da Le Bombe dei Padroni (luglio 1970) Testimonianza di Sergio Ardau

Verso le ore 16,30, di venerdi 12 dicembre, l’interno della Banca dell’Agricoltura, di Piazza Fontana, a Milano, viene sconvolto da una spaventosa esplosione. Agli occhi di coloro che accorrono, si presenta uno spettacolo terrificante: brani di corpi umani straziati, sparsi un pò dappertutto, in un lago di sangue, fra cumuli di macerie. Il primo bilancio è di 14 morti ed un numero impressionante di feriti, più o meno gravi. Mentre le autoambulanze, vanno e vengono, senza sosta, si fanno le prime congetture sulla sciagura; in un primo momento, circola la voce che siano esplose le caldaie del riscaldamento, poi, subito dopo si manifesta, senza più ombra di dubbio, l’atroce realtà: si è trattato di un attentato, una bomba collocata all’interno della banca ha provocato la strage, seminando la morte, fra quanti ignari della terribile minaccia in agguato, si trovavano sul posto.

Poche ore dopo, polizia e carabinieri, si scatenano in una forsennata caccia all’anarchico.

Il sottoscritto, quel giorno, si trovava all’interno del nuovo circolo anarchico di via Scaldasole 5, recentemente aperto, quando, verso le ore 19 circa, irrompe nel medesimo la squadra politica al completo, che si mette immediatamente «al lavoro», buttando tutto all’aria, frugando mobili e rovesciando cassetti, senza come al solito, trovare alcunchè, salvo ciclostilati, giornali, manifestini ed altri stampati, dei quali-in mancanza d’altro, viene fatto abbondante saccheggio. Alle proteste del sottoscritto, circa la mancata esibizione di un regolare mandato di perquisizione, si risponde, con seccata sufficienza, che «non è necessario, stato di emergenza» (?). Il sottoscritto viene «cortesemente» invitato «a favorire in questura» al seguito dei succitati messeri, onde fare una chiacchierata con il «dottore». Sono presenti il Dr. Calabresi, il Dr. Zagari, il Brig. Panessa ed altri ancora di cui non conosco il nome. In quel momento, mentre il sottoscritto si accinge a chiudere il locale, giunge il compagno Pinelli, al quale viene immediatamente esteso l’invito a «favorire» anche lui al solito posto.

Ci assicurano che non credono assolutamente che noi due si possa essere implicati in qualsivoglia maniera, negli attentati di poche ore fa, sanno benissimo che siamo due brave persone non hanno intenzione alcuna di fermarci, nè tantomeno di arrestarci, vogliono solamente avere con noi, «un amichevole e leale scambio di vedute». Stranamente mi trovo preso sottobraccio (sarà una dimostrazione d’affetto?), piuttosto saldamente direi, da due poliziotti, che mi «aiutano» a salire su una 850 Fiat blu, dove mi ritrovo ben stretto fra il brig. Panessa ed il dr. Zagari, mentre il dr. Calabresi, prende posto accanto all’autista. Gli altri poliziotti rimangono appostati nei pressi, in speranzosa attesa di qualche altro incauto pellegrino.

Pinelli che è venuto con il suo motociclo, segue a bordo dello stesso, noialtri in macchina, alla volta della questura centrale. Durante il tragitto, sia il dr. Calabresi, che il brig. Panessa, suo solerte scudiero (novelli don Chisciotte e Sancho Panza!), mi parlano indignati di «una sicura matrice anarchica negli attentati», «di certi pazzi criminali che si sono infiltrati tra noi, tra cui il Valpreda» (?) a proposito del Valpreda, mi chiedono se ultimamente l’ho visto e se frequenta il circolo. Tornano a ripetere «voialtri due siete due bravi ragazzi (Pino ed io), ma dovete riconoscere che tipi loschi come quel pazzo di Valpreda, con il suo codazzo di ragazzini (Aniello D’Errico, Leonardo Claps, conosciuti come Cap e Steven, più gli altri), con la loro esaltazione criminale (?) ci costringono a prendere seri provvedimenti che si ritorcono anche contro di voi, poichè ora non possiamo più tollerare, ciò che in passato abbiamo fin troppo tollerato (?!), dovete rendervi conto che ora ci sono stati quattordici morti e non venitemi a raccontare, tu o altri che sono stati i fascisti, questa è roba da anarchici, non c’è ombra di dubbio (beato lui!) e voi dovete aiutarci a trovarli e fermarli prima che possano uccidere ancora, perchè sono delle belve assetate di sangue. La vostra propaganda anarchica, anche se voi di una certa età, la fate in buona fede, da filosofi idealisti, come te e Pinelli (???!!!) può generare in menti esaltate, l’odio e la violenza ed ecco in quanto è successo, il frutto inumano di quello che avete seminato e di cui siete anche voi (Pino ed io), se non forse materialmente,·credo però che non c’entriate (bontà sua), sicuramente moralmente responsabili, a meno che non collaboriate con noi, per assicurare alla giustizia quei mostri!». Alla mia domanda sul chi è o chi sono, a suo parere «i mostri», mi risponde che ancora non sono del tutto sicuri, comunque di certo c’è che sono stati gli anarchici e che sarebbero «ben curiosi di sapere dove si è cacciato il Valpreda, che nelle dimostrazioni gridava bombe, sangue, anarchia!».

