Lotta Continua 15 ottobre 1970 Rapporto sullo squadrismo – Prima puntata – Chi sono, chi li comanda, chi li paga

I padroni, da un po’ di tempo, erano scontenti con i fascisti. Finché si trattava di partecipare al funerale di un celerino e di commemorare la conquista di Tripoli non c’erano problemi. Scendevano in piazza a ranghi serrati, le bandiere e i moncherini al vento, vomitando «eja eja» e dentiere, impugnando labari e stampelle, vibranti per il patriottismo e l’arteriosclerosi. La soddisfazione era tanta ed il rischio minimo: di vecchiaia, in fondo, si può morire anche restandosene a casa.

«Certo, una manganellata sul nervo sciatico e un lacrimogeno sulla prostata sono poco piacevoli ma a Bir-EI-Gobi e ad El-Alemein si è visto di peggio e, in tutti i casi, una carica è improbabile. Se proprio non possono esimersi dal farla – per via che se menano sempre e solo i rossi c’è rischio che il gioco si scopra – allora la fanno controvoglia. Due grida, qualche spintonata (non lì, brigadiere, che ci ho il reuma!) e, in casi estremi, mezza dozzina di lacrimogeni. Mica come a Pisa – per carità! – dove a quello studente estremista, il Pardini, un candelotto gli ha spaccato il cuore o a Reggio Calabria dove a quel ferroviere di un quartiere proletario, il Labate, gli ha spappolato il fegato.

Con noi puntano in alto a Milano, dopo il comizio di Almirante in piazza Duomo, hanno fatto secchi tre piccioni che, poveracci, se ne stavano appollaiati sulle guglie. Il giorno dopo ci sono state due proteste: una a Restivo, dei camerati parlamentari, contro «le brutali violenze poliziesche ai danni dei giovani nazionali» ed una della Società Protettrice Animali (per i piccioni)».

Il ragionier Arturo Michelini

Le difficoltà cominciavano quando la «lotta alla sovversione» – invocata, più che promessa, nel corso delle innumerevoli ricorrenze, celebrazioni e anniversari di cui il calendario fascista è ricchissimo – doveva tradursi in iniziative concrete. A credere ed obbedire erano parecchi, a combattere – nel solco delle migliori tradizioni littorie – un pò meno.

Quando il ragionier Arturo Michelini – cui della camicia nera erano rimaste le sole mezze maniche – si spense prematuramente, la fiammetta del MSI fu sul punto d’imitarlo. Fra il ’64 e il ’67 molte sezioni avevano chiuso i battenti, il Secolo d’Italia aveva licenziato redattori e ridotto la tiratura, due appartamenti della sede nazionale, in via Quattro Fontane a Roma, erano stati affittati a uffici privati. Nell’Italia pacificata dal centro sinistra, la funzione di cani da guardia del proletariato la svolgevano i socialisti di Nenni e Lombardi; ai fascisti toccavano gli avanzi che i padroni, più per abitudine che per convinzione, lasciavano cadere sotto al tavolo stando attenti a non farsi notare. Ogni tanto un ‘abbaiata (una cinquantina di attentati in tre anni) o una ringhiata (qualche spedizione punitiva all’Università) ma niente di serio, giusto per ricordare ai padroni che erano lì a disposizione. E per prendersi qualche calcio in culo ammonitore: in due anni, tra il ’65 e il ’67, nove fascisti romani finiscono in galera per attentati dinamitardi e detenzione di armi da guerra. C’è da dire, a loro parziale giustificazione, che tale esuberanza non era del tutto ingiustificata.

Nella sezione di Avanguardia Nazionale di via Gallia durante la primavera del ’64 si tennero numerose lezioni teoriche sulla fabbricazione di ordigni esplosivi. Al termine del corso, cui parteciparono una trentina di persone, gli alunni migliori furono avvicinati da un ufficiale dei carabinieri e da due brigadieri della squadra politica, tali Pizzichemini e Di Zenzo, che gli proposero di fare attentati dinamitardi alla RAI, alla sede della Confindustria e a quella della DC romana e di nascondere dell’esplosivo in alcune sezioni del PCI che essi, subito dopo, avrebbero provveduto a perquisire. Nello stesso periodo e fino all’inizio dell’estate, vari gruppi fascisti – fra i quali quelli di Stefano Delle Chiaie, di Ordine Nuovo e della pacciardiana Nuova Repubblica – si addestrarono al terrorismo a Capistrello e in altre località della Sila sotto la guida di ex repubblichini – fra i quali tali Fantuzzi e Ripanti – che lavoravano alle dipendenze del SIFAR.

