MEMORIALE Tratto da: Lettere dal “carcere del sistema” di Pietro Valpreda (maggio 1972)

Nostra nota

In questo memoriale Pietro racconta la sua vita, di come e quando iniziò a interessarsi alla politica, per poi concentrarsi su alcuni punti dell’accusa, inventati dalla magistratura per poterlo incastrare. Una descrizione ed un racconto utile ancora oggi per smerdare alcuni vermi, novelli dietrologi, che cercano di infangare la sua memoria, la sua storia, la sua figura.

Per motivi che possiamo solo ipotizzare (probabilmente per proteggere altri compagni) vi sono due nomi “sbagliati”: quello di Enrico Di Cola (allora latitante) che viene chiamato Pietro, e quello di Angelo Fascetti (prima incriminato e poi prosciolto) che viene chiamato Carlo. Vi è anche un errore nel riportare il nome di una sigla, forse perché inserito dai redattori e non da Pietro che tale sigla ben conosceva, che è quello dei GIA nel testo chiamati (Gruppi italiani anarchici) invece che Gruppi di Iniziativa Anarchica.

Memoriale

Durante i bombardamenti dell’agosto del 1943, la casa in cui abitavamo a Milano, in corso di Porta Vittoria, venne sinistrata; mamma, mia sorella ed io sfollammo a Cannero, un piccolo paesino di mille anime sul lago Maggiore; papà rimase a Milano e, quando gli era possibile, ci raggiungeva alla fine della settimana con mezzi di fortuna. Cannero è il paese d’origine dei miei bisnonni materni; la mia nonna materna e mia madre vi sono cresciute.

Quando nacqui, il 29 agosto 1932, i miei genitori erano padroni di un bar; mamma era giovanissima, non ancora diciannovenne. Il nonno materno di mamma aveva una piccola villa a Cannero ed era direttore di una fabbrica di spazzole, l’unica industria del paese. Il mio bisnonno, Bartolomeo, chiese ai miei genitori se, dopo che fossi svezzato, avendo loro il lavoro del negozio, volevano lasciarmi da lui per qualche tempo. Così fecero. Dopo tre anni nacque la mia sorellina, Maddalena. Restai con il mio bisnonno fino alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1941.

La mia prozia Rachele, sorella della mia nonna materna, viveva con il bisnonno Bartolomeo, e, non essendosi sposata, era rimasta vicino a suo padre fino alla morte di lui. Dopo lo scoppio della guerra, venuto a mancare il sostegno paterno, zia Rachele, senza nessuna esperienza, dovette cercarsi un lavoro per vivere; ritornammo a Milano e io ritornai a vivere con i miei genitori. La vita di sacrifici e di paure che si passò durante la guerra voluta dalla follia fascista è ancora nella memoria di coloro che vissero quei giorni: è un dovere non dimenticare.

Il 25 aprile eravamo già tornati a Milano. Poco dopo ci trasferimmo nell’appartamento di viale Lucania 5, dove i miei abitano tuttora.

Terminavo la terza media all’Istituto Zaccaria, gestito dai padri Barnabiti e Milano sgomberava faticosamente le sue macerie e faticosamente cercava di sanare le sue ferite. I miei nonni materni erano tornati anche loro da Bareggio, un paesino in cui erano stati sfollati, ed ebbero dal Comune, anche come genitori di un caduto sul fronte greco-albanese, un appartamento alle case popolari di San Siro, in via Cividale. Nel ’47 mi stabilii con loro: abitavano in periferia, vi erano prati e io ero più a mio agio.

Qui devo aprire una parentesi, perché è a questo periodo che risalgono i miei primi contatti con la politica. Mio nonno, che ora ha 84 anni, è sempre stato nel partito socialista; fin da giovanissimo. Credo che oggi sia una delle più vecchie tessere del Psi. Mi parlava dell’antifascismo, della resistenza, del socialismo, delle angherie che aveva subìto durante il fascismo, di come veniva arrestato per misura precauzionale se il duce veniva a Milano, di quando difesero l’Avanti! dall’attacco dei fascisti, e di tanti altri avvenimenti che aveva vissuto personalmente. Con lui frequentavo la cooperativa socialcomunista di piazza Segesta, di cui possedeva alcune azioni che, credo, ora abbia passate a mio nome.

