero dei neofascisti. Certo a Brescia come per piazza Fontana non un solo responsabile materiale, non un solo mandante è stato condannato, ma il quadro che è emerso dalle inchieste, dalle testimonianze, è inequivocabile e definisce la responsabilità storica, morale e politica dell’estrema destra nazifascista in combutta con apparati dello Stato nelle stragi di quegli anni. Solo il “segreto di Stato” ha potuto e può impedire che si faccia piena luce, che si possano attribuire le responsabilità reali e materiali, di quella politica del terrore antipopolare.

Una riflessione che può sorgere a questo punto è sulla sostanziale acquiescenza con la quale è stata accettata (o subita) la recente sentenza del tribunale bresciano. Poche (anche se significative) voci critiche si sono sollevate contro questa ennesima sentenza che non individua responsabilità a dimostrazione che la deriva legalista e legalitaria assunta dalla sinistra ci sta di fatto consegnando, mani e piedi legati, al potere di un organo di Stato che diviene l’unico referente possibile. Se la Legge – come ha declamato recentemente Bersani nella sua lista dei valori della sinistra – diviene caposaldo di ogni politica di sinistra, in quanto tale e indipendentemente da ogni rapporto di forza in grado di incidere sulla sua lettura e sulla sua applicazione, oltre che sulla sua formazione, questo ha come conseguenza la valorizzazione della magistratura come classe sacerdotale indiscutibile, al riparo di ogni sostanziale messa in discussione di ruolo e di funzione. “Le sentenze vanno comunque rispettate”: in base a questo principio che si sente sempre più spesso a sinistra, ci stanno disarmando sempre più, convincendoci tra l’altro che la legalità è valore ben più alto di quello della giustizia sociale.

Quarantuno anni fa, proprio contravvenendo a questo principio, proprio affermando la propria autonomia di giudizio, proprio smontando le menzogne costruite negli uffici del ministero degli interni e della questura di Milano, proprio inchiodando alle loro responsabilità gli esecutori dell’assassinio del compagno Pino Pinelli, si riuscì a squarciare il velo di manipolazioni, a troncare la rete di provocazioni che voleva rovesciare sugli anarchici e sui movimenti di contestazione la responsabilità di una strage per giustificare l’avvento di un regime dittatoriale.

Tra i primi manifesti prodotti in quei mesi convulsi ne riportiamo uno:

“Noi accusiamo la polizia di essere responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, arrestato come presunto colpevole della strage di piazza Fontana.

Accusiamo il questore e i dirigenti della polizia di Milano di aver dichiarato alla stampa che il suicidio di Pinelli era la prova della sua colpevolezza, e di aver volontariamente nascosto il suo alibi dichiarando che “era caduto”.

Accusiamo i magistrati e la polizia di aver ripetutamente violato il segreto istruttorio diffondendo voci e accuse tendenti a diffamare di fronte all’opinione pubblica un uomo assolutamente innocente, ma per loro colpevole di essere anarchico.

Noi accusiamo lo Stato italiano di cospirazione criminale nei confronti dell’anarchico Pietro Valpreda, da mesi sottoposto ad un feroce linciaggio morale e fisico, mentre le prove che gli inquirenti credono di avere contro di lui, si smantellano da sole una per una”.

QUESTO È QUELLO CHE PENSAVAMO ALLORA DEL VALORE DELLA “LEGALITÀ”; QUESTO È QUELLO CHE CONTINUIAMO A PENSARE.

Massimo Varengo

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