Lotta Continua 3 marzo 1971 Rapporto sullo squadrismo (sesta puntata)

Quando uscì il libro la “Strage di Stato“, l’Unità gli dedicò un commento su 4 colonne. Dopo l’omaggio di rito all’ampia documentazione in esso contenuta e agli «inquietanti interrogativi» che le circostanziate accuse ponevano «ad ogni democratico degno di questo nome», si passava al giudizio politico: «La controinchiesta – vi si leggeva in sintesi – fa il gioco dei padroni nella misura in cui attribuisce assurdamente al PCI un preciso ruolo di copertura nei confronti degli autori e dei mandanti della strage». A distanza di sette mesi la stessa Unità cita la «Strage di Stato», cui viene restituita improvvisamente ampia credibilità politica, ma a sostegno delle proprie tesi sulla presenza di provocatori fascisti in Lotta Continua. La cosa non ci indigna, ma ci induce alla riflessione e all’autocritica: vuol dire che la prossima volta staremo più attenti.

La seconda controinchiesta, che uscirà tra breve, documenterà tra l’altro in maniera inequivocabile l’uso fatto dal PCI di alcuni documenti giunti in suo possesso sin dal 16 gennaio 1970, sulla responsabilità del fascisti e della polizia nell’esecuzione materiale della Strage di Stato.

Forse allora per i revisionisti sarà più difficile cercare di strumentalizzare il nostro lavoro. Abbiamo deciso frattanto di anticipare parzialmente sul giornale alcuni degli argomenti trattati nel libro «Istruttoria per una Strage di Stato».

Un teste volontario

Nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, un paio d’ore dopo le esplosioni all’altare della patria, un giovane tedesco si presentava al comando dei carabinieri in Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, affermando di essere in possesso di informazioni relative agli attentati: veniva verbalizzato come UDO LEMKE, di 23 anni, studente in chimica. Con un italiano approssimativo, ma abbastanza comprensibile, raccontò di essere stato in Italia una quindicina di giorni prima, proveniente dalla Svizzera, e di essersi recato fino a Palermo in autostop. Qui aveva girovagato per un paio di giorni finché in un bar del centro, abituale luogo di raduno di hippies di passaggio e di sottoproletari, aveva fatto la conoscenza di tre giovani i quali si erano dimostrati particolarmente sensibili ai suoi problemi di turista squattrinato in cerca di espedienti per sbarcare il lunario. Lo avevano invitato a cena e nel corso della serata gli avevano promesso il loro interessamento. Erano in contatto con una persona residente in un’altra città che forse poteva aiutarlo. Attirato dalla prospettiva di un lavoro, il Lemke accettava il giorno successivo di recarsi in auto, la Fiat 124 bianca di uno dei suoi nuovi amici, a Catania per essere presentato alla persona in questione. Questi, un uomo di mezza età (che egli descrive con precisione), lo aveva accolto con molta cordialità: si era informato sulle conoscenze da lui fatte durante il viaggio in Italia, sulla durata del soggiorno futuro, e in particolare sulla sua disponibilità ad eseguire un lavoretto delicato, ma ben retribuito: si trattava, più in particolare, di portare un paio di borse nel posto che all’ultimo momento gli sarebbe stato indicato, un cinema o un supermercato, e di lasciarle li, andandosene alla svelta. Che cosa contenevano le borse? Nulla di particolarmente pericoloso, qualcosa che sarebbe esploso facendo molto rumore, ma nessun danno, alle persone, una specie di scherzo insomma, che però poteva fruttargli un bel po’ di soldi con i quali magari ritornarsene velocemente in Germania.