Nessuno evidentemente, nei due anni successivi, si premurò di avvisare questi giovani patrioti che, stante una temporanea indisponibilità del generale De Lorenzo, il loro debutto doveva esser rinviato a migliore occasione. Magari al 12 dicembre 1969.

La fine di Michelini comunque coincide casualmente con quella, ben più dolorosa per il padronato, delle illusioni riformiste del centrosinistra. Le elezioni politiche del maggio ’68, che ratificano la crisi di una formula politica già spazzata via dalle lotte operaie e studentesche, danno il via ad uno dei «doppi misti» più emozionanti del dopoguerra: la coppia Agnelli-Longo contro quella Saragat-Almirante.

Arrivano i primi dollari

Arrivano i primi dollari per alimentare la languente fiammetta missina: si deciderà in seguito se puntare al falò. Almirante, cui è stato concesso ampio credito (anzi crediti), in vista dei nuovi impegnativi compiti, passa in rassegna le legioni ereditate dal suo predecessore. La situazione non è certo allegra: ibernata dai padroni e coccolata dal PCI (per ogni comunista picchiato un telegramma di protesta al questore; per ogni sezione sfasciata un comizio unitario) la componente squadristica del neofascismo italiano di quegli anni ha vivacchiato in bilico tra il folklore e la cronaca nera.

Basti pensare che uno dei suoi esponenti di maggior rilievo era Giulio Caradonna, deputato missino nonché azionista nell’Hilton, il quale – figlio degenere del rinomato Peppino Caradonna, fondatore dello squadrismo a cavallo in Puglia, era noto a Roma come «il guardone» perché circolava su una auto tedesca anfibia, ricoperta di frasche, da cui ogni tanto emergeva lanciando sguardi tra il marziale e il circospetto. Ridotti a macchiette erano anche la maggior parte dei «duri» che negli anni ’50 avevano rappresentato la massa di urto del partito. Quei 20.000 circa cioè – tra torturatori di Salò, massacratori di partigiani e di proletari, spie dei nazisti, ecc. – che nel ’45 si erano messi sotto la protezione degli anglo-americani per sfuggire agli operai e ai contadini armati che li cercavano casa per casa e che furono tutti amnistiati e rimessi in libertà il 18 febbraio 1949 dall’allora ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti. Tra gli altri, per speciale intercessione del senatore del PCI Scoccimarro, in quella circostanza fu ripescato anche quel tale Marcello Guida, uomo di fiducia di Mussolini e aguzzino degli antifascisti di Ventotene, di cui s’è occupata la cronaca nera milanese in occasione del misterioso assassinio di un ferroviere anarchico.

Nel ’68 di questi rottami umani rimaneva ben poco: molti di loro, oltretutto, avevano ancora negli occhi il balenìo dei ganci con i quali i portuali li avevano accolti nel luglio ’60 a Genova. Sulle leve giovanili c ‘era poco da fare affidamento: molti figli d’industrialotti, più portati al pratico che all’epico, ed alcuni sottoproletari di borgata, più noti alla Buoncostume che all’ufficio politico.

Il 15 marzo del ’68 Almirante chiama a raccolta le forze sparse e, assieme a Caradonna e Turchi, le guida all’assalto della facoltà di Lettere occupata dal movimento studentesco romano. La spedizione fallisce: i fascisti, asserragliatisi nella facoltà di Legge, vengono a stento salvati dalla polizia. Le barricate di banchi che ostruivano gli ingressi erano già state incendiate fuori 5.000 compagni incazzati aspettavano con ansia di poter penetrare all’interno. Almirante fu portato via in stato di choc e, da fonti autorevoli, si seppe che in quella occasione cacò tricolore. Furono trovate all’interno, condotte in questura, identificate e denunciate 162 persone: dai loro nomi è possibile avere un’idea abbastanza precisa del potenziale e delle caratteristiche dello squadrismo fascista a quella data.