In quel periodo tutti i rifugi delle case popolari erano adibiti a cellule del Pci e del Psi; erano i tempi del Fronte Popolare; nelle cellule dei partiti si tenevano corsi sull’ateismo, politici, di storia, di partito. Alla domenica si ballava, a volte anche nei cortili pavesati con lampioncini veneziani di carta; bastava un giradischi per credere di aver acquistato la libertà. In quel periodo cominciò a svilupparsi la mia passione per la danza.

Ero già ateo, perché la mia crisi religiosa la ebbi a 14 anni, frequentando alcuni studenti antifascisti delle classi superiori dell’Istituto Zaccaria; ribelle lo ero sempre stato, per natura.

Un giorno mi capitarono in mano alcuni opuscoli anarchici e il giornale Il libertario, che si pubblicava a Milano. Trovai nell’anarchismo la mia fede politica e tutto quello che non avevo trovato altrove. Ora, a distanza di 20 anni, solo perché anarchico, mi trovo imprigionato innocente.

Il debutto con Scugnizza

Lavorai per tre anni circa con un fratello di mio nonno, il quale aveva una piccola officina artigiana di argenteria. Feci in tempo a diventare apprendista operaio cesellatore; alla sera frequentavo la scuola di arte applicata all’industria (scultura) e per due anni corsi in bicicletta come allievo.

Il boogie-woogie furoreggiava; ero diventato uno sfegatato del jazz. A 18 anni frequentai per alcuni mesi la scuola di danza del maestro Ugo Dall’Ara. Un giorno mi offrirono una scrittura nella compagnia di operette di Raffaele Trengi; accettai e partii. Tutti i miei furono molto stupiti, ma non si opposero.

Mi ricordo che Rosanna, la mia ragazza, che era pure lei allieva di classico, voleva fuggire di casa e fare la ballerina, ma non lo fece. Ora sarà una bionda signora con prole.

Il mio debutto avvenne a Livorno, con l’operetta Scugnizza. La nuova vita mi affascinò, mi sentivo libero, vedevo posti nuovi e anche se saltavo qualche pasto ero felice. Ero partito con Franco, un altro debuttante ballerino milanese e nei primi mesi avemmo un deperimento organico a forza di saltare nei letti delle nostre colleghe di lavoro.

Rimasi con Trengi più di due anni e mezzo. Andammo in tournée in Svizzera, a Malta, in Libia. Dopo circa un anno che ero in compagnia mi innamorai di una collega, Adriana, una romagnola rossa. Mi misi con lei e lasciammo la compagnia insieme per far parte della rivista del maestro Nello Segurini. Come si sciolse la formazione, ci lasciammo. L’ho rivista quattro anni or sono: lavorava come entraìneuse in un locale notturno di Bologna; il suo viso stupendo era forse ancora più bello.

Feci parte di un’altra formazione di operette e ai primi di gennaio del 1954 partii disperato per il servizio militare, il periodo più insulso, squallido, inutile e alienante della mia vita.

Qui ritengo opportuno ampliare, almeno in ordine cronologico, quale fu il mio reale stato di servizio, perché durante l’attuale fase di istruttoria fu deposto sulle mie reali mansioni e specializzazioni, tutto ai fini di puntellare le tesi dell’accusa e nel quadro più ampio del linciaggio morale perpetrato nei miei confronti. In tal senso l’accusa si valse dell’ex-tenente Ciccio, ora dipendente di Edilio Rusconi, di cui si è recentemente interessato il dottor Marcello De Lillo, giudice istruttore sul «golpe» di Borghese, riguardo ai suoi legami e finanziamenti al Fronte Nazionale.

Mai visto esplosivi

Dopo il normale corso di addestramento al CAR di Fossano (Cuneo) fui assegnato al 114° reggimento, di stanza a Gorizia, ma fui quasi subito trasferito a Palmanova (Udine) per un corso di specializzazione. Questa specializzazione fu di informatore: studiai l’uso della bussola e delle carte geografiche. Non partecipai perciò mai e poi mai a corsi o lezioni riguardanti gli esplosivi o altro (tranne i tiri regolamentari al poligono); per cui, quando raggiunsi il battaglione, il mio compito riguardò sempre ed esclusivamente la mia specializzazione. Nelle marce o uscite di addestramento io adoperavo bussole e carte e non tritolo o altro: quello era compito degli artificieri o di altri specialisti. Indi fui aggregato a una caserma della finanza in qualità di selettore delle reclute.