Continuando nella sua deposizione, Lemke affermava di aver rifiutato la proposta ritenendola rischiosa, e, per quanto superficiale fosse la propria conoscenza delle leggi italiane, decisamente illegale. L’uomo non aveva insistito e anzi aveva fasciato cadere il discorso, ma durante il viaggio di ritorno a Palermo i tre giovani erano tornati sull’argomento. Al nuovo e più deciso rifiuto da parte del tedesco, la loro gentilezza era improvvisamente venuta meno: gli avevano fatto capire che sarebbe stato molto più igienico interrompere il giro turistico e tornarsene al paese d’origine. Poiché gli sembrava che l’invito fosse stato espresso in forma ultimativa, egli si affrettava a lasciare la Sicilia, diretto ufficialmente in Germania. In realtà si era diretto a Roma dove contava di fare qualche amicizia meno compromettente. Aveva vivacchiato alla meglio contando sulla solidarietà di altri «capelloni» e dormendo con il sacco a pelo nei ruderi sottostanti le gradinate dell’Ara Coeli, uno dei tanti ricoveri per pellegrini sprovvisti di mezzi e di pretese. Era appunto nel suo alloggio di fortuna quando, verso le ore 17 del 12 dicembre, ad una settimana dal suo arrivo nella capitale, sentì esplodere, a breve distanza l’uno dall’altro, i due ordigni dell’attentato all’altare della patria. Uscito all’aperto vide alcuni passanti correre in preda al panico ed in piazza Venezia, accanto ad una delle fontane del monumento, tre giovani che riconobbe come coloro che lo avevano contattato «durante il suo breve soggiorno siciliano»; istintivamente si era avvicinato, ma questi, accortosi della sua presenza si dirigevano correndo verso un’auto parcheggiata al Centro della piazza, salivano a bordo e si allontanavano velocemente. L’auto era una Fiat 124 bianca, la stessa, gli era parso, con la quale aveva fatto il viaggio a Catania.

Fin qui i fatti raccontati da Udo Lemke ai carabinieri romani. C’è in più nel suo verbale d’interrogatorio la descrizione dettagliata degli altri protagonisti della storia: l’uomo della proposta e i tre giovani intermediari. Di questi ultimi egli è in grado di fornire anche alcuni particolari relativi ai loro nomi. Si tratterebbe di un certo Salvatore e di tal Nino Machino e di Stefano, soprannominato «Dente d’oro».

I primi accertamenti

Il colonnello Vitali, che dirige il comando C.C. in piazza S. Lorenzo in Lucina, è un uomo di temperamento. Non per nulla deve la promozione a un’entusiastica campagna di massa promossa dal quotidiano fascista Il Tempo, il quale, in occasione della cattura del famoso Cimino, magnificò le doti di tiratore del nostro eroe, definendolo «degno d’uno sceriffo del glorioso West». (Il colpo spezzo la spina dorsale e le speranze di fuga del rapinatore). Udo Lemke, molto sbrigativamente e con una procedura alquanto inedita, fu dichiarato «teste a disposizione» e trattenuto. Probabilmente non fu estranea a tale decisione la tradizionale signorilità dell’arma benemerita: anche se per soli 10 giorni, il disagiato Lemke ebbe la fortuna di essere ospitato gratuitamente nei locali del comando. Contrariamente al colonnello Vitali, il giudice istruttore Ernesto Cudillo, il magistrato che a Mantova si fece un’esperienza sifaristica, a parte le indagini e relativa archiviazione del «caso Rocca», non dà eccessiva importanza alla testimonianza del tedesco. Inoltra la richiesta d’un rapporto informativo alla questura di Palermo, la quale dopo alcuni giorni comunica che «nulla è dato sapere su tali Salvatore e Nino Machino, che risultano sconosciuti a questo ufficio, mentre il nominato Stefano detto «Dente d’oro» risulterebbe essere, secondo la descrizione fisica pervenuta, tale Galatà Stefano, di anni 25, studente, abitante a Catania in Vico Carrata. Il dottor Cudillo non ritiene però opportuno sentirlo personalmente, né tantomeno disporre un confronto tra costui e Udo Lemke. Impegnato com’è con Valpreda e compagni, si limita a far citare il Galatà come teste dall’ufficio politico della questura di Palermo, affinché lo interroghino sulle circostanze riferite dal tedesco. La risposta è rassicurante: lo studente siciliano nega recisamente di aver mai conosciuto il Lemke o un qualsiasi altro turista tedesco. Aggiunge di non sapere chi siano Nino e Salvatore, e conclude affermando che il suo ultimo viaggio a Roma risale al settembre del ’69. Il dottor Cudillo passa e avanza, tanto più che non gli risulta che il «XXII marzo», abbia propaggini nell’isola. Ogni ulteriore indagine in questa direzione sarebbe senz’altro superflua.