31 erano studenti, residenti a Roma, attivisti della Giovane Italia, del Fuan-Caravella, di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale (tra i quali Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino). 26 erano noti picchiatori dell’organizzazione «Volontari Nazionali del MSI», 12 dei quali pregiudicati per reati comuni (tra questi il segretario dei «volontari», Alberto Rossi detto “er bava », ex pugile e uomo di fiducia di Caradonna), anch’essi residenti a Roma, 5 erano funzionari o uscieri della direzione del MSI. 84 risultavano residenti in altre città: Napoli, Palermo, Bari, Teramo, Brescia, ecc.: di questi ben 27 erano sottoproletari disoccupati (dichiararono alla polizia di aver ricevuto 50.000 lire a testa per partecipare all’azione). Particolare interessante è che 10 dei fermati, caricati su un cellulare, furono rilasciati dalla polizia prima di arrivare in questura. Erano alcuni bulgari ospiti del campo-profughi di Latina, reclutati per conto dei fascisti da un tale Fusco, sedicente avvocato, che è probabilmente la stessa persona di cui, al tempo di De Lorenzo, si serviva il SIFAR per selezionare nei vari campi-profughi italiani gli agenti provocatori che la CIA inviava all’Est – soprattutto in Romania, Bulgaria e Jugoslavia – quando le sue centrali di Berlino-Ovest, Francoforte e Monaco – l’ANB (Antibolchevic Bloc of Nation) e la NTS (Narodno Troudovoy Soyouz o Unione dei Solidaristi russi.) – trovavano difficoltà a reperire elementi adatti. (E a proposito di profughi: il ballerino che testimoniò sul morbo di Burger di Valpreda – menzogna smentita dalla perizia medico-legale ma strumentalizzata dalla polizia e dalla stampa per convincere l’opinione pubblica che l’anarchico fu «costretto», a causa dei crampi alle gambe, a prendere il taxi per fare 135 metri – è un certo Andrevs Papagavilas, profugo bulgaro attualmente partito per gli U.S.A. E ancora: i due individui che, circa 15 giorni fa, furono indicati dalla polizia ferroviaria come i proprietari delle due valigie – presumibilmente contenenti ordigni esplosivi – trovato sul treno Roma-Monaco e successivamente scomparso, in modo misterioso, mentre si attendeva l’arrivo degli artificieri che avrebbero dovuto aprirle, sono due ungheresi ospiti del campo-profughi di Latina).

Il viaggio in Grecia

Ritornando ai rapporti tra squadrismo fascista e strategia della tensione è importante sottolineare come, nella primavera-estate del ’68, esso non fosse in grado, per carenza di personale, di fornire ai padroni i servizi richiesti; in particolare di affrontare scontri diretti e frontali con gli studenti e gli operai in lotta. Per giustificare l’alto costo delle prestazioni i fascisti dovevano elaborare una nuova tattica.

In occasione della Pasqua del ’68 quaranta fascisti, provenienti da varie città e appartenenti ai gruppi di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Europa Civiltà e Nuova Caravella, vanno in Grecia ospiti dei colonnelli.

Una ventina di loro, i più selezionati, s’incontrano nella sede del «Movimento 4 agosto», in via Metaxa ad Atene, con Costantino Plevris, responsabile per, conto del K.I.P. (la sezione greca della CIA) della «questione italiana». Egli è stato uno degli ideatori e degli organizzatori della serie di attentati destinata, come in effetti avvenne, a creare l’atmosfera più favorevole per il colpo di stato fascista del 21 aprile 1967; ad almeno uno di essi ha partecipato materialmente, quello che devastò la redazione del giornale conservatore Elèftheros Kòsmos e che venne ufficialmente attribuito ad elementi di sinistra. Dieci giorni prima della strage di Piazza Fontana Plevris era a Milano e subito dopo si recò a Roma dove s’incontrò con Pino Rauti, presidente di Ordine Nuovo e membro della direzione nazionale del MSI. Che il viaggio dei fascisti italiani in Grecia non fosse una semplice scampagnata lo dimostra, tra le altre cose, il fatto che uno degli accompagnatori è un personaggio di grandissimo rilievo, anche se poco appariscente, nell’ambito delle organizzazioni fasciste e cioè Giulio Maceratini: tra i promotori di Ordine Nuovo, consigliere regionale del MSI, consigliere dell’ordine degli avvocati, membro della direzione della federazione romana della stampa.

Al ritorno nelle rispettive città i partecipanti al viaggio subiscono una strana metamorfosi.

(1 – continua)

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