Umanità Nova n24 luglio 2011 Bastardi senza storia (la storia rimossa dell’antifascismo europeo) di Emmerre

Per i rivoluzionari, non ci sono vicoli chiusi, ci sono problemi da risolvere.

(H. Etchebehere, Berlino, 1933; La resistibile ascesa di Adolf Hitler)

Una delle incongruenze politiche che ancora persistono nella storia dei fascismi europei riguarda l’oblio attorno ai tentativi e alle esperienze di resistenza armata antecedenti l’affermazione dei regimi totalitari, quando la reazione si muoveva ancora sul piano dello squadrismo e del terrorismo anti-proletario.

La nebbia storiografica che avvolge queste pagine cruciali sembra voler celare una verità oltremodo scomoda: l’avvento delle dittature nazifasciste poteva essere impedito dall’organizzazione della contro-violenza della classe lavoratrice, ovviamente fuori dai confini dalla legalità democratica e del parlamentarismo. Una contromisura efficace doveva infatti anche saper prendere l’iniziativa prima che fosse troppo tardi, invece – come osservato da Emilio Lussu – i dirigenti del socialismo riformista “non si sono neppure posti l’alternativa della scelta fra offensiva e difensiva”.

Ulteriore paradosso è che, mentre si rivendica la necessità della lotta armata partigiana quale premessa indispensabile della liberazione nel 1945, si elude la circostanza per la quale la stessa guerra civile andava combattuta con altrettanta determinazione un ventennio (in Italia) o un decennio prima (in Germania).

Col suo ultimo e prezioso libro, Valerio Gentili torna a mettere opportunamente il dito in questa contraddizione tutt’ora aperta, allargando l’orizzonte della sua ricerca (iniziata con gli Arditi del Popolo) a Germania, Austria, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Spagna… facendoci conoscere le diverse organizzazioni paramilitari di sinistra – in gran parte composte da reduci della Grande Guerra – che contesero palmo a palmo la penetrazione sociale, culturale e persino estetica delle forze controrivoluzionarie.

Dentro tale conflitto, particolarmente cruento in Germania (ma con un numero di vittime non dissimile da quello registrato in Italia nel biennio 1921-’22), vengono messi in risalto molteplici aspetti: la necessità di un’adeguata difesa attiva da parte delle organizzazioni della sinistra di classe come unica garanzia delle libertà politiche e sindacali oltre che dell’incolumità dei propri attivisti; il coinvolgimento di soggettività ai margini sia della classe operaia che della cosiddetta legalità (ex-combattenti, disoccupati, sottoproletari, ribelli sociali, espropriatori…) al fine di sottrarle all’arruolamento nelle file nemiche; l’utilizzo delle diverse forme di propaganda attiva nonché la fascinazione dello stile guerresco, rappresentato da divise e sfilate, e della contrapposizione (ma anche imitazione e sovrapposizione) simbolica.

Questa sorta di proselitismo non immediatamente ideologico in grado di aggregare e incanalare “a sinistra” significativi settori popolari, percorsi dall’insofferenza verso le contingenti condizioni materiali di vita e da sentimenti di rivolta antisistemica, se da un lato permetteva la mobilitazione attiva di soggetti difficilmente inseribili nella routine sindacale e politica, dall’altro privilegiava approcci, parole d’ordine e forme dell’agire sul confine alquanto labile e poroso tra cameratismo e solidarietà di classe, tra rivoluzione e restaurazione, tra socialismo e populismo, tra internazionalismo e patriottismo.

In questa terra di nessuno – va comunque osservato – la competizione e la lotta senza esclusione di colpi fra le principali forze in campo (socialdemocratici, comunisti, nazionalisti, nazionalsocialisti…) vide comunque l’agitazione di tematiche e modalità d’intervento che resero fluido e frequente il passaggio da una parte all’altra della barricata, anche in base a chi secondo la logica del più forte risultava il vincente del momento.

D’altronde, alcuni punti fermi – seppure declinati in modo diverso – accomunavano entrambi gli schieramenti: il prevalere dell’azione sulle idee, la disciplina militaresca verso le gerarchie, la necessità della guida carismatica di un duce, l’ostentazione del virilismo, la retorica dell’onore, l’etica produttivista, la strenua difesa dello stato-nazione fosse questo quello prussiano o quello sovietico, oppure la loro cupa sintesi teorizzata dai nazionalbolscevichi.

Emblematico, ad esempio, che un certo numero di SA, prima d’indossare la camicia bruna, avesse fatto parte delle milizie operaie o dell’estremismo rosso, esprimendo una medesima ribellione anti-borghese, ma finendo in molti casi inquadrato nei reparti delle SS dopo aver giurato obbedienza e fedeltà eterna ad Hitler.

D’altro canto, nel momento in cui si giocava la carta di “ammaliare e incantare la fantasia delle masse”, piuttosto che renderle consapevoli e protagoniste della propria emancipazione, si entrava nel terreno minato delle suggestioni rinunciando a quello delle convinzioni, col rischio di subire un repentino cambio della direzione del vento. A dimostrazione che la subordinazione del mezzo rispetto al fine, comporta sempre il pericolo che quanto è ritenuto sovrastrutturale può rivelarsi come struttura dominante.

Questo errore, tipico di ogni posizione autoritaria, fu probabilmente tra i migliori “alleati” del nazismo, agevolato anche dalla liquidazione dell’opposizione libertaria, anarchica e anarco-sindacalista tedesca che, dopo aver partecipato alle insurrezioni spartachiste e consiliariste, sostenne tra i lavoratori il ricorso all’arma dello sciopero generale affiancato dall’autorganizzazione in piccoli nuclei della guerriglia contro i nazisti, evidenziando la necessità di emanciparsi dalle dirigenze dei partiti socialista e comunista che con le loro diatribe per il potere resero impossibile non solo un Fronte unico ma neanche un’intesa operativa in funzione antifascista.

Anche in Italia, analoga era stata la parabola del “sovversivismo nazionale”: se in un primo momento il fascismo “diciannovista” attirò e coinvolse soggetti sicuramente non reazionari; in un secondo tempo, non pochi sindacalisti rivoluzionari, legionari fiumani e arditi dopo aver osteggiato Mussolini e combattuto le sue squadracce, finirono per passare disinvoltamente armi e bagagli al fascismo.

Dinamiche e questioni irrisolte che, ancora oggi, gli antifascisti e gli antirazzisti non possono evitare d’affrontare, ma che non devono neppure costituire l’alibi per rinunciare ad agire. La crescente e pervasiva presenza del fascismo nella società attuale, nel momento in cui minaccia e aggredisce libertà nelle strade come nella testa delle persone, richiede risposte che non possono limitarsi al contrasto fisico né sul piano culturale; ma tornare ad essere pratica sociale e scelta coerente di libertà: “piegarsi vuol dire mentire”.

Emmerre

Valerio Gentili, Bastardi senza storia. Dagli Arditi del Popolo ai Combattenti Rossi di Prima Linea: la storia rimossa dell’antifascismo europeo, Roma, Castelvecchi, 2011, pagg.186 con foto, Euro16.

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