Lotta Continua 24 novembre 1970 Facciamo giustizia della giustizia – Un processo per legalizzare la strage

Abbiamo scritto che non era più possibile parlare dell’omicidio di Pinelli e del suo assassino Luigi Calabresi con tono ironico e sarcastico, con vignette e battute, anche feroci e dure. E’ per questo che per oltre un mese, proprio mentre il processo si svolgeva, abbiamo taciuto: il processo infatti (e solo ora con l’ascolto dei testimoni della difesa qualcosa sembra cambiare) è stato costantemente e attentamente mantenuto a livello di farsa; il ridicolo è stato ostinatamente cercato dai poveri attori di questa squallida commedia: il sicario Calabresi, l’isterico avvocato Lener, l’orrendo capo della politica Allegra, i testi poliziotti, i giudici; tutti sembravano avere come obiettivo quello di dimostrare che questo processo non vuole dimostrare assolutamente nulla. E’ stata una prova generale di Canzonissima in cui ognuno ha cercato di dire la battuta spiritosa e al momento giusto; in cui anche degli imbecilli grossolani come i vari brigadieri Caracuta e Panessa possono trovare un po’ di spazio e di spettacolo. Lo sfacelo materiale e morale della giustizia borghese si copre di qualche pezzo di oratoria brillante o di qualche battuta da avanspettacolo, come una baldracca invecchiata e sfatta che nasconde le sue rughe dietro una spessa coltre di cipria e un civettuolo tratto di rossetto. Tutti sono indaffarati a fare dimenticare che dietro questo processo c’è l’omicidio di un uomo, che quello di cui si parla descrivendone la traiettoria, le mosse, il salto è un cadavere; che quelle battute ributtanti vengono pronunciate davanti alla compagna del morto.

Le prove, gli indizi, le testimonianze, le contraddizioni, che anche al «loro» livello giuridico dovrebbero avere un qualche senso ed efficacia, vengono affogate e rese inutili in questa orgia di banalità, di menzogna, di cinismo. La Criminale strafottenza di questi servi zelanti del potere permette loro di affermare tranquillamente: «io mento ma dovete credermi lo stesso»; oppure «io ho scritto un verbale falso ma siccome l’ho scritto io dovete prestargli fede»; per cui non ci stupirebbe che alla fine del processo Calabresi affermasse : «sì, l’ho ucciso io, ma siccome lo nego non è vero», e fosse assolto perché «il fatto non costituisce reato».

E così la polizia può esercitare tutto il suo schifoso potere anche in tribunale, riaffermando la sua intoccabilità la sua assoluta estraneità anche alle regole dello stesso gioco «democratico», alle norme della dignità borghese e capitalista che sacrifica talvolta i suoi funzionari troppo idioti o eccessivi pur di salvaguardare la sua patente di «rispettabilità». Qui niente di tutto questo. Sarà perché, come ha dichiarato Vicari, «quello di Lotta Continua è un processo troppo serio», ma qui è chiaro che una volta scelta la soluzione pesante, si va avanti duri, senza curarsi del ridicolo e della decenza. E non perché si tratta di una struttura «arretrata» come la polizia, ma perché come detto più volte, il neocapitalismo è anche coerentemente neofascismo. Ed è per questo che appaiono ancora più crudeli e complici gli sporchi tentativi del presidente del tribunale di ridurre il processo ad una causa comune, con un reato qualsiasi, con imputati testi e avvocati uguali a mille altri.

Certo, questo processo è uguale a tutti gli altri, perché però come tutti gli altri è «eccezionale», perché in qualsiasi causa sia presente un proletario, come vittima (in questo caso), o come imputato o parte civile, sia che si tratti di un omicidio, o di una cambiale scaduta o di un furto di mele, è sempre il proletario che ne paga duramente e violentemente le spese.

