Dire anarchici non basta… e infatti l’Espresso andò molto oltre nel confondere le acque di Enrico Di Cola (vedi articolo de L’Espresso 28 dicembre 1969)

L’articolo dell’Espresso, che riportiamo per intero in altra pagina del Blog, dimostra come la stampa borghese, anche quella considerata democratica e liberal, contribuì sin dai primi  giorni – in modo vergognoso – a costruire l’immagine degli anarchici del 22 marzo come “ambigui” e “mostri”, aiutando così la magistratura a coprire le tracce dei veri colpevoli della strage di stato.

L’articolo, a cura di Giuseppe Catalano, Paolo Mieli e Mario Scialoja, è esemplare nel mostrare come la stampa dell’epoca si fece complice del potere riportando solo le tesi colpevoliste e cassando invece ogni voce che venisse dall’interno del 22 marzo tendente a gettare luce sulla nostra breve esperienza politica.

Faccio subito una premessa: la mia è una testimonianza diretta dei fatti e non un sentito dire. Infatti il “Giacometto” di cui quei signori giornalisti parlano sono in realtà io. All’epoca dell’intervista ero già attivamente cercato dalla polizia (il mandato di cattura arriverà però solo nel gennaio del ’70) e avevo assunto come nome convenzionale da usare con gli estranei, Giacomo (Giacomino o Giacometto). Gli autori dell’articolo sapevano che ero un militante del 22 marzo (i compagni che mi avevano portato li garantivano questo) e si erano impegnati a non rivelare la mia vera identità.

Non ricordo se andai a casa di Mieli o di Scialoja per rilasciare quella lunga intervista. Ero accompagnato da un paio di compagni che conoscevano uno dei giornalisti dall’università e di cui si fidavano abbastanza per la sua correttezza.

Quello che posso dire con certezza è che nulla di quanto io dissi venne poi pubblicato. Non mantennero neanche la parola data di non rivelare il mio nome. Peggio ancora: non lo dissero ai lettori, ma lo fecero capire alla polizia! (…”Quando i picchiatori scompaiono, arrivano i poliziotti. Valpreda, Gargamelli, “Giacometto” finiscono in questura con una denuncia per rissa aggravata”).

Non affronterò tutti i punti controversi o falsi dell’articolo, ma mi limiterò a controbattere i più grossolani.

Come è noto, non è vero che Gargamelli partecipò alla riunione che si tenne nel nostro circolo quel 12 dicembre. Il suo alibi – di ferro – era ben altro: si trovava a chilometri di distanza dal nostro circolo, intento a riparare un motorino. Scrivere, come fece l’Espresso, che lui era presente alla riunione significava mettere in discussione il suo alibi, ed era esattamente quello che i magistrati si sforzavano di fare.

Va sottolineato che, a differenza di altri compagni del gruppo, io non potrei mai aver fatto confusione sulla presenza o meno di Gargamelli a quella conferenza. Infatti conoscevo Gargamelli da almeno tre anni, eravamo compagni di scuola, vivevamo a due passi l’uno dall’altro, eravamo molto amici e ci vedevamo o sentivamo tutti i giorni. E, quasi sempre, essendo vicini di casa ci incontravamo per andare al circolo assieme. Sapevo quindi che non sarebbe venuto al circolo quel giorno.

Il “Cobra” non partecipò mai a nessuna riunione del gruppo. Lui venne una sola volta al circolo per tenere una conferenza sulla storia delle religioni. Conferenza non da noi voluta o organizzata ma solamente ospitata per fare un favore a Roberto Mander, compagno del circolo anarchico Bakunin (nella cui sede in un primo momento si sarebbe dovuto tenere l’incontro). Di conseguenza è evidentemente falso che in quell’occasione – in cui erano presenti diversi ospiti da noi non conosciuti venuti per la conferenza – si fosse potuto parlare di “riforme organizzative” o di altro che riguardasse il gruppo.

Quanto sopra detto smentisce categoricamente la versione dei fatti da loro riportata che avrebbe visto Roberto Gargamelli e “Giacometto” (cioè io) recarsi allo studio dell’avv. Nicola Lombardi (in cui per altro non sono mai stato). Come i miei interrogatori dimostrano, fin dal 12 dicembre io affermai che finita la conferenza mi ero recato alla LIDU (Lega italiana dei diritti umani) assieme ad altri due compagni Emilio (Bagnoli) e Amerigo (Mattozzi) di cui feci solo il nome ma non il cognome.