Finalmente arriviamo in questura e, giunti al quarto piano (sez. politica) abbiamo la sorpresa di ritrovarci noi due soli, in uno stanzone pieno di poliziotti, ci fanno sedere uno di fronte all’altro, ad una certa distanza, con un agente seduto fra noi. Calabresi comunica a Pino, che è stata fatta una perquisizione a casa sua, Pino risponde sorridendo che come al solito non hanno trovato nulla. Calabresi e gli altri, fra cui Panessa, si rivolgono a me, chiamandomi sarcasticamente con il solito titolo: «il malfattore» e sia io che Pino, ci mettiamo a ridere. Dottori e brigadieri, si ritirano nei loro covi a cogitare, dato che per il momento, dicono, non hanno tempo di occuparsi di noi. Freneticamente, il folto nugolo di agenti, a gruppetti di quattro cinque per volta, dopo essere entrati ed usciti dall’ufficio di Calabresi, con un foglio in mano e dopo aver consultato la carta topografica della città, appena alle mie spalle, escono di volata, dallo stanzone, chiamando a gran voce gli autisti. Sento fare un sacco di nomi, ogni tanto sento il nome di questo o quel compagno e posso immaginare che stanno andando ad «invitare» anche loro a «favorire». Lo stanzone si svuota, restiamo solo noi due, oltre al nostro angelo custode. Pino mi strizza l’occhio e dice: «mi sa che si tratta di un invito piuttosto lungo, peccato che siamo solo noi due se no, si potrebbe fare un po’ di baldoria», rispondo che presto saremo in folta compagnia; il poliziotto protesta e si agita, dicendo che non possiamo comunicare tra di noi. Passano delle ore, lunghe e monotone, Pino ogni tanto alza la testa (sta facendo dei disegnini su dei foglietti di carta che arraffa sui tavoli vicini) e mi strizza l’occhio sorridendo. Arriva un altro poliziotto, molto meno «formale», che dà il cambio all’altro e si mette dapprima a chiaccherare con me, sulla Sardegna e poi con Pino, sul modo di cucinare le anitre selvatiche, le lepri e la selvaggina in genere. Pino, discute molto interessato e altre ore passano più in fretta.

E’ quasi mezzanotte, cominciano ad arrivare i primi scaglioni di fermati. I compagni anarchici, arrivano a frotte, giovani e vecchi assieme agli m.l. (marxisti-lennisti) di tutte le linee e gruppi. Lo stanzone è ben presto pieno, non tutti possono accomodarsi le altre stanze sono piene anch’esse. Ci scambiamo, fra compagni, le prime impressioni. Viene interrogato Pino, a lungo, poi è la mia volta, seguito a ruota dagli altri. Ci richiamono più volte, Pino ed io, per interrogarci di nuovo e, cosa molto strana, a seguito degli interrogatori, sia miei che di Pino, stendono un sacco di verbali molto generici, circa i nostri movimenti del pomeriggio e ogni volta non si curano di farceli firmare (e fino a sabato mattina, sia io che Pino, non abbiamo firmato, non essendone stati richiesti, alcun verbale). Nei «colloqui confidenziali» (così hanno definito gli interrogatori) Panessa e Zagari continuano a dirci che non credono assolutamente che Pino. ed io abbiamo a che fare con gli attentati, ma che «fra noi ci sono dei “pazzi criminali” (e dagli!) e dobbiamo aiutarli a fermarli, prima che colpiscano ancora, mi chiedono con petulante insistenza, notizie sul «pazzo» Valpreda (se ho idea di dove si trovi, che rapporti ho avuto con lui e che rapporti penso intercorrano fra lui e Pino). Mi chiedono inoltre di G…, F .., di un certo. G … «pazzo» anche lui e di un certo U… R …, che non ho mai sentito nominare prima (mi fanno. capire che gli attribuiscono molta importanza, poi verrò a sapere che si trova a S. Vittore, non so bene perchè). Alludono anche ad Ivo Della Savia e ad una centrale del terrorismo anarchico a Bruxelles, dove è a loro conoscenza che il suddetto si sia rifugiato. Hanno accanto alla scrivania, una borsa di pelle o similpelle, nera, il Dr. Zagari, la apre e ne tira fuori un sacchettino di cellophan, contenente dei frammenti metallici di colore argenteo ed un dischetto, che mi fa vedere invitandomi a prenderlo in mano, al che io decisamente rifiuto (boh??!); un po’ seccato, il funzionario, rimette il tutto nella borsa e riporta la stessa al suo posto. Finito l’interrogatorio, mi ritrovo in mezzo alla babele del famigerato stanzone. Domando a Pino. come è andata per lui e scopriamo che ci hanno chiesto le medesime cose, ovvero notizie sul «pazzo» Valpreda e Pino pensa che fra poco, dovrebbero mandarci a casa.