Raggiunsi il mio reggimento al campo di Tambrè di Alpago; al rientro a Gorizia, stetti per qualche tempo come furiere al comando reggimentale; alfine raggiunsi definitivamente il mio battaglione. Così arrivai praticamente a metà ferma e se anche vi erano stati dei corsi di addestramento durante le uscite, erano terminati da tempo. Mentre mi trovavo al battaglione, ebbi una sola licenza come premio per aver donato il sangue. Tutto il resto che è stato detto è solo una sordida manovra calunniatrice.

Dopo tredici mesi di servizio militare fui arrestato per una sciocchezza che avevo commesso da minorenne, una tentata rapina. Fui tradotto a Milano e rimasi in carcere un anno. Fu la mia prima esperienza. Uscii dopo il processo e venni condotto al distretto militare per terminare la ferma. Avevo incominciato a provare il pugno del sistema.

In quegli ultimi mesi conobbi e intrecciai una relazione con Mariuccia. A distanza di tempo posso affermare che fu una donna che contò nella mia vita; fu un amore vero, che lasciò in me un’impronta che non si è più cancellata, per ciò che trovammo insieme. Forse una cosa bisogna perderla per capire il suo vero valore e il significato che aveva per noi. Mariuccia per me abbandonò un marito e una figlia; la nostra bella unione durò sei anni. Fu anche l’unica donna con cui ebbi una casa in comune. Avevamo una piccola mansarda al quinto piano, a Porta Venezia, a Milano. Durante la nostra convivenza feci di tutto per lavorare senza lasciare Milano. Nei primi cinque anni feci soltanto due brevi tournée, una con la compagnia di Nuto Navarrini e un’altra con Pinuccia Nava. Fu in questa compagnia, che aveva tenuto il cartellone tutta l’estate a Milano, che conobbi Rossana R. Con Rossana ebbi un breve flirt. Forse feci un’altra breve tournée con Nuto Navarrini, ma non ricordo. Cercavo scritture stabili a Milano e ne ricordo due, con Bramieri e con Lucio Flauto. Poi televisione, fumetti, cinema, pubblicità. Nel 1961 mi riprese la smania di viaggiare e, con brevi soste a Milano, lavorai con Claudio Villa, Aichè Nanà, Gegè Di Giacomo e Riccardo Minigio (Rik). In questo periodo incontrai Patrizia, con cui iniziai una relazione. E questa fu forse la causa principale per cui ruppi con Mariuccia. Difatti quando nel maggio del 1962 ci lasciammo, mi unii con Patrizia. Nel 1958, in agosto, ero stato fermato dalla finanza sulla mia topolino. Ebbi una multa e dieci giorni di carcere per alcune centinaia di pacchetti di sigarette che avevo acquistato a Domodossola. Sette giorni di carcere li feci a Domodossola, gli altri tre giorni, nel 1964, a La Spezia, mentre lavoravo con la compagnia Ceccherini.

In quegli anni il movimento anarchico era praticamente nullo; esistevano pochi gruppi, che avevano una sede dove la tradizione era molto forte, come Livorno, Carrara, Genova, Canosa di Puglia; i migliori erano morti nella guerra di Spagna o nella resistenza, o si trovavano in carcere, o erano rimasti per sempre in esilio. A Milano ci si riuniva al partito repubblicano, o nella sede dell’Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti (di cui era cassiere il nostro compagno Mario Damonti, che era stato vent’anni rifugiato in Francia, che aveva combattuto con il maquis e aveva avuto pure una figlia morta in un lager tedesco) o in una vecchia osteria a Porta Ticinese.

In quel periodo conobbi Giuseppe Pinelli. Con altri due compagni aveva un gruppo che si chiamava «Gaetano Bresci». Tentavano quel minimo lavoro politico che le condizioni storiche permettevano. Se si attaccavano ai muri volantini o se si cercava di vendere la nostra stampa, se si cercava di parlare di anarchia, non si veniva arrestati come al presente; ci trattavano come individui da ospedale psichiatrico, o i più benevoli da sorpassati o da utopisti.

