Umanità Nova n17 maggio 2011 Come ti delegittimo la Resistenza …e gli anarchici di Mauro De Agostani e Franco Schirone

È ormai in corso da anni un’opera di riscrittura della storia della Lotta di Liberazione inaugurata, tra l’altro, dai libri di successo di Giampaolo Pansa sulle presunte “atrocità” della Resistenza.

In questo fortunato filone edtoriale si inserisce ora l’opera di Stefano Fabei, I neri e i rossi: tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella repubblica di Mussolini, Mursia, 2011.

L’oggetto del libro è la serie di contatti che, negli ultimi mesi di guerra, avvengono tra esponenti dell’ormai agonizzante repubblica di Salò, ambigui ex antifascisti come Edmondo Cione, Pulvio Zocchi e Carlo Silvestri, esponenti della Curia e della borghesia milanese, finalizzati ad ottenere un pacifico trapasso dei poteri prima dell’arrivo degli Alleati.

Quanto sia “oggettivo” lo storico è dimostrato dal fatto che, mentre non spende una sola parola (ma nemmeno una) sulle atrocità nazifasciste, non perde occasione di dilungarsi sui presunti eccidi commessi dai partigiani. Eccolo discettare sulle “effettive dimensioni della strage” su “bagni di sangue e vendette indiscriminate” (p. 2), “caccia all’uomo: stupri e rapine […] stragi che fecero ammucchiare i cadaveri sulle strade del Nord. […] migliaia e migliaia di morti “ (p. 3-4)

Insomma – secondo Fabei – mentre il fascismo repubblichino tentava generosamente di rispondere “all’ansia del Paese, aspirante, al di là delle lotte fratricide, a quella che si può definire una sorta di ‘palingenesi nell’amore e nella concordia’” (p. 13) sarebbero stati gli antifascisti “in una tremenda sequela di omicidi politici […] a far scoppiare una guerra fratricida […] attraverso l’uccisione di innocenti. A distanza ormai di oltre mezzo secolo dai fatti, da più parti è riconosciuta la tremenda serie di delitti di cui si resero responsabili, spesso sotto semplice pretesto politico, alcuni criminali che dicevano di agire per la libertà o per il socialismo” (p. 18-19) tutto questo (ohibò!) “obbedendo alle direttive degli Alleati” (p. 19).

In tutto il libro lo storico glissa completamente sul fatto la RSI fosse semplicemente uno strumento nelle mani degli occupanti nazisti (i tedeschi compaiono sempre sullo sfondo, mai in un ruolo di primo piano).

Non avremmo necessità di occuparci ulteriormente di questo libro se non vi comparissero, tra i personaggi principali, il socialista Corrado Bonfantini, comandante delle formazioni partigiane “Matteotti” e, al suo seguito, Germinal Concordia neofita dell’anarchismo (da cui uscirà già nel 1946) ed esponente di spicco delle brigate libertarie “Malatesta Bruzzi”.

I fatti narrati sono tutti già noti. Ricordati dalla memorialistica parafascista nell’immediato dopoguerra, oggetto di una ricostruzione da parte dello stesso Concordia nel 1975, limpidamente ricostruiti da Cesare Bermani nella sua opera su Bonfantini[1].

Basterebbe citare in proposito quanto scritto sul Dizionario biografico degli anarchici italiani: Concordia “insieme al socialista Corrado Bonfantini intesse segreti contatti con esponenti fascisti, tra questi il questore di Milano Alberto Bettini, desiderosi di prendere le distanze dai vertici della RSI. Scopo dei contatti stabiliti da C. è quello di favorire un’insurrezione a carattere socialista prima dell’arrivo degli Alleati, guadagnando così maggiore possibilità di manovra e anche, molto verosimilmente, quello di ottenere la liberazione di compagni detenuti e di infiltrare uomini nelle file dell’avversario in posti chiave. In effetti, numerosi prigionieri vengono liberati, in particolare, nell’ottobre 1944, quelli detenuti dalla famigerata banda Koch a Milano.”

Come già ricordava Claudio Pavone nel suo ormai storico saggio[2] la Resistenza è un intreccio inestricabile di guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe in cui ampi settori delle masse popolari, gli anarchici, la sinistra socialista e comunista sperano di poter “rompere le regole del gioco” trasformando la guerra in rivoluzione.

I contatti di cui parliamo sono indubbiamente il risultato di un esasperato tatticismo che se sicuramente produttivo sul piano dell’azione immediata (l’ampia infiltrazione delle “Matteotti” nelle forze fasciste risultò assai utile per la preparazione dell’insurrezione) appare poco sostenibile sul piano etico e politico.

Certamente nessuno storico ha mai criticato Togliatti per “l’appello ai fascisti” del 1936 in cui il PCI dichiarava di fare proprio “il programma fascista del 1919” e ben pochi hanno criticato Stalin per l’accordo con Hitler del 1939, ma come anarchici abbiamo la necessità di avere standard etici più elevati. Non a caso Armando Borghi, giunto a Milano alla fine del 1945, stigmatizzava il “doppio gioco tutto speciale sorto in Lombardia, attorno alla repubblichina promettente… la socializzazione delle proprie ceneri”[3].

Quello che qui ci interessa però è che, rispetto a questi eventi già chiariti, Fabei dà una lettura ed una interpretazione per così dire “nazifasciste” cercando di mostrare consonanze, se non identità, tra i “rivoluzionari” di destra e quelli di sinistra, tra la socializzazione repubblichina e le istanze di rivoluzione sociale degli antifascisti.

Un abbraccio mortale in cui si cerca di annullare ogni differenza e che costituisce un nuovo, più raffinato, passaggio nella decostruzione della storia della Resistenza e, in questo caso, di quella delle sue frange rivoluzionarie. Per rispondere a questo attacco e per ristabilire la verità ci impegnamo, riprendendo il filo di vecchie ricerche, a produre nei prossimi mesi una storia complessiva della lotta degli anarchici milanesi contro il fascismo.

Mauro De Agostani e Franco Schirone

[1] Cesare BERMANI, Il “rosso libero”. Corado Bonfantini organizzatore delle Brigate “Matteotti”, Milano, Fondazione A. Kuliscioff, 1995

[2] Claudio PAVONE, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

[3] Armando Borghi, Conferma anarchica (due anni in Italia), Forlì, L’Aurora, 1949, p. 71

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