da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Lettera di Paolo Braschi da S. Vittore

30 maggio 1970

Cari compagni,

Vi invio a nome di tutti il testo del documento da noi elaborato per motivare verso l’opinione pubblica l’iniziativa dello sciopero della fame che intraprendiamo lunedì 1 giugno 1970 ed a cui seguiranno altre iniziative di denuncia e di protesta, di «controistruttoria», nel caso che non ottenessimo alcun risultato. Ed ecco il testo:

Da 13 mesi siamo detenuti quali autori di «attentati terroristici» (mai compiuti da noi) senza alcuna prova valida e lo dimostra il fatto che la nostra istruttoria è ancora aperta. Abbiamo perciò deciso di attuare uno sciopero della fame, per protestare contro tale sorpresa e per portarlo a conoscenza dell’opinione pubblica. Ad essa ci appelliamo perchè faccia pressione contro queste ingiustizie e perchè l’istruttoria sia immediatamente chiusa, con la nostra scarcerazione, o almeno con la fissazione immediata della data del rinvio a giudizio. Basta con le segrete manovre istruttorie, condotte nelle tenebre dei meandri della questura o di palazzo di giustizia: che per lo meno si apra su questi fatti il pubblico dibattimento. Bisogna che la nostra sorte, e la verità, siano strappate dalle mani del giudice istruttore Amati, che con tanta segretezza e solerzia sta per archiviare il «suicidio» di Pinelli e con altrettanta segretezza, ma non con uguale solerzia ha condotto l’istruttoria contro di noi.

Protestiamo con forza la nostra innocenza e l’estraneità ai fatti imputatici, con particolare sdegno contro l’attentato del 25 aprile 1969, di chiara ed evidente marca reazionaria e fascista. Vogliamo denunciare pure che non solo le accuse sono false, ma che esse sono state rubricate volutamente sotto forma di reati gravissimi, quale la «strage col fine di uccidere», reato inesistente in questo caso, come si desume dalle perizie e dalla modalità dei fatti, indipendentemente da chi ne sia l’autore. E’ evidente lo scopo di danneggiarci sul piano morale e su quello giuridico, prolungando il più possibile i termini per istruttoria e carcerazione preventiva, diffondendo panico e odio contro di noi nell’opinione pubblica, preparando il terreno per una pesante condanna. E in questo modo sarebbe fatto il gioco della destra economica e politica (che ha montato questa mostruosa provocazione) coprendone la responsabilità criminale. Si deve sapere che, per fatti cui si vuoi dare tanta gravità, c’è stata un’assurda sproporzione tra le accuse e la serietà dell’indagine svolta in merito ad essa: il giudice Amati è venuto a interrogarci solo dopo 7 mesi di detenzione, per poi tornare qualche rara volta, per pochi minuti.

Per i metodi di inchiesta, usati in tutta la vicenda, che attingono dal soppruso e l’illegalità, rendiamo noto che a distanza di tre mesi dall’arresto, il compagno Paolo Braschi è stato «prelevato» dal carcere da agenti dell’ufficio politico (tra i quali il tristemente noto Dr. Calabresi) e condotto oltre Bergamo, senza alcun avviso al suo legale e senza l’autorizzazione della magistratura, e malgrado la sua opposizione, subendo insulti e minacce durante tutto il viaggio. Protestiamo indignati per l’incredibile estradizione concessa dalla Svizzera ai danni del compagno Angelo Della Savia, dopo oltre 7 mesi di dura carcerazione e isolamento, nelle carceri di quel «democratico» Paese. Estradizione accordata su accuse destituite di ogni fondamento, e in ogni caso, per reati di inequivocahile natura politica, tesi, questa che la magistratura svizzera assurdamente e inspiegabiImente non ha voluto riconoscere. Esprimiamo il nostro stupore per il silenzio finora mantenuto su tale violazione flagrante della dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo, delle stesse leggi penali svizzere, e della convenzione europea firmata a Parigi il 12-12-57 ratificata dalla Svizzera il 20-12-66 e in vigore nella confederazione Elvetica dal 20-3-67, in cui all’ar ticolo 3 si stabilisce che l’estradizione viene negata in caso di reato politico o nei fatti connessi a reati di tale natura. E’ sconvolgente e vergognoso che quell’asilo politico che nel XIX secolo veniva concesso ai Bakunin, ai Cafiero, ai Malatesta, ai Kropotkin, viene allegramente rifiutato nell’epoca moderna. Ed è triste che queste regressioni verso una complicità repressiva da «Santa Alleanza» vengano ignorate e taciute.

Protestiamo contro la abusiva detenzione del compagno Tito Pulsinelli, arrestato senza che vi fosse contro di lui la minima prova o il minimo serio indizio di una qualche sua colpevolezza, oltre ad alcune frasi insignificanti messe in bocca a una povera psicopatica, estranea totalmente alla vicenda, che tuttavia è stata assunta a «super-testimone» d’accusa. Protestiamo contro le minacce e le percosse con le quali si son costretti il compagno Faccioli e altri a firmare verbali prefabbricati, di cui Calabresi e soci, si son serviti per incriminare i compagni attualmente detenuti. Ammissioni estorte con la violenza e inutilmente smentiti. Consapevoli della infandatezza delle accuse e della irrilevanza delle prove, gli inquirenti hanno tentato pure una manovra parallela, cercando di farci passare per teppisti, psicopatici, drogati e omosessuali, al fine di screditarci e di umiliarci.

Ricordiamo che tutta l’accusa si fonda sulla credibilità prestata dal giudice istruttore a una testimone mendace creatura della polizia, utilizzandone l’infermità mentale ammessa da lei stessa. Nonostante l’evidente malafede di costei, essa è oggi il pilastro dell’accusa; si giunse addirittura al punto che il giudice istruttore concesse a questa donna un permesso speciale (lei sostiene di averlo ricevuto da ambienti «molto in alto» di Roma) della durata di un’ora, nella saletta dei «Giudici e Avvocati», di S. Vittore, per un colloquio con uno degli imputati. Colloquio durante il quale fu proposto al nostro compagno di fare opera di delazione e di provocazione per conto della polizia a danno degli altri imputati e di tutto il movimento. Ecco che si rivela come le reali intenzioni della polizia siano state quelle di usarci come bersaglio e strumento, per colpire attraverso noi, tutto il movimento anarchico, e indirettamente tutte le forze rivoluzionarie e progressiste del paese, per colpire coinvolgendoli nella vicenda, altri compagni noti per la loro coerenza e il loro impegno militante.

Ci siamo resi conto come la nostra vicenda giudiziaria venga strumentalizzata e manipolata dal governo, che si appresta a dare altri giri di vite e a proseguire nella sua politica antioperaia e reazionaria. Tante altre cose denunceremo durante il processo, dove prenderemo il diritto alla difesa negatoci, de facto, fino ad oggi e il dovere della denuncia di tutte le irregolarità, gli abusi e le ingiustizie subite.

Attuiamo lo sciopero della fame per chiedere l’immediata conclusione dell’istruttoria, la scarcerazione tempestiva, e il diritto di riunirci in un’unico raggio facendo cessare l’isolamento a cui siamo costretti dalla data dell’incarcerazione.

NO PASARAN!

Braschi Paolo

(Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata)

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