Lotta Continua 12 novembre 1970 Rapporto sullo squadrismo – Terza puntata – chi sono, chi li comanda, chi li paga

 

Con questo pezzo, siamo alla terza puntata del nostro rapporto. Le prime due sono uscite sul n. 18 e 19. Proseguiamo in questo lavoro perché lo riteniamo fondamentale per molti motivi.

1. Rompere il silenzio complice di chi sa e potrebbe sapere ma preferisce tacere per paura e per opportunismo

2. Fare nomi e cognomi, denunciare pubblicamente ai proletari i sicari di stato e i loro mandanti, è un modo per uscire dal generico e vago antifascismo che se la prende con i concetti, ma lascia liberi gli sgherri di muoversi a loro piacimento.

3. Permettere già da oggi e in futuro, a tutti i proletari, di impadronirsi di strumenti più precisi di giustizia proletaria

Nel maggio del ’64 il generale comandante di una regione militare dell’Italia settentrionale, molto vicino all’allora presidente della Repubblica, confidò ad un suo pari grado che Antonio Segni, in occasione di un colloquio riservato svoltosi alcuni giorni prima, gli era apparso «stranamente preoccupato e in preda a viva agitazione» e che, ad una sua richiesta di chiarimenti, aveva accennato in modo vago ad «una situazione dell’ordine pubblico che andava precipitando»; poiché il clima politico-sociale del paese era in quel momento tutt’altro che agitato, egli ne aveva tratto indicazioni pessimistiche sulle facoltà mentali della massima autorità dello stato.

Se avesse potuto assistere ad uno degli incontri, frequentissimi in quel periodo, tra Antonio Segni e il capo del S.I.F.A.R:, .generale Giovanni De Lorenzo, avrebbe probabilmente appreso qualcosa di interessante sull’origine delle paranoie presidenziali. E forse, discutendo un po’ a fondo del collega De Lorenzo con il generale Giacomo Carboni, ex capo del S.I.M. – che lo aveva definito nel corso di un colloquio con il giornalista francese Alain Guèrin, «un mediocre generale e un ottimo agente della C.I.A.» – , si sarebbe schiarite del tutto le idee.

Il colpo di stato in Grecia

IN UNO STATO MODERNO DOVE I SERVIZI DI SICUREZZA RAGGIUNGONO IL MASSIMO LIVELLO DI REPERIMENTO CAPILLARE E DI CENTRALIZZAZIONE DEI DATI E DOVE L’USO DEI COMPUTERS ESCLUDE PROGRESSIVAMENTE IL FABBISOGNO DI PERSONALE, IL NUMERO DI COLORO CHE VENGONO DELEGATI COME CONTROLLORI DI UN DETERMINATO ASSETTO SOCIALE, I COSIDDETTI «OCCHI DEL POTERE», E’ ASSAI LIMITATO.

Per organizzare il colpo di stato in Grecia la C.I.A. si è servita di pochi elementi fidati, inseriti nei posti chiave della burocrazia, della magistratura, della polizia, dell’esercito e in particolare del K.Y.P. (Kratikè Yperesia Pleforion), il servizio segreto.  Compito di questi ultimi era soprattutto quello di redigere, ad uso delle massime autorità civili e militari, dei falsi rapporti informativi sulla situazione interna nei quali venivano denunciati,in termini drammatici, complotti comunisti in fase di avanzata preparazione. Makarèzos, ad esempio, s’inventò una presunta, imminente, invasione armata ai confini nord della Grecia da parte di 60 mila profughi che dopo la guerra civile si erano rifugiati nell’URSS e negli altri paesi dell’Est europeo; Pattakòs, in almeno due occasioni, relazionò dettagliatamente re Costantino sull’esistenza di fantomatici attentatori e una volta, per rendere più attendibile la cosa, gliene presentò uno in catene e reo confesso. Che poi l’aspirante regicida, sedicente comunista, fosse in realtà un individuo dai collaudati trascorsi fascisti il tremebondo monarca lo venne a sapere soltanto dall’esilio. Ancora più clamorosa fu la montatura del cosiddetto «piano Aspida», attribuito dal K.Y.P. ad Andrea Papandreu; i 28 ufficiali accusati di aver organizzato una congiura anti-monarchica – la loro epurazione serviva ad eliminare dalle forze armate gli elementi costituzionalisti – furono assolti dopo un pubblico processo in cui l’avvocato difensore ridicolizzò le «prove» raccolte dai servizi segreti. Quest’ultimo, Nikiforos Mandilaras, alcuni giorni dopo il colpo di stato fascista dell’aprile 1967, fu ripescato nelle acque del Pireo con una pietra al collo.

