Umanità Nova n19 giugno 2011 Gino Lucetti: “Niente frasi fatte” (su libro Gli angeli neri di Manlio Cancogni) di emmerre

La recente ristampa del libro Gli angeli neri di Manlio Cancogni, riguardante la storia degli anarchici, si presta ad alcune considerazioni critiche. Fin dalla sua prima edizione, nel 1994, era apparso chiaro che più di un saggio di storia si trattava tutt’al più di un romanzo, affollato di falsità storiche, presunzioni politiche e dicerie folkloristiche attorno al movimento anarchico, immancabilmente dipinto a fosche tinte, nel vano tentativo di riecheggiare i personaggi e gli ambienti de I demoni di Dostojevski. Nonostante questa tutt’altro che benevola immagine, sul Corriere della Sera, Arturo Colombo ha criticato Cancogni per l’eccessiva simpatia che comunque ispirerebbe il suo racconto verso certi “cattivi maestri”, avvisando i lettori come “anziché riconoscere qualche valore, ancora attuale, all’anarchia e ai suoi miti libertari, dobbiamo renderci conto del ruolo, della funzione, dell’importanza spettante allo Stato, a ogni Stato”.

Evidentemente – e non può che farci piacere – le bandiere nere e rosso-nere che, nel presente, animano di antiautoritarismo i conflitti sociali internazionali qualche preoccupazione la destano ancora, vista tanta premura da parte di chi difende il potere (dimenticando, nel caso del prof. Colombo, persino la propria matrice liberal-socialista).

D’altra parte, Cancogni ha le sue responsabilità in quanto ha riproposto il suo libro, senza tenere in minimo conto le ricerche, le osservazioni e le acquisite conoscenze sul piano della ricostruzione storica riguardante l’anarchismo, tanto da riprodurre errori, superficialità e vari aspetti di colore divulgati come verità scontate, prestando il fianco a quanti vorrebbero cancellare l’anarchia come prospettiva di liberazione umana.

L’elenco di tali approssimazioni e luoghi comuni sarebbe alquanto esteso, ma ci limitiamo a citare il caso del breve profilo dedicato a Gino Lucetti e all’attentato che mise in atto contro Mussolini nel 1926, segnato da equivoci (l’anarchico avenzino aveva lavorato in cava come lizzatore e non come fochino e, quindi, non era esperto di mine), da imprecisioni (come quella riguardante la morte di Lucetti avvenuta nel 1943 sotto un bombardamento aereo alleato, quando invece fu causata da una cannonata sparata da forze tedesche) o da versioni acriticamente tratte dai verbali di polizia (vedi le bombe SIPE che Lucetti dichiarò di aver recuperato sull’Altopiano d’Asiago per non coinvolgere l’anarchico Tommasini); ma soprattutto quello che davvero appare inaccettabile è il modo di raffigurare in chiave patetica e supponente quello che fu l’attentato che più mise in pericolo la vita del duce ed espresse “la più lucida e chiara volontà politica” (parole di Aldo Garosci) di abbattere il regime fascista.

Secondo Cancogni, Mussolini quasi non si accorse dell’esplosione della granata SIPE a brevissima distanza della sua auto, quando invece poche ore dopo decise l’introduzione della pena di morte per chi avrebbe ancora provato ad attentare alla sua vita, anche solo a livello intenzionale, così come accadde in seguito per gli anarchici Sbardellotto e Schirru. Lucetti era un operaio che aveva imparato a lanciare le bombe a mano nei Reparti d’assalto e più volte si era scontrato con gli squadristi, ma nella storiografia dominante a prevalere è lo stereotipo romantico dell’idealista senza alcuna speranza concreta di modificare il corso della storia e magari s’insinua pure il suo essere stato ingenuo strumento di oscuri complotti in odore di massoneria o di provocazione poliziesca.

Allo stesso tempo torna più comodo riferirsi alla dimensione dell’atto individuale, scollegato da una cospirazione collettiva invece ben attiva all’estero, per sottolinearne la sua solitudine esistenziale speculare all’utopia rivoluzionaria; una visione solipsistica che è lo stesso Lucetti a smentire: “il mio è stato un attentato da proletario”.

Eppure, su la mancata uccisione di Mussolini quel fatidico undici settembre 1926, la figura del suo sfortunato attentatore e i numerosi progetti anarchici di sovversione contro la dittatura fascista, in questi ultimi anni sono state pubblicate alcune ricerche che hanno messo bene a fuoco dinamiche, retroscena e aspetti umani, a partire da un serio studio comparato delle fonti d’archivio, sulla stampa anarchica e quella di regime, nonché attraverso le testimonianze reperibili.

In particolare, nel 2000, edito dalla Coop. Tipolitografica di Carrara, uscì il bel saggio di Riccardo Lucetti, Gino Lucetti. L’attentato contro il Duce (11 settembre 1926), con prefazione di M. Rossi; mentre nel 2010 è stato pubblicato da Galzerano Ed. il lavoro di Marina Marini: Gino Lucetti, Lettere dal carcere dell’attentatore di Mussolini (1930-1943), con prefazione di C. Venza.

Quest’ultimo contributo storiografico, oltre a ricostruire puntualmente la vita e l’azione dell’anarchico di Avenza, raccoglie numerose lettere che lui scrisse ai familiari durante la lunga e durissima carcerazione nelle galere di Portolongone, Fossombrone e nel penitenziario di S. Stefano (definito come la Cajenna italiana), una vetusta costruzione di origine borbonica ma con moderna struttura panottica. Marina, nel presentare con partecipazione e rispetto storico la corrispondenza privata di Gino, ha cercato di coglierne oltre alle convinzioni ideali anche la dimensione psicologica durante oltre 17 anni di segregazione, ed è un tentativo importante in quanto parte integrante della sua lunga resistenza. Sul filo coerente di tale attento e sensibile studio filologico, Marina ha provato ad immaginare la lettera che Lucetti non ebbe il tempo di scrivere, riuscendo ad offrirci un suo veridico testamento, privo di retorica e lontano da certe ricostruzioni romanzesche; d’altra parte, le ultime parole di Lucetti testimoniano solo l’ansia di fare ancora la sua parte nella guerra contro il fascismo: “il tempo passa ed ho paura di non arrivare in tempo”.

emmerre

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