Armando Borghi, il nostro compagno dirigente dell’Usi prima dell’avvento del fascismo, dopo la guerra era ritornato in Italia dal suo esilio in America e dirigeva a Roma il nostro settimanale, Umanità Nova, fondato da Errico Malatesta. A Milano, Il libertario già da tempo aveva cessato le pubblicazioni; nel 1960 si tentò di dargli nuovamente vita, ma fallì dopo una decina di numeri; direttore ne fu il compagno Mario Mantovani, il quale dopo la morte di Borghi prese il suo posto a Umanità Nova e lo occupa tuttora. Tranne le riunioni quando era a Milano e i contatti con gruppi e compagni isolati, non si faceva un vero lavoro politico. Io raccoglievo tutto il materiale che potevo trovare sul Movimento nelle librerie, sulle bancarelle, dai vecchi compagni; libri sull’anarchia non se ne stampavano, tranne quelle tirature limitate che con grandi sacrifici venivano edite dalle collane del Movimento.

Dal 1962 girai ininterrottamente. Feci parte di molti avanspettacoli, riviste, ecc. Patrizia era con me. Nell’estate del 1964 feci parte del balletto di Katherine Dunham, che girò La Bibbia. Nel gennaio 1965, mentre ero con la compagnia di Sergio Parlato, mi ammalai del morbo di Bürger.

Dovetti subire due interventi chirurgici e rimasi quasi cinque mesi all’ospedale. Nell’ottobre dello stesso anno riprendevo il lavoro completamente guarito e Patrizia e io debuttammo con la compagnia Patti.

Nel 1966, sull’onda del movimento provos olandese, che allora si batteva su posizioni libertarie, del movimento beatnik americano e dei primi sintomi della contestazione studentesca, anche il movimento anarchico riprese vigore. In quel periodo conobbi Ivo Della Savia e suo fratello Piero. A causa dei viaggi dovuti alla mia professione, avevo pochissime occasioni di incontrare sia loro che gli altri compagni; mi ricordo bene di Piero, che allora era un ragazzo di 13-14 anni esile e biondo, cui spesso davo i biglietti omaggio per vedere lo spettacolo al teatro Smeraldo. A Milano vi era una sede in piazza Brescia con diversi giovani; da lì fummo sfrattati per un convegno della gioventù provos e anarchica e ci trasferimmo in piazzale Lugano, dove la sede funziona tuttora. Appena il lavoro me lo permetteva, frequentavo i compagni.

In aprile del 1968 appena finito il contratto con la compagnia di Lola Gracy, fui scritturato per tutta l’estate dal Comunale di Bologna. Patrizia venne con me. La nostra unione, capivo, stava per finire. La nostra era stata una relazione burrascosa, io ero sempre irrequieto e scontento; ci eravamo già lasciati per alcuni mesi, un anno prima, ora eravamo agli sgoccioli. Con il Teatro comunale di Bologna andammo anche a Pesaro, per il centenario della nascita di Rossini, e demmo il suo Mosè.

In una breve pausa contrattuale partecipai con i compagni di Milano al congresso anarchico di Carrara; poi, sempre con il Comunale, debuttai a Losanna. Ritornai a Bologna, inaugurammo la stagione.

Io avevo cominciato una relazione con Valeria, mia collega di danze a Milano. Patrizia era con la compagnia di Marotta; a metà dicembre del 1968 la raggiunsi a Genova, dove ci lasciammo definitivamente. Non ci siamo più rivisti; ho appreso solo che è stata interrogata dal giudice in merito alla mia attività sessuale prima e dopo l’operazione, sempre a fini di giustizia: onde trovare un mio supposto trauma che giustificasse la loro pazzia del taxi. Tornai a Milano da mia zia. Cominciai a studiare danza classica con Sabino Riva.

Quasi ogni giorno mi trovavo con i compagni al Ponte della Ghisolfa o alla casa dello studente-lavoratore, l’ex-albergo Commercio di piazza Fontana.

Il lavoro politico e di propaganda non mancava. In febbraio, dopo il raduno regionale del Msi al cinema Ambasciatori, verso l’una di notte i fascisti lanciarono delle bottiglie molotov contro la Cisl. Due passanti che leggevano dei manifesti furono gravemente feriti. Io facevo il turno di portineria con il compagno Steven e la lingua di fuoco di una molotov ci passò a poco più di un metro; come sempre nessun fascista venne fermato.

Intanto ci eravamo affiatati in un gruppetto di cinque uomini e una donna; lavoravamo sempre uniti e ci denominavamo anarchici iconoclasti; contestammo pure il Festival di Sanremo.

Le bombe alla Fiera

La mia relazione con Valeria era terminata. Una notte, al quartiere artistico di Brera, in un locale caratteristico, incontrai Rossana; in ricordo dei tempi passati stemmo insieme un paio di giorni, poi lei partì per Roma dove aveva casa.