Questo processo è servito quindi, ancora una volta, se pure era necessario aggiungere nuove esperienze, a dimostrare il totale e assoluto antagonismo tra noi, la nostra pratica, le nostre idee e la giustizia dei padroni, a riaffermare ancora una volta, e con maggiore evidenza, che il terreno delle istituzioni borghesi è assolutamente impraticabile per il proletariato, che la violenza della lotta di classe ha bruciato ogni spazio democratico e reso completamente inutilizzabili tutti gli strumenti tradizionali; che Non esiste, insomma, possibilità alcuna di uso alternativo del tribunale che non sia la sua distruzione.

E che anche gli avvocati più bravi, compagni e rivoluzionari poco possono, se non cercare di farne uscire con meno danni possibili gli imputati; Che è quanto ci auguriamo. E d’altra parte a questo punto non è che il giudizio l’analisi politica possano cambiare a seguito di una sentenza mite o severa di un discorso comprensivo lo brutale da parte del Pubblico Ministero o del Presidente del Tribunale.

La coscienza della nostra assoluta estraneità alle regole della giustizia borghese diventa sempre più radicale e lucida (è questo il dato formidabile), diventa giorno dopo giorno conquista di massa.

Ma dal processo LOTTA CONTINUA-Calabresi un’altra cosa emerge con estrema chiarezza; la volontà da parte dello stato borghese, nella sua interezza e con tutti i suoi organi, di legalizzare, proclamandone la liceità per i suoi servi, l’assassinio politico, di farne accettare la normalità e la quotidianità  E i compagni devono prendere coscienza di questo e di come questo dimostri l’avanzatissimo livello di radicalizzazione a cui lo scontro è arrivato. L’omicidio di Pinelli non è un fatto «anormale»; la violenza criminale dello stato non ricorre più (solamente) alla pratica illegale ma, nonostante tutto, interna alla logica dello scontro frontale tra proletariato e borghesia, dell’assassinio di piazza, della bomba lacrimogena sparata nel petto, dei colpi di mitra partiti accidentalmente; ora sempre più ricorre all’eliminazione fisica, portata avanti con metodi banditeschi, e mafiosi, dei compagni che sanno troppo, dei complici che parlano, delle spie che si pentono, o che prendono paura. Sbaglia o è un ingenuo chi ritiene questa fantapolitica; il nemico è feroce, possiede soldi, armi, reti di spie e di sicari, protezioni, complicità, alleanze; e soprattutto il nemico è disperato e non ha nulla da perdere perché ha già perduto; e non si ferma di fronte a nessun crimine, a nessuna vigliaccheria. Il 25 febbraio 1966 viene trovato morto nella sua macchina, carica di armi e di esplosivi; Antonio Aliotti, un fascista entrato in crisi e deciso a rivelare i rapporti che esistono tra squadrismo romano e Ministero degli Interni.

Nell’autunno del ’68 un attivista missino e agente del SID, Giovanni Ettore Borroni viene trovato morto, colpito alla fronte da un proiettile d’arma da fuoco, in un bosco alla periferia di Forni di Sopra, in provincia di Udine. La polizia definirà suicidio la morte. Il 25 dicembre del 1969 viene trovato «affogato» in una fossa di 80 centimetri d’acqua, Armando Calzolari, un altro fascista intenzionato a parlare delle riunioni segrete in cui, lui presente, si progettarono gli attentati di Roma e di Milano.

I quattro compagni anarchici (testimoni a discarico di Valpreda) uccisi da un camion nei pressi della tenuta di Junio Valerio Borghese, sulla cui criminale attività stavano indagando, sono le più recenti ma, crediamo, non ultime vittime.

E il «suicidio» di Pinelli e quello del colonnello Rocca, si aggiungono al crudele e allucinante bilancio.

Il processo Calabresi-LOTTA CONTINUA è quindi il tentativo estremo di rendere legale e ufficiale la pratica dell’omicidio politico. La nostra volontà di opporre a questo processo la pratica della giustizia proletaria, di restituire al popolo la possibilità materiale di applicare la sua legge, è anche lo strumento più adeguato di difesa rivoluzionaria, l’unico modo concreto di spezzale la criminale catena della strage di stato.

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  1. Giornale Lotta Continua « 12 dicembre 1969 – Strage di Stato Says:

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