C. Plevris, l’uomo greco della strage di stato

E’ sintomatico che uno degli agenti della C.I.A. che contribuirono ad inventare il «piano Aspide» sia proprio quel Costantino Plevris che nella Pasqua del ’68 s’incontrò ad Atene con i fascisti italiani e che il suo fiduciario italiano, il presidente di «Ordine Nuovo» Pino Rauti, sia l’autore, sotto lo pseudonimo di Flavio Messala, del libello «Le mani rosse sulle F.F.A.A.», scritte in collaborazione con il generale Aloia e in cui si denuncia la «drammatica infiltrazione comunista nell’esercito italiano».  In un saggio dal titolo «Teoria del Nazionalismo» il Plevris scrive testualmente: « …per la Grecia una moderna teoria dello spazio vitale non può porsi nei termini tradizionali dell’espansione territoriale bensì in quella, più realistica, della creazione nei paesi a lei vicini di condizioni atte all’instaurazione di sistemi politici omogenei»; è probabilmente per discutere di questa sua ardita tesi che egli si incontrò a Roma, dieci giorni prima della strage di piazza Fontana, con il Rauti e con un redattore del settimanale fascista «Il Borghese», di proprietà del senatore missino Gastone Nencioni e del cementiere lombardo Pesenti. Ma procediamo con ordine.

Seminare panico ed allarmismo nelle alte sfere non è difficile, specie se gli interlocutori sono un olimpionico di vela più attaccato alla mamma che alla corona, o, in casi a noi più vicini, un alcolizzato con la mania dei telegrammi; occorre però, contemporaneamente, creare delle condizioni obiettive che, esasperate artificialmente, giustifichino presso l’opinione pubblica l’ipotesi che il paese si trovi in una situazione d’emergenza.

La CIA

Anche se per questo occorrono mezzi rilevanti, per la C.I.A. non è davvero un problema. Il suo «budget» annuo – così come la consistenza del suo organico – è ovviamente segreto ma il 4 febbraio 1959, nel suo intervento al XXI congresso del PCUS, il capo dei servizi di sicurezza sovietici (K.B.G.) A. Chèlèpine parlò di 20.000 agenti solo a Washington e di 3 miliardi di dollari annui stanziati nel gennaio del 1968, sulla «Revue de  Dèfense Nationale», J .P. Mauriat, portavoce ufficiale del contro-spionaggio francese, scrisse che «il budget» della C.I.A. equivale, grosso modo, al nostro budget della Difesa» e cioè a circa 4 miliardi di dollari l’anno.

Dei vari strumenti con cui è andata articolandosi negli ultimi tre anni la «strategia della tensione» – trasferimenti massicci di interi settori della media industria italiana sotto il controllo del capitale U.S.A., controllo della stampa, infiltrazione nell’apparato statale, reperimento del personale politico per la gestione del disegno – e della divisione dei compiti che ne ha permesso l ‘attuazione, parleremo più diffusamente in seguito.

I fascisti nostrani

Per. il momento torniamo ai fascisti; i compiti loro assegnati sono così riassumibili :

1) INFILTRAZIONE

Approfittando dell’esplosione delle lotte studentesche e dell’entrata in scena di migliaia di nuovi militanti, i fascisti meno «bruciati» dovevano simulare improvvise conversioni ideologiche infiltrandosi nei comitati di base, nei collettivi, nei gruppi della sinistra extraparlamentare e, dove possibile, creare dei gruppi con false etichette rivoluzionarie. Gli scopi da raggiungere erano i seguenti :

a) deviare «dall’interno» le lotte su falsi obiettivi tentando di spingere i militanti più sprovveduti ad azioni terroristiche isolate, comunque contrarie, nella strategia e nella prassi, alla violenza rivoluzionaria.

b) operare ai margini di cortei e manifestazioni con atti di inutile vandalismo su obiettivi assurdi e impopolari.

c) provocare scontri con la polizia nei momenti tatticamente meno adatti favorendo il pestaggio, il fermo e l’arresto dei compagni.

d) esercitare un’opera sistematica di controllo e delazione raccogliendo dati ad uso «esterno» (polizia, fascisti, ecc.).