Viene introdotto una sparuto drappello di «estremisti di destra», visibilmente spaesato in mezzo a tanti «sinistri». Qualcuno di loro, protesta per «l’inaudito affronto», di confondere dei «galantuomini» come loro, con «certa gente»: segue risata generale.

Un vecchietto, il compagno D. L., del «Sacco e Vanzetti», mostra agli agenti un foglio attestante il bisogno di ricovero urgente in ospedale; gli viene risposto in malo modo di stare zitto. Si sono fatte le nove di mattina, il salone si è quasi completamente svuotato e ci ritroviamo accanto io e Pino, e ci scambiamo qualche facezia. Pino sempre del solito umore, ride e scherza, dice che ora dovrebbero lasciarci andare e che non vede l’ora di farsi una bella dormita, poichè sono due giorni che non dorme. Alle dieci circa, le nostre strade si dividono: arriva un agente e mi dice di andare giù con lui, mentre Pinò viene nuovamente chiamato, per un ennesimo interrogatorio. Ci salutiamo e mi dice, credendo che io venga rimesso in libertà, di aspettarlo giù nella strada, fuori dalla questura, che dovrebbero mandare fuori anche lui. Purtroppo, quella è stata la ultima volta che ci siamo visti, perchè io, giunto dabbasso, mi sono ritrovato assieme ad altri compagni, in camera di sicurezza (il compagno D… L… , invitato anche lui, che reclamava per il mancato ricovero in ospedale, ad accomodarsi per cinque minuti in camera di sic., rispose che l’ultima volta che lo fecero entrare in cella, dicendogli trattarsi di cinque minuti, ci vollero degli anni, per venirne fuori!), dalla quale sono uscito; la notte di sabato, per prendere la strada di S. Vittore, mentre Pino si è trovato a dovere prendere, non so fino a che punto di sua volontà (ho i miei dubbi), la strada di una finestra al quarto piano, che lo ha portato a schiantarsi, nel pieno vigore della sua vita, nel sottostante squallido cortile della questura centrale.

Certa gente che troppo bene conosciamo, non contenta di avere, col suo comportamento ed i suoi metodi, fin troppo noti anch’essi, stroncato la vita serena e laboriosa del nostro compagno, cerca ora di infierire su di lui, anche dopo la sua misteriosa morte, mettendo in opera tutte le insinuazioni e gli artifizi di cui è capace, uniche arti in cui ha una non certo invidiabile bravura, al fine di infangare anche il uome onesto ed intemerato di Giuseppe Pinelli. Chi, come me, ha avuto modo di conoscerlo personalmente ed ha potuto constatare ed apprezzare la sua modestia, la sua generosità verso chiunque avesse bisogno di lui, il suo carattere franco e leale, alieno da ogni animosità e da ogni forma di violenza, foss’anche verbale, sente il dovere di difenderlo dalle basse ed ignobili accuse di quanti, approfittano del fatto che egli non può più parlare in sua difesa, per lanciare contro di lui, insulti bavosi, il cui scopo, probabilmente, è quello di coprire la propria finta o reale incapacità, a scoprire i veri responsabili della mostruosa strage di Piazza Fontana, dei quali egli è, assieme alle altre, una vittima innocente, poichè tali belve, sono ancora in circolazione, a dispetto di tanti roboanti e trionfanti comunicati, di certi autorevoli personaggi, con relativo vociante e schiamazzante codazzo di certa stampa di «informazione». Gli sputi, gettati in alto, come dice il noto proverbio, finiscono sempre per ricadere addosso a chi li ha lanciati.

ARDAU Sergio 

Ringraziamo il compagno Pippo di Sicilia Libertaria per averci aiutato a reperire una copia dell’ormai introvabile libro di Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni, Biblioteca delle collane Anteo e Rivolta, 1970 senza il quale questa testimonianza non avrebbe potuto essere riportata 

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