Lotta Continua 1 ottobre 1970 Pinelli, un rivoluzionario.

 

Lotta Continua 1 ottobre 1970 disegno Claudia Pinelli     Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario; ucciso dalla polizia come migliaia e migliaia di proletari che lo stato borghese ammazza nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, nei cantieri. 174 proletari caduti sotto il fuoco di polizia e carabinieri dal 1947 ad oggi, 2270 operai morti ogni anno sul posto di lavoro, vittime della fatica, della nocività, della disciplina. La violenza legale, elemento irrinunciabile dello stato borghese, dello sviluppo capitalistico, del controllo sulla classe operaia, consuma i suoi crimini per sopravvivere e rafforzare il suo dominio. La lotta di classe del proletariato, autonoma rispetto agli interessi della produzione e al progetto di forzata pacificazione delle organizzazioni riformiste, provoca inevitabilmente la rappresaglia dello stato.

Le 16 vittime della strage di Milano e l’uccisione di Pinelli sono la faccia criminale dell’affannosa e disperata difesa del capitale, messo alle strette dall’offensiva proletaria. L’altra faccia è il puttanesco tentativo riformista di coinvolgere la classe operaia nella gestione del proprio sfruttamento. Giuseppe Pinelli, operaio e rivoluzionario, buttato giù da una finestra del quarto piano della questura perché aveva capito la natura del complotto di stato. Gli opportunisti, gli stupidi, i legalisti possono ignorare la cosa, scandalizzarsene, strumentalizzarla per mettersi d’accordo coi padroni e acquistare una fetta di potere. E lo fanno ampiamente e dovranno rispondere anche di questo. Chi attribuisce la morte di Pinelli al fatto che la costituzione non viene applicata, chi tace su di essa perché «estranea alla coscienza delle masse» e preferisce fare le processioni commemorative, chi aspetta che il caso Pinelli venga archiviato per esprimere la propria indignazione, ritenendo che anche questi (PCI, PSI e i loro leccaculi del M.S. della statale di Milano) non possono parlare di Pinelli, stanno dalla parte dei suoi assassini, come chi, la sera delle bombe, nelle aule dell’università Statale, imbecille più ancora che provocatore, attribuiva gli attentati agli anarchici, «storicamente avventuristi ed estremisti».

Tutti questi devono tacere, o commemorare i propri futuri caduti: i Berlinguer, i Novella e i Saragat. Di Pinelli possono parlare i proletari, quelli che ogni giorno combattono la loro guerra di classe e rifiutano i compromessi, le trattative, le rese. Perché Pinelli era uno di loro, e come molti di loro è stato ucciso. E’ un morto «di parte» quindi, ucciso da quelli che difendono la parte avversaria, ma non un morto di gruppo. I rivoluzionari non sono divisi in sette  Ammazzando Pinelli non è stato colpito il movimento anarchico, ma l’avanguardia rivoluzionaria del movimento di classe; ammazzando Pinelli, il potere ha tentato di dare una lezione alle migliaia e migliaia di proletari che nelle fabbriche, nella campagne, nei quartieri, nelle scuole decidono di prendere in mano il loro destino per trasformare radicalmente la loro vita, con l’unico strumento di cui dispongono: la violenza rivoluzionaria di massa, che è tutto l’opposto e la negazione della violenza vigliacca di chi mette le bombe e di chi ammazza con un volo dalla finestra. Ammazzando Pinelli hanno creduto di eliminare un «estremista», perché la sua fine fosse di avvertimento agli altri «estremisti». Ed è qui che gli assassini hanno sbagliato completamente i loro conti. Il nemico è una tigre di carta, e per giunta stupida; essendo fuori e contro le masse non ne conosce la realtà. Non sa che gli «estremisti» oggi sono milioni di uomini e di donne, sono tutti gli sfruttati che non vedono altra soluzione alla loro miseria che la lotta di classe e che esprimono la volontà e la coscienza della parte più grande e migliore degli uomini. Sopprimendo «l’estremista» Pinelli non potevano mettere a tacere l’estremismo di massa. Questo è oggi, più che mai, voluto e praticato nelle strade e nelle fabbriche; e la morte di uno di loro è stato per i proletari un elemento da aggiungere a quella somma di violenze di cui chiederanno conto ai loro sfruttatori; è stata per le masse un’occasione per la comprensione più ampia e generale della natura del sistema capitalistico e della necessità del suo abbattimento. Giuseppe Pinelli è quindi dentro questa lunga stagione di lotta degli sfruttati di tutto il mondo, col diritto che gli deriva dalla sua coerenza di rivoluzionario, dalla sua esperienza di proletario, dalla sua storia di lotte, di fatica, di sfruttamento.

«Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno uguale valore. Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del monte Tai e la morte di altri è più leggera di una piuma. La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del monte Tai, ma la morte di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori è più leggera di una piuma. Dovunque c’è la lotta, c’è sacrificio e la morte è un caso comune. Ma noi abbiamo a cuore gli interessi del popolo e quindi morire per il popolo significa morire di una morte degna. Da oggi in poi chiunque di noi muoia, sia un combattente o un cuciniere purché abbia svolto un lavoro utile, sarà per noi accompagnato all’ultima dimora e commemorato».

Giuseppe Pinelli nasce a Milano nel 1928 nel quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare. Studia come autodidatta. Nel 1944-45 a 16 anni, partecipa alla resistenza con un gruppo di partigiani anarchici che opera a Milano. Trova lavoro nelle ferrovie come manovratore. Si sposa e ha due figlie.

Si unisce agli anarchici di Gioventù Libertaria, e negli anni successivi è tra i fondatori dei circoli Sacco e Vanzetti, Ponte della Ghisolfa e via Scaldasole. E’ militante dell’Unione Sindacale Italiana e della Crocenera Anarchica. Come tale si occupa dell’opera di difesa e assistenza dei compagni colpiti dalla repressione.

Il 12 dicembre 1969 viene fermato al circolo di via Scaldasole da Calabresi, Zagari e Panessa e portato al 4° piano della questura nell’ufficio di Calabresi. Rimarrà in questura venerdì notte, tutto il sabato, la domenica, il lunedì. Il commissario Pagnozzi dà ordine ad alcuni poliziotti di «riservare al Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione tutta la notte».

L’ultimo interrogatorio è la notte del 15 nell’ufficio di Calabresi. Intorno alla mezzanotte viene spinto giù dalla finestra, dopo che un colpo di karaté gli ha procurato una lesione bulbare.

I suoi assassini sono Marcello Guida, questore di Milano; Antonino Allegra, capo della squadra politica; il commissario aggiunto di P.S. Luigi Calabresi; il tenente dei carabinieri Sabino Lo Grano; i brigadieri Panessa, Mucilli, Caracuta e Mainardi.

Al funerale di Pinelli partecipano 3000 compagni.

Licia Pinelli: “… non si può tutti e sempre continuare a tacere”

Cari compagni,

sin dall’inizio ho seguito la vostra coraggiosa battaglia in difesa della verità e contro una repressione subdola e prepotente che a Milano, come altrove, cercava e cerca tuttora, di instaurare un nuovo fascismo, addirittura peggiore di quello precedente.

Avrei voluto da tempo esprimervi la mia solidarietà ma solo ora, in occasione del primo processo alle cause e ai responsabili della morte di Pino, ho sentito anche il «dovere» di farlo.

In Italia anche questo può costare caro (e voi lo sapete bene!) ma non si può tutti e sempre continuare a tacere.

Con stima

Licia Rognini Pinelli

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Una Risposta to “Lotta Continua 1 ottobre 1970 Pinelli, un rivoluzionario.”

  1. Giornale Lotta Continua « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

    […] Lotta Continua 1 ottobre 1970 Pinelli, un rivoluzionario. […]

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