Neanche la ragione per cui ci recammo alla LIDU corrisponde alla realtà dei fatti. Vero è che volevamo denunciare la polizia per le persecuzioni di cui eravamo da tempo oggetto, ma ovviamente ciò nulla aveva a che fare con l’aggressione che subimmo io, Valpreda e Gargamelli a Trastevere e che si concluse con una settimana chiusi nel carcere di Regina Coeli. L’episodio che volevamo denunciare avvenne la mattina del 19 novembre (stessa giornata ma prima della “rissa”), quando, assieme ad una decina di altri compagni, venimmo perquisiti e “arrestati preventivamente” dalla squadra politica dalla Questura romana. La ragione ufficiale di tale fermo sarebbe stata di impedirci di partecipare alle manifestazioni di piazza dove – secondo le loro malate fantasie – avremmo progettato di provocare incidenti. Fummo rilasciati dopo molte ore, quando le manifestazioni erano ormai concluse. In questa occasione alcuni di noi (tra cui io) vennero anche minacciati pesantemente dal commissario Improta (“a te ti teniamo d’occhio, attento, te la faremo pagare”).

L’articolo, così come impostato, sembra quindi puntare a distruggere l’alibi di Gargamelli invece di raccontare la verità di come si svolsero i fatti. Fa pensare a qualche voce interessata raccolta o “suggerita” in Questura che evidentemente, per i giornalisti, era considerata più attendibile della storia, quella vera, che io gli avevo raccontato.

É arcinoto che il 22 marzo da noi anarchici fondato nel novembre del ’69 nulla avesse a che fare con il XXII marzo fondato dai fascisti nel ’68 e morto pochi mesi dopo. Se vogliamo poi dirla tutta, altro fatto noto anche all’epoca  il XXII marzo dei fascisti e di Merlino si rifaceva alle lotte del movimento studentesco francese di Nanterre, ma non si era mai definito “anarchico”. Questi figuri volevano infatti infiltrarsi nel movimento studentesco e non tra gli anarchici, che peraltro all’epoca neanche avevano un luogo fisico dove incontrarsi! Non a caso prima di arrivare ad infiltrarsi tra agli anarchici, Merlino si era infiltrato ed aveva fatto opera di provocazione  – senza alcuna difficoltà – in almeno due dei gruppuscoli di sinistra dell’epoca.

E’ quindi totalmente falso e depistante parlare di “travasi” o passaggi tra il 22 marzo anarchico e il XXII marzo fascista. Noi non “emigrammo” dal Bakunin al 22 marzo, noi semplicemente abbandonammo il Bakunin (che faceva riferimento alla FAI, mentre nessuno di noi vi aveva aderito). Per questo motivo è anche sbagliato parlare di scissione. In un primo momento infatti, a dispetto di tutta la storiografia imperante, non avevamo ancora deciso niente. Non ci andava di convivere con i compagni del Bakunin ma non avevamo ancora neanche deciso se strutturarci o meno in gruppo! Tra noi “fuoriusciti” vi erano infatti sia organizzatori che antiorganizzatori, individualisti e comunisti anarchici, chi tendeva verso la Fai e chi per i Gia e così via. Vorrei che qualcuno ci spiegasse come sia possibile fare una “scissione” da qualcosa al quale non si è mai “aderito”!!

Detto ciò è evidente che non ci stava ne poteva esserci nessun altro “ex fascista” che conoscesse bene l’attività del nostro gruppo, come l’articolo vuol far intendere. L’unica cosa che si può ricavare da quell’articolo è che vi era già una verità di stato – meglio detto una menzogna di stato – che doveva essere raccontata , e a questa “verità” anche molti “onesti” giornalisti si assoggettarono senza vergogna alcuna.

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Una Risposta to “Dire anarchici non basta… e infatti l’Espresso andò molto oltre nel confondere le acque di Enrico Di Cola (vedi articolo de L’Espresso 28 dicembre 1969)”

  1. Circolo 22 marzo ieri e oggi | 12 dicembre 1969 - Strage di Stato Says:

    […] Dire anarchici non basta… e infatti l’Espresso andò molto oltre nel confondere le acque di Enri… […]

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