Lotta Continua 15 ottobre 1970 Il processo di Milano Dichiarazione di Pio Baldelli

 Lotta Continua 15 ottobre 1970

Ho accettato di essere direttore responsabile di «Lotta continua» perchè le vigenti leggi italiane sulla stampa impongono come responsabile un professionista.

Condivido l’impostazione del periodico, pur non avendo partecipato alla redazione dei vari articoli comparsi nel tempo della mia direzione. In particolare, non ho partecipato in alcun modo alla redazione dei singoli articoli su Pinelli e la sua morte, ma sono d’accordo sulla posizione assunta. Per il seguente motivo: la versione ufficiale dei fatti risulta assolutamente inverosimile. Al suicidio di Pinelli non crede nessuno; per numerose ragioni, tra le quali:

– la figura e il passato di Pinelli; la sua biografia politica è nota e verificata: è la biografia di un militante che ha sempre lottato per gli interessi della classe operaia;

– l’innocenza legata all’alibi: gl’inquirenti proclamarono che l’alibi era franato, e invece alla prova dei fatti l’alibi ha retto saldamente;

– la pluralità di dichiarazioni contraddittorie di funzionari di polizia;

– l’orientamento palesemente prestabilito ad incolpare a precipizio gli anarchici italiani;

– l’esclusione della difesa dalle indagini.

Questa inverosimiglianza ha fatto respingere da gran parte dell’opinione pubblica, e non solo in Italia, la versione del suicidio. Ne consegue che a questo processo non rappresento altro che una voce, una testimonianza tra tante di questa coscienza politica di base popolare circa la morte di Pinelli. La consapevolezza della uccisione di Pinelli s’inquadra, necessariamente, in una spiegazione politica, come le tessere di un mosaico. Difatti la morte di Pino costituisce l’anello debole di una cospirazione violenta a livello internazionale.

In breve. Alla base e filo conduttore degli avvenimenti stanno le poderose lotte di massa per il rinnovo dei contratti durante l’estate e l’autunno scorsi. Esse furono segnate da particolari caratteri: partecipazione di massa, durezza e continuità, scoperta di nuove forme di potere, invecchiamento rapido delle deleghe alla guida sindacale e partitica, infine parole d’ordine che interessavano non solo il salario ma puntavano alla struttura del potere in fabbrica e nell’assetto sociale, verso la conquista dell’autonomia della classe operaia. Lo equilibrio dell’Ordine rischiava di uscirne sconvolto a cominciare dalla pratica sociale della gerarchia del sindacato. Le centrali del potere reazionario, le istituzioni tradizionali e la borghesia italiana nel suo complesso prevedono, con la caduta del profitto, la frana delle proprie consuetudini di potere. La forza della spinta operaia, le alleanze che la classe operaia riesce a stabilire con settori avanzati della popolazione minacciano di oltrepassare due livelli di guardia: la difesa dell’assetto di conservazione affidata alla struttura parlamentaristica e, sul piano internazionale, il ruolo di sudditanza che la strategia politico-militare dell’imperialismo aveva assegnato all’Italia come uno dei settori più importanti dell’Europa nel contesto della coesistenza pacifica Usa-Urss. Ne deriva, da una parte, l’accelerazione di un processo, avviato da qualche tempo, verso la modifica della struttura del potere in direzione della repubblica presidenziale, una linea che passa anche in mezzo al cosidetto campo dell’antifascismo; dall’altra parte, l’urgenza di interventi diretti dell’imperialismo che, secondo una prassi collaudata in cento occasioni, servano ad imbrigliare questo minacciato slittamento dell’Italia. A questo punto s’incontrano due circostanze complementari, che tuttavia agiscono su piani e misure interamente diversificati. Per la prima. L’Italia ha conosciuto in questi anni una serie fittissima di attentati, bombe, ecc. Azioni a volte coordinate, altre indicano un pullulare di teppismo politico in una semina di bombe alla spicciolata. E qui troviamo le bande fasciste e l’intervento di spie ed agenti che la polizia infiltra in certi gruppetti della «sinistra extraparlamentare»: si fomentano azioni irresponsabili, si arriva anche a finanziare incontri, pur sporadici, tra elementi di questi gruppi e l’estrema destra. Il riepilogo di questa prima circostanza sta nella storia del circolo «22 marzo». Su un piano interamente diverso operano, invece, al vertice dell’imperialismo, la CIA, in prima persona e, in via subalterna, le forze che in Italia agiscono come creature e strumenti dell’imperialismo statunitense: un personale politico che oggi detiene alcune delle fondamentali leve del potere (dalla polizia all’esercito, dai maggiori strumenti di comunicazione di massa, a organizzazioni clandestine). Ed ecco la scissione del partito socialista italiano; gli incitamenti al linciaggio dei militanti della «sinistra extraparlamentare», avviato e guidato dopo la morte dell’agente Annarumma; il piano di organizzazione del terrorismo condotto da specialisti di altissimo livello che culmina, per ora, nella strage di Milano; la caduta del governo per un centro-sinistra «più moderato» e per bloccare il processo di lento inserimento del partito comunista italiano nell’area governativa; la repressione scatenata nelle terre di antico feudo: Veneto, e Trento in particolare.

