Umanità Nova n17 maggio 2011 Pinelli vittima dello squallore elettorale di L’Osservatore lombardo

Nelle alle ultime battute di campagna elettorale, come noto, ogni candidato alla poltrona dà fondo al proprio squallido repertorio e, salito sul palcoscenico, spara le ultime cartucce, le più fragorose, per assicurarsi il plauso ed il voto degli elettori.

A Milano, dove lo scontro tra le due fazioni che si contendono la città è stato all’ultimo sangue, il vice sindaco uscente e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato, con una operazione di puro marketing elettorale, si è lanciato in una sarabanda di iniziative per dare massima visibilità al suo personaggio. Nel giro di pochi giorni, infatti, prima ha presenziato alla consegna ai “poliziotti locali” milanesi dello spray al peperoncino e successivamente ha inaugurato in pompa magna il primo lotto di ben 24 telecamere “intelligenti” di produzione israeliana che, al costo di soli 510mila euro, veglieranno sui sonni agitati dei milanesi.

Ma l’ultima cartuccia, che secondo la sua becera strategia dovrebbe portargli una messe di voti, l’ha sparata per tornare ancora una volta alla carica su quello che rappresenta il vero punctum dolens della destra milanese: la lapide collocata nel 1972 in Piazza Fontana, proprio dinanzi alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Questa lapide, che ricorda Giuseppe Pinelli “ucciso innocente nei locali della Questura di Milano”, da sempre manda in bestia i cittadini benpensanti e lo Stato perché sbugiarda la verità ufficiale, di comodo, e ricorda a tutti quello che è veramente accaduto sull’omicidio del nostro compagno e sulla strage stessa.

“C’è un servitore dello Stato, un uomo di trincea che ha pagato con la vita la sua coerenza. Il commissario Luigi Calabresi continua però nella sua città a subire l’accusa infamante di essere un assassino” ha dichiarato De Corato ai giornali e si è poi rivolto alle massime autorità milanesi, nelle persone di Prefetto, Questore, e Procuratore generale, tuonando: “Togliamo quella vergogna da piazza Fontana e lasciamo solo la targa ufficiale, quella messa dal Comune. L’unica che rappresenta la verità e cioè che Pinelli è morto, e non ucciso, innocente”.

Considerato il personaggio, la sparata di De Corato non può certo sorprendere chi in questi anni ha imparato a conoscerlo per le sue isteriche iniziative securitarie contro centri sociali, writers, rom, immigrati, commercianti ambulanti e tutto ciò che potesse risultargli utile per promuovere la sua immagine di immarcescibile Sceriffo metropolitano, aspirante Rudolph Giuliani “alla milanese”.

Né, d’altra parte, ha stupito più di tanto la contemporanea dichiarazione sul Corriere della Sera di Giuliano Pisapia, candidato per il PD (e del resto della pseudo sinistra) alla carica di sindaco: “È da tutti ormai riconosciuto il fatto che Luigi Calabresi è un servitore dello Stato e ha fatto il suo dovere senza avere responsabilità sulla morte di Pinelli, come di fatto ha ricostruito con estrema correttezza il magistrato D’Ambrosio che non a caso è al mio fianco in questo impegno comune per il cambiamento di Milano”. Proprio così, la persona impegnata con Pisapia “per il cambiamento di Milano” è la stessa che per assolvere Calabresi, i poiziotti e il carabiniere che uccisero Pinelli inventò la tesi del “malore attivo” e dell’autodefenestramento del nostro compagno.

Non che la cosa ci crei particolare sorpresa: queste parole sono la logica e lineare prosecuzione di quella linea politica, dettata da puro opportunismo, che venne portata avanti dalla sinistra parlamentare in tutta la vicenda di Piazza Fontana e che ebbe come risultato finale la sentenza di un giudice “amico”. A ben vedere, infatti, sull’ennesimo tentativo di rimuovere la lapide di Piazza Fontana destra e sinistra dicono esattamente la stessa cosa: il post-fascista, che poi tanto post non è, ed il rappresentante “moderno” di quello schieramento politico che, per nascondere il pieno coinvolgimento dello Stato nella strage, tanto si adoperò perché sulla base di una ignobile e traballante sentenza fosse negata la verità su Pinelli e, quindi, sulla strage stessa.

Stiano pur sicuri tutti i rappresentanti “del cambiamento”: così come abbiamo fatto fino ad oggi, continueremo anche in futuro a sostenere la verità sulla morte di Giuseppe Pinelli e sui fatti di Piazza Fontana. E, come nel 2006, ogni nuovo tentativo di nascondere la verità rimuovendo la lapide ci vedrà determinati a farlo fallire. La lapide resterà dove è oggi, a testimonianza di una strage di Stato.

L’Osservatore lombardo

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