I contro accertamenti

Chi è questo Stefano Galatà, identificato come «studente venticinquenne», senz’altre qualifiche o aggettivazioni, dall’ufficio politico della questura di Palermo? Se il dottor Cudillo è ancora interessato alla cosa può servire il metodo che abbiamo usato noi: è poco faticoso e dà ottimi risultati. E’ sufficiente che la stessa domanda, anziché alla polizia, la rivolga a un qualsiasi cittadino catanese, in possesso di licenza elementare, requisito fondamentale per la lettura di un giornale. Si tratta infatti di personaggio assai noto alle cronache locali. Responsabile dei «volontari del MSI» di Catania. e provincia, organizzatore di innumerevoli azioni squadristiche,  accoltellatore di uno studente di sinistra nell’estate del 1968, Stefano Galatà ha avuto l’onore di essere più volte citato dalla stampa fascista come «valente camerata» e di beneficiare nel novembre del 1969 di un «premio» di 50.000 lire da parte del soccorso tricolore, il fondo di incentivazione e promozione dello squadrismo istituito dal direttore del Borghese, l’ex-repubblichino di Salò Mario Tedeschi. Quello stesso soccorso tricolore, guarda caso, che fino al dicembre distribuiva soldi ai fascisti meritevoli su segnalazione di Giancarlo Cartocci, dirigente di Ordine Nuovo, intimo di Mario Merlino, indicato nella Strage di Stato come l’esecutore materiale degli attentati all’altare della patria. Se poi il dottor Cudillo volesse approfondire, a scopi puramente accademici, la ricerca su Galatà, basterebbe rivolgersi anziché al semplice lettore di giornali a qualcuno che sia anche superficialmente a conoscenza dell’ambiente politico catanese. Scoprirebbe che Stefano «Dente d’oro», in prima linea fino al dicembre del 1969, ha improvvisamente dato segni di stanchezza ritirandosi dalla militanza attiva, anzi sparendo addirittura dalla circolazione dopo la comparsa in libreria della Strage di Stato. C’è chi dice che si trova a Pronte, una cittadina della provincia e che mantenga contatti saltuari soltanto con alcuni conoscenti, casualmente impiegati all’ufficio politico della questura di Catania, tra i quali il commissario capo dottor Riggio. Se il dottor Cudillo fosse davvero intenzionato a cercarlo, potremmo persino fornirgli delle foto, scattate col teleobiettivo, ma sufficientemente chiare. Sono a sua disposizione, magari potrebbe mostrarle a Udo Lemke.

Il teste sfortunato

Già, che fine ha fatto Udo Lemke, testimone volontario nell’indagine sugli attentati del 12 dicembre? La sua è una storia sfortunata, anche se senza confronto con quella di Armando Calzolari, il fascista del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, trovato annegato in 80 centimetri d’acqua, dodici giorni dopo la strage; con quella di Casile e Aricò, i due compagni anarchici di Reggio Calabria, testi a discarico di Valpreda, schiantatisi contro un camion all’altezza della tenuta agricola di Valerio Borghese e con quella degli altri testimoni misteriosamente scomparsi, dei quali parleremo più diffusamente in un’altra occasione. Date le circostanza c’è da concludere che, tutto considerato, al giovane tedesco poteva andare anche peggio. Dopo 10 giorni di ospitalità forzata nel comando dei carabinieri di San Lorenzo in Lucina, il Lemke, nonostante il suo breve soggiorno italiano si fosse rivelato così emozionante, decise di cambiare aria. Il dicembre si aggrega ad una comitiva di «cappelloni» e parte per Creta. Ritornerà dopo una quarantina di giorni, esattamente l’8 febbraio del 1970. Benché qualcuno gli avesse ancora «consigliato» di partire, forse pensava che ormai, passato il peggio, l’aria romana fosse tornata respirabile. S’ingannava.

