Umanità Nova n44 27 dicembre 1969 Non ci difendiamo ACCUSIAMO! di Mario Mantovani

Umanità Nova 27 dicembre 1969 Mario Mantovani Lo ripetiamo: c’è tanta umanità in noi anarchici, tanto odio per la violenza selvaggia e fine a se stessa, da trasformare l’orrore per la mostruosa quanto inconcepibile strage di Milano in profonda rivolta contro chi, cinicamente strumentalizzando la generale commozione, tenta di associare una qualsiasi ideologia ideologia progressista – e particolarmente quella libertaria – in freddo calcolo di profitto sullo sterminio di vite umane.

Intima rivolta, la nostra, contro una tale profanazione del dolore per le vittime ignare, che non si appaga del momentaneo – anche se certamente sincero – sdegno popolare. Rivolta che perdurerà in noi anche quando tutti avranno dimenticato, come dimenticati sono stati i caduti degli eccidi proletari (di cui riportiamo un incomplete elenco per gli immemori, in altra parte del giornale) e come soltanto cronaca distrattamente seguita è oggi quella che ci fa conoscere il vergognoso verdetto che risparmia ai consapevoli autori dell’immane tragedia del Vajont – 2000 vittime della speculazione e del criminale affarismo – un sia pur unico giorno di prigione.

La “caccia all’anarchico” di questi giorni, su cui si è sadicamente riversata la stampa di vario colore, ma convergente sull’unico proposito, commune a certi funzionari di polizia, di “coprire” i veri promotori del terrorismo da Guerra civile, ha tutti gli aspetti di un piano predisposto da lunga data. Organizzato, anche, con mano esperta da ben altri spietati tecnici del terrore che non siano quelli del gruppetto rastrellato con inconsueta rapidità dalla polizia di Milano e di Roma

Misteriose coincidenze di una crociata

Un piano “celere”, con uno svolgimento per così dire cronometrato. Inizia i suoi sviluppi subito, il mattino del 13, all’indomani degli attentati. La coincidenza con l’espulsione della Grecia dal consiglio d’Europa, avvenuto il giorno prima, non viene rilevata, come trascurate sono le rivelazioni della stampa inglese sull’opera di sobillazione svolta in Italia da agenti da agenti dei colonnelli implicati negli attentati del 25 aprile a Milano. Come, ancora, non sono annotate le sintomatiche allusioni del dittatore di Atene, Papadopulos, all’indomani della scomunica europea (e degli attentati) dirette ai paesi occidentati: “ Attenzione – egli avverte – la democrazia nei vostri paesi è in pericolo. I vostri paesi si trovano davanti ad un tempesta. Il comunismo non è più un pericolo nel mondo. I Paesi occidentali sono minacciati dall’anarchia…”.

Una crociata antianarchica, dunque, sotto la guida dei colonnelli di Atene?

Il “Corriere della Sera” di Milano, lo stesso giorno, forse per un fenomeno di telepatia col dittatore greco, avanza subito l’ipotesi dell’attentato “anarchico” e, per meglio indirizzare l’opinione pubblica contro gli anarchici, cita l’esplosione al teatro “Diana”, nel ’21, alla ricerca di assurdi parallelismi. Omettendo, tra l’altro, che in quel lontano attentato non era estranea l’opera di provocatori e di mandanti e che, a pochi minuti dalla strage, “inspiegabilmente”, una preordinata incursione di fascisti era pronta nelle vicinanze ad invadere e devastare la sede di “Umanità Nova”, allora quotidiano anarchico diretto da Malatesta.

Passiamo oltre. Al “Corriere” fa seguito, con immediatezza, la catena della stampa reazionaria. A Roma, un mare di manifesti fascisti incitanti a formare “squadre d’azione per salvare la patria” inonda la città quasi contemporaneamente agli scoppi di Milano e Roma. Già il “Borghese”, settimanale fascista, verso la fine di novembre, a proposito delle attività squadristiche di Pisa, Torino, Napoli, Latina e Milano, parlava di “una reazione (all’uccisione del poliziotto Annarumma, n.d.r.) incoragiata da noi” (cioè dai fascisti). E aggiungeva: “E’ necessario non soltanto non allentare la tensione, ma accrescere il ritmo e l’aggressività dell’azione sulle piazze… Non è più l’ora dei colonnelli. E’ vero. Ma soltanto in quanto il nemico da battere non richiede colonnelli: bastano i sergenti, purchè abbiano voglia di battersi e la gente disposta a seguirli”.