2) TERRORISMO

Compiere attentati che, per circostanze e scelte di obiettivi, fossero attribuibili agli anarchici o alla sinistra in genere.

3) PROVOCAZIONE

Promuovere azioni squadristiche contro la sinistra per:

a) suscitarne le reazioni, provocare rappresaglie e convalidare la tesi degli «opposti estremismi».

b) spostare il piano della lotta – scuola di classe, sfruttamento operaio, imperialismo, revisionismo, ecc. – sul diversivo della battaglia antifascista.

In parole povere i fascisti dovevano creare più casino possibile: per confondere le acque e mistificare la portata e il significato reale delle lotte proletarie, per far gridare l’opinione pubblica benpensante contro «il caos e l’anarchia dilaganti», legittimare la repressione e giustificare l’adozione di provvedimenti d’emergenza.

La compiacenza della stampa, le collusioni di magistratura e polizia, l’obiettiva complicità del P.C.I., e dei sindacati nell’opera di sistematica diffamazione delle avanguardie rivoluzionarie e delle lotte autonome della classe operaia, avrebbero fatto il resto.

Vediamo in dettaglio, punto per punto come hanno eseguito i compiti che i padroni gli avevano affidato.

Infiltrazione

Domenico Pilolli (Ordine Nuovo) e Alfredo Sestili (Avanguardia Nazionale) entrano nel Partito Comunista d ‘Italia (m.l.). Il primo è Intimo amico della contessa Franceschini, abitante in via Pietro Morgia n. 3, moglie di un colonnello del ministero degli Interni, la quale diffonde a Roma il bollettino del partito neonazista tedesco NPD ed è in contatto con il BND,

il servizio di controspionaggio della Germania Federale, per conto del quale ai primi del ’67 pagò dei fascisti affinché andassero a scattare fotografie ad un ricevimento offerto dall’ambasciatore della Germania Orientale in un albergo dei Parioli. Il secondo, una creatura di Stefano Delle Chiaie, è legatissimo a Mario Merlino; il 12 dicembre 1969 era a pranzo con lui in casa di Gabriella Miccichè, figlia di un alto funzionario del ministero degli Interni.

I due nel corso dell’estate-autunno 1968, proposero a vari militanti di compiere atti terroristici; furono identificati ed espulsi. Alcuni giorni dopo, il 15 ottobre 1968, il Sestili fu arrestato insieme a Carmelo Palladino, Claudio Fabrizi, Gregogio Manlorico e Lucio Aragona, tutti fedelissimi di Delle Chiaie, e a Corrado Salemi, guardiano della sezione del M.S.I. del Quadraro, per detenzione di esplosivi e per aver organizzato attentati ad una sezione del P.C.I. e ad un cinema dove si proiettava il film sui fratelli Cervi. Il Pilolli tornò ad Ordine Nuovo e nel marzo del ’70 si distinse negli scontri provocati dai fascisti all’Università di Roma.

Marco Marchetti (Ordine Nuovo), al ritorno dal viaggio in Grecia entra nel comitato di base del movimento studentesco del liceo Vivona; Massimo Masserotti Benvenuti, dirigente della Giovane Italia e figlio di una finanziatrice di Avanguardia Nazionale, in quello del liceo Sarpi. Allontanati, ritornarono immediatamente all’ovile: il Marchetti prese parte a varie azioni squadristiche contro studenti medi, il Masserotti, salvato miracolosamente dai poliziotti durante una fallita spedizione punitiva nel febbraio scorso all’Università di Roma e conclusasi con un pestaggio dei fascisti, fu arrestato e condannato per direttissima ad un anno (con la condizionale) perché trovato in possesso di una pistola e di un’accetta. Tutti costoro, come del resto Mario Merlino, sono in ottimi rapporti con il vice-questore Mazzatosta, addetto all’ordine pubblico nella Città Universitaria di Roma, un ex repubblicano di Salò la cui moglie, recentemente, ha chiesto la separazione consensuale perché «i suoi convincimenti democratici sono in netto contrasto con le idee nostalgiche professate dal marito».

(3 – continua)

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