La scelta del momento degli attentati, la perfezione tecnica dei dispositivi e la preparazione operativa che hanno dimostrato gli esecutori, la «copertura» preparata, indicano che solo una organizzazione che faccia capo alla CIA può avere personale tecnico, interessi politici e decisione criminale sufficienti per progettare le stragi, poi non completamente riuscite.

Risultano chiari, credo, in questo contesto i motivi della morte per uccisione dell’anarchico Giuseppe Pinelli. E anche l’accanimento con il quale il giornale incriminato, mediante articoli e disegni, ha puntato su questo argomento. Non si trattava, non si tratta di una persecuzione privata o di un conto personale fra un gruppo di militanti politici e un commissario di polizia o certi agenti, ma di impedire in ogni modo che un momento primario di una trama politica feroce venisse messo in disparte, cadendo nell’indifferenza e nell’inerzia dell’opinione pubblica. Per questo scopo si possono correre, come accusati, anche dei rischi personali, cercando la coerenza tra le cose che si dicono e le cose che si fanno.

La morte di Pinelli svela, dunque, un momento particolarmente significativo della lotta di classe che si combatte oggi nel nostro paese, e diventa un sintomo tragico della violenza propria del sistema basato sulle leggi del profitto. Tale sistema di dominio tuona da ogni pulpito contro la violenza, ma vive praticando quotidianamente quella violenza classista che torchia e degrada l’uomo dall’inizio al termine dell’esistenza. Il potere di classe fa violenza con gli armamenti, la guerra, la galera e le torture, ma anche con i poteri della cultura prezzolata, con l’impiego bugiardo dei mezzi di informazione, con la selezione scolastica, con la rappresaglia e l’esclusione, con gli «omicidi bianchi» nei luoghi di lavoro, con lo sfruttamento, il razzismo, la invasione colonialistica e neocolonialistica, con l’ingiustizia praticata coi codici e senza i codici, con l’uso neutro della scienza e della tecnologia, predicando le differenze sociali come necessarie disuguaglianze di biologia.

Mi trovo dunque qui, al rendiconto del tribunale, perchè sono persuaso che l’intellettuale – insegnante o scienziato o giudice o prete o altro che sia – possa essere utile oggi alla causa del proletariato e quindi alla causa della giustizia solo riconoscendo la identità della sua situazione con quella delle classi oppresse e impegnando la sua coscienza civile ad analizzare questa situazione di violenza quotidiana e a partecipare alla sua trasformazione rivoluzionaria. La condizione base che consente l’esercizio pieno, a mio parere, della giustizia risiede, per noi, nell’abolizione dello sfruttamento. Pinelli significa i proletari e un livello avanzato della coscienza di classe del proletariato. Sarà la crescita e la durezza dello scontro di classe a sottrarlo alla dimenticanza in cui in troppi lo si vorrebbe seppellire un’altra volta.

Lotta Continua 15 ottobre 1970 n02

Vilipendio non esser d’accordo con Capanna

Dalla querela del dottor Luigi Calabresi, funzionario addetto all’ufficio politico della Questura di Milano, del 3 giugno 1970

«Abbiamo scritto due mesi fa – si legge nell’articolo – che solo giudice è il proletariato (n.d.r. quale «proletariato» se nello stesso articolo attacca le organizzazioni del proletariato?) e oggi possiamo ripeterlo con la stessa convinzione; la loro legalità, l’insieme delle leggi dello stato borghese e dei – capitalisti, ci riguarda solo perchè nel corso della lotta di classe ora subiamo le conseguenze; ma non crediamo assolutamente che dobbiamo appellarci ad una interpretazione democratica delle leggi o della Costituzione; queste sono le armi della borghesia che il proletariato può solo distruggere, non utilizzare (n.d.r. sembra che il leader Capanna esponente del «proletariato» studentesco non sia dello stesso parere; ma è difficile raccapezzarsi!)».

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Una Risposta to “Lotta Continua 15 ottobre 1970 Il processo di Milano Dichiarazione di Pio Baldelli”

  1. Giornale Lotta Continua « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

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