5 settembre 1977 Lettera dell’avvocato Luca Boneschi a Valpreda di autocritica su conduzione processo di Catanzaro

Milano, 5 settembre 1977

Gentile signora Rachele Torri

Milano

e

Pietro Valpreda

Milano

Cara zia Rachele, caro Pietro,

è da quando Mario Cartoni ha pubblicato su La Nazione le vostre dichiarazioni, riprese poi da Andrea Barbieri su Panorama, che sento di dover prendere una decisione. Ma, come gli altri vostri difensori, avevo scelto il silenzio e il rinvio per evitare traumi e spaccature: è stato un errore, che si è aggiunto ad altri.

In realtà, so che le critiche che avete espresso sul modo in cui abbiamo condotto il processo di Catanzaro sono giuste. Ho accettato, non importa se condividendoli o subendoli, comportamenti sbagliati. So di aver aspettato e tollerato troppo, e penso che l’incontro progettato per il 12 settembre servirà solo a dichiarazioni di buone intenzioni.

In queste condizioni, per non fare dell’inutile e retorica autocritica, ho una sola scelta: rimettere a vostra disposizione il mandato ricevuto e spiegare perché. Non posso continuare a inghiottire amaro, come ha scritto Panorama.

Il primo errore l’ho commesso sulle questioni economiche, che ci hanno assorbito per diverse settimane di processo. Anziché pretendere la pubblicità dei finanziamenti alla difesa, ho accettato che se ne occupi un comitato semiclandestino, costituito dopo non piccole pressioni (perché i grandi partiti della sinistra, con finanziamenti pubblici di decine di miliardi, sono restii a spendere qualche milione per questo processo), e che lesina il denaro: così a Milano abbiamo uno stralcio molto parziale degli atti da cui manca quasi tutto quello che serve; così ancora oggi non abbiamo i documenti del SID acquisiti dalla Corte: Maletti l’ho interrogato senza, usando alcune fotocopie provvidenzialmente passateci da qualche giornalista e collega: e già si dice che i soldi stanno per finire.

Il secondo errore è di non aver rifiutato l’ipocrisia. E’ vero che il processo è lento, che le udienze sono poche, che è andato in vacanza per un mese e mezzo; ma è anche vero che i tempi, e in particolare la sospensione estiva, sono sempre stati concordati in linea di massima con la Corte. Allora bisogna dire che i comunicati scandalizzati, firmati da una parte del nostro collegio e che ho letto sull’Unità perché il processo andava in ferie, hanno il sapore ipocrita della più pura demagogia.

Il terzo errore l’ho commesso sul SID, un nodo che è venuto subito al pettine. Per, gli avvocati del PCI noi dovevamo attaccare le deviazioni, ma non l’istituzione (poi non abbiamo attaccato nemmeno la prima): è così che il processo, sul Sid – cioè sulle responsabilità degli apparati militari e politici – è stato gestito molto più dalla difesa di Ventura e dalla parte civile che da noi; è così che l’Unità ha attaccato come troppo generica e velleitaria l’ordinanza della Corte che acquisiva i documenti del Sid, solo perché accoglieva richieste che noi ci eravamo dimenticati di fare. E’ così che siamo andati in vacanza senza fare le istanze necessarie per ottenere altri documenti che possono essere molto rilevanti.

Il quarto errore si chiama Maletti. Al suo interrogatorio siamo arrivati senza avere le copie di documenti essenziali. Quanto al modo in cui è stato interrogato, le vostre critiche sono esatte. Per scelte precise, gli avvocati del PCI l’hanno interrogato come teste e non come imputato. Alle sue responsabilità non lo abbiamo inchiodato. E prima dell’interrogatorio, i pour-parler con i suoi difensori sono stati fitti.

Ho detto all’inizio che non ha importanza se ho subito o condiviso questi comportamenti. In pratica li ho accettati, non è stato possibile gestire altrimenti il processo, mi sono rifugiato in una logica perdente: quella dell’unità del collegio come dato prevalente sull’impostazione di una linea che ritenevo più giusta; così anziché rendere pubblici i dissensi che regolarmente si verificavano nelle riunioni del collegio, ho accettato di puntare tutto sugli esecutori materiali e di avere la mano leggera sui mandanti, i protettori, i garanti politici.

All’inizio del processo ritenevo di poterlo condurre in altro modo. Oggi questo è sempre meno possibile; tutto è più chiaro. Il PCI ha firmato l’accordo di programma con la DC; e con questa porta avanti una politica di attacco ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana cercando di affossare l’istituto del referendum e di abrogare (con le nuove proposte sull’ordine pubblico) le garanzie relative alla libertà personale e alla difesa degli imputati; ha lasciato passare una riforma dei servizi segreti che, a parte la facciata, ne lascia intatta la sostanza; fa parte della maggioranza di governo. Pensare che i suoi avvocati possano, in queste condizioni, andare a fondo sul Sid, su Andreotti, sulla DC e sulle sue responsabilità di allora e di oggi nella strategia della tensione è semplicemente un’illusione.

Per questo ho deciso di mettere a disposizione il mandato.

Se si determinassero condizioni tali da rendere possibile una diversa conduzione politica del processo – quella che anche voi auspicate –potremo riparlarne. Nelle condizioni attuali, non ho altra scelta di questa, che renderò pubblica.

Vi abbraccio.

Luca Boneschi

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