Il fascista “Borghese” pensava forse, al fine di mantenere il “ritmo”, ai vari “sergenti” alla Valpreda da mandare avanti in avanscoperta, utilizzando l’ambivalenza dei loro gruppi provocatori neofascisti tipo “22 marzo” e simili, truccati di anarchismo. Poi, dopo i “sergenti”, sarebbero venuti i “colonnelli” a far tabula rasa, passando dall’eliminazione della punta anarchica a quella della soppressione di ogni libertà per tutti, movimento operaio in testa. Esattamente come è avvenuto nelle sanguinose vigilie della marcia su Roma, pretesto il “Diana”, ma anche gli scioperi e le rivendicazioni operaie – non lo si dimentichi – come oggi.

Un funzionario ben “orientato” 

Dopo la stampa più squallida, nelle stesse ore, si direbbe come da ordine ricevuto, fanno coro al “Corriere” le dichiarazioni di un funzionario della “politica” di Milano, il dott. Calabrese. Mentre il questore Guida, ben noto agli antifascisti relegati al confino nell’isola di Ventotene dove egli era inflessibile direttore agli ordini di Mussolini, assicurava che le indagini si svolgevano “in ogni direzione”, anche internazionalmente, il dott. Calabrese non si peritava di dichiarare che l’attentato “era roba da anarchici” e che i responsabili andavano ricercati esclusivamente “fra gli estremisti di sinistra”. Non aveva rilievo, per lui, il fatto che a Milano, nel 1969 ed in soli sei mesi, cinque dei dieci attentati al tritolo o con bottiglie Molotov avvenuti, erano stati inoppugnabilmente attribuiti a fascisti e che del sesto, il più grave, quello alla Fiera, erano seriamente indiziati degli agenti greci.

Tutto si collega. Il funzionario Calabrese è uno degli interroganti del povero Pinelli, anarchico, “suicidato” nelle note ed oscure circostanze. Oscure, ma per l’opinione pubblica e per noi, lo sono però fino ad un certo punto. L’inchiesta “ufficiale” promossa dalla magistratura circa la morte del nostro compagno, per essere svolta “in famiglia”, con l’esclusione di periti di fiducia della difesa, non è certo fatta per convincere. Ben venga, quindi, l’iniziativa di Peter Weiss di interessare al caso il Tribunale internazionale Russell (che, recentemente, ha reso noti i risultati della sua inchiesta sull’incendio del Reichstag nel 1934, dopo quelli sui massacri nel Vietnam) e il Comitato internazionale per i diritti dell’uomo di Stoccolma.

Nel suo libro “Quest’Italia”, il noto giurista e sociologo Saverio Merlino scriveva, parlando di tribunali e di polizia rimasti borbonici vent’anni dopo l’unità d’Italia, che al tempo del processo degli anarchici di Milano (novembre 1889) il presidente rispose a una protesta rivolta da un accusato agli agenti i polizia: “ Bah! Sapevano bene con chi avevano a che fare” (testuale). E, per arresti di anarchici avvenuti a Napoli in occasione della venuta, nel marzo 1889, ospite del re, il kaiser Guglielmo, “la polizia inventò anche un complotto con delle bombe, ma esso fu sventato dopo alcuni di carcere preventivo degli arrestati”.

Le bombe, a Milano ci sono state. Ma il povero Pinelli era soltanto reo di essere anarchico. Il questore Guida era stato troppo sollecito ad affermare pubblicamente che l’alibi presentato dalla vittima era caduto, che nessun verbale d’interrogatorio era stato steso prima del “suicidio”. Falso. Di alibi per la povera vittima ve ne sono stati fin troppi, e tutti riconosciuti validi. Ne sono saltati fuori tre, ora, non uno solo. Ed è basandoci su tali patenti menzogne che l’opinione pubblica dovrebbe prestare la minuma fiducia alle contraddittorie asserzioni poliziesche ed all’ammaestrata inchiesta ufficiale?