Tre giorni dopo il suo rientro nella capitale Udo Lemke viene avvicinato, in un bar di piazza di Spagna, da un giovane austriaco male in arnese, un certo Wolfang, che gli chiede se può ospitarlo per un paio di notti, finché, gli dice, non saranno arrivati i soldi che stava, aspettando da casa. Al momento dell’approccio è presente anche una ragazza canadese di 17 anni che Udo ha conosciuto durante il viaggio. I due si consultano e decidono di dare una mano all’austriaco. C’è un solo problema. Al «Sole», l’alberghetto scalcinato dove sono alloggiati, fanno delle difficoltà. Non avevano voluto affittare alla coppia una camera matrimoniale, perché la ragazza è minorenne e oltrettutto non permettono che una stanza singola venga usata da più persone. Udo non ce la fa a pagare, l’affitto di tre stanze e decide di cambiare albergo; vanno all’Hotel Flora, dove per 1.300 lire affittano una stanza a tre letti. La mattina successiva verso le 9 il tedesco esce lasciando Wolfang e la ragazza ancora addormentati. Dopo mezz’ora quest’ultima si sveglia ed esce per fare delle compere, lasciando il suo orologio. Tornerà in albergo dopo un’ora circa, trovando l’austriaco ancora sdraiato sul letto. A mezzogiorno bussano alla porta della stanza, la ragazza va ad aprire e si trova davanti due brigadieri del commissariato di PS Castro Pretorio, i quali le esibiscono un mandato di perquisizione. Nel frattempo sopraggiunge Lemke; nell’atrio dell’albergo qualcuno lo avverte che su c’è la polizia, ma lui scrolla le spalle, è convinto di non avere problemi del genere. Ancora una volta si sbagliò. Da un comodino della stanza, durante la perquisizione, salta fuori un sacchetto di cellophane contenente 10 chilogrammi di hascisc. I brigadieri invitano Udo, la ragazza e Wolfang a seguirli in questura. I primi due, pur dichiarandosi all’oscuro dell’esistenza della droga, li seguono; il terzo, giunto nell’atrio, chiede di risalire per soddisfare un bisogno fisiologico. Incredibilmente, trattandosi di un fermato per un reato del genere, il permesso viene concesso. Solo dopo un quarto d’ora il brigadiere Pedini fa mostra d’insospettirsi e va a scuotere la maniglia del gabinetto: l’austriaco Wolfang, l’occasionale compagno della coppia, si è eclissato. A questo punto la storia di Udo Lemke, testimone volontario dell’attentato del 12 dicembre, assume le caratteristiche dell’incubo. Contro di lui viene spiccato un mandato di cattura per detenzione di stupefacenti e viene associato alle carceri di Regina Coeli. Il suo nuovo compagno di cella è Mario Merlino. Dopo quattro mesi viene celebrato il processo. Il pubblico ministero è Vittorio Occorsio, lo stesso che ha «inchiodato» Valpreda alle sue responsabilità. Sul banco degli imputati Udo Lemke e la ragazza canadese protestano la propria innocenza, l’austriaco Wolfang (si chiamerà davvero così?) è scomparso nel nulla. Udo Lemke viene condannato a tre anni per detenzione a scopo di spaccio di sostanze stupefacenti; la ragazza viene prosciolta per insufficienza di prove. Due mesi più tardi il giovane studente tedesco vien trasferito nella clinica neuro-psichiatrica di Perugia per «disturbi del contegno». E’ la formula ufficiale. La sua storia, per ora, finisce qui.

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