Un Valpreda tutto fare

Non ci interessa parlare del Valpreda, designato quale quale animatore, circondato da un gruppetto di giovani esaltati, di un circolo sedicente anarchico dove pullulavano elementi squadristi, feticisti del culto della violenza distruttiva. E’ stato unanimemente accertato che il Valpreda ed i suoi amici nulla avevano in comune col movimento anarchico e, tanto meno, con una qualsiasi ideologia libertaria.

Ma l’affrettata indagine poliziesca e giudiziaria, seguita dalla stampa che subitamente ha organizzato la “caccia all’anarchico”, non ha altro da offrire all’opinione pubblica che un miserabile relitto umano per configurare la mostruosa tragedia milanese? Perchè, con altrettanta prontezza, stampa e polizia non fanno parola sui sicuri mandanti ben attrezzati, in grado di “organizzare” e di manovrare gli esecutori degli atti terroristici?

E se poi risultasse – come da qualche parte si sussurra – che il Valpreda, principale accusato, era un confidente della polizia in veste di provocatore, come tanti ve ne sono stati nella storia dei “complotti” anarchici del passato? Valpreda è affetto da una grave malattia: domani può sparire senza bisogno di “suicidarlo” . Il colpevole-copertura sopravviverebbe nei verbali e la leggenda degli anarchici terroristi, nel cervello dei semplici, pure. Quale migliore e provvidenziale epilogo per le fatiche poliziesche e per l’incolumità dei “mandanti” di alto rango rimasti anonimi?

Ipotesi, certo. Ma di queste se ne possono avanzare altre. Ammesso che il Valpreda giunga in assise, basterà il confronto col tassista milanese a costruire prova di colpevolezza? A parte il “modo” con cui il confronto all’americana è stato fatto (“identikit” mostrato preventivamente al teste e, forse, anche una fotografia), il parere dei giuristi sembra essere che un confronto costituisce un indizio soltanto per l’accusa, non la dimostrazione della colpa. Senza altre prove convincenti, senza la confessione dell’indiziato, vi è allora il “rischio” di dover assolvere?

Non inoltriamoci oltre nel labirinto delle ipotesi, delle contorsioni della stampa e degli inquirenti.

Comune difesa delle libertà fondamentali

All’opinione pubblica, interessa che, sul buio pesto fatto attorno ai mandanti ed ai promotori del piano terroristico con chiaro indirizzo di restaurazione reazionaria, sia fatta la luce più completa.

Non lo diciamo per noi in quanto anarchici, depositari di un passato di civiltà e di umanità che non richiede difese, ma che si impone da solo. Semmai, quella degli accusatori è la nostra veste.

Lo diciamo invece a guisa d’appello e di offerta a tutti coloro che hanno lottato e sono pronti a lottare per impedireil ritorno alle esecrande pratiche di persecuzione del pensiero, dell’uomo, del lavoratore, il cui ricordo è ancora cocente.

Sul rifiuto assoluto del terrorismo gli anarchici si sono già chiaramente espressi, nel comportamento e negli scritti, in ogni circostanza e, in modo conclusivo, in occasione degli atti dinamitardi della primavera scorsa a Milano e altrove.

Gli anarchici dicono fermamente no alle bombe ed ai bombardieri. Si cerchino i responsabili fra coloro per i quali l’uso della violenza, privata o di Stato, costituisce dottrina e costume.

Diciamo inoltre, ai nostri compagni militanti, giovani o vecchi, siano essi o meno con noi nella FAI: superiamo i dissensi formali se concordiamo nel respingere la violenza fine a se stessa, priva d’ogni prospettiva libertaria. Uniamo i nostri sforzi, da fratelli, per montare la guardia alle nostre idee contro l’offensiva di chiunque osi infangarle. E, con i nostri ideali, prepariamoci a difendere saldamente le libertà essenziali dell’uomo civile, di tutti gli uomini.

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