Il 25 aprile scoppiavano le bombe alla Fiera e alla Stazione centrale. Come al solito cominciò la caccia all’anarchico; io fui trattenuto e interrogato per due giorni benché avessi un alibi di ferro. Cinque nostri compagni furono proditoriamente incriminati e incarcerati senza prove. Su di loro pendevano sospetti, oltre che per i 17 attentati terroristici, anche per il gravissimo episodio della bomba del 25 aprile 1969 al padiglione Fiat della Fiera di Milano e per quello della bomba all’Ufficio Cambi della Stazione di Milano.

Oggi, dopo il processo, la vergognosa costruzione imbastita dal solito commissario Luigi Calabresi, detto «volto d’angelo», imperniata principalmente sulla falsa teste Rosemma Zublena e avallata da un’istruttoria altrettanto artefatta e lacunosa del solito giudice Antonio Amati, è crollata miseramente, sconfessando non solo l’operato degli inquirenti, ma dando la prova della responsabilità di ambienti politici ben precisi. Infatti per molti attentati la polizia romana era sulle tracce di noti elementi di estrema destra (deposizione di Umberto Improta, funzionario della squadra politica di Roma, a Milano). Come già aveva svelato il giornale inglese Observer, era in atto in Italia una vasta operazione eversiva condotta dai fascisti italiani e ispirata dai colonnelli greci.

Il processo di Milano e l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana confermano che alcuni ambienti politici italiani speravano nel successo dell’operazione. Per le bombe del 25 aprile ciò è ormai chiaro: la responsabilità materiale dei fascisti fu provata in aula. I compagni anarchici, pur essendo crollata miseramente l’accusa, hanno pagato in parte solo perchè l’intera verità era un accusa contro i loro accusatori.

Torniamo alla mia vicenda. Per quanto facessi una attività politica, non smettevo di frequentare le lezioni di ballo. Sabino Riva, con cui studiavo a Milano, da un po’ di tempo si era trasferito a Roma, l’unico sindacato nostro con possibilità di lavoro era a Roma, tutto l’ambiente artistico era a Roma, mentre Milano non offriva quasi più nulla; così decisi di andare per un periodo a Roma. Il primo maggio 1969 ero a casa di Rossana.

Ripresi subito a frequentare il nostro sindacato ballerini, ripresi a studiare con Sabino; alla fine di maggio ebbi un breve contratto in televisione e mi trasferii in una pensione per gli artisti vicino al teatro Jovinelli.

I compagni di Roma avevano la sede del gruppo Bakunin in via Baccina; i contatti all’inizio furono quasi nulli. Alla fine di giugno rividi Ivo Della Savia a casa di una compagna; aveva appena scontato tre mesi di carcere militare; mi propose di entrare in società con lui, dato che voleva aprire un negozietto per la costruzione di lampade liberty. Accettai e trovammo il locale in via del Boschetto 109, vicinissimo a via Baccina. Data questa vicinanza e anche perché Ivo dormiva a casa della famiglia Rossi, attivista del gruppo, i contatti con i compagni si fecero molto più frequenti.

Il mattino frequentavo sempre le lezioni di danza e il pomeriggio lavoravo. Durante l’estate ebbi una breve relazione con Ermanna, con cui avevo lavorato insieme anni prima; risultavo perciò schedato con lei allo stesso albergo.

L’8 agosto si verificarono gli attentati ai treni; la polizia politica cominciò una persecuzione nei riguardi miei e di Ivo; fummo interrogati svariate volte; capitavano perfino due volte al giorno al negozietto; fecero promesse e minacce; a me offrirono soldi e un contratto alla televisione se avessi fatto arrestare un compagno latitante; basta dare qualche cosa in pasto al pubblico, dissero loro, anche se non centra con i treni. Improta mi disse che l’avrei pagata per non aver voluto collaborare. E le sue parole non erano vaghe minacce: oggi sto in carcere e pago innocente. A causa loro fui cacciato pure dalla pensione, perché tre o quattro volte vennero anche dove dormivo.

Lo sciopero della fame

In questa occasione fu interrogata varie volte anche Ermanna; subì diverse pressioni e pure una proposta. Lo disse a me, di fronte a diversi altri testimoni. Un pomeriggio la squadra politica ci spiò per tutto il tempo che stemmo a prendere il sole in una spiaggia appartata, dopo Ostia.

Già da diversi mesi, prima degli attentati di dicembre, la polizia politica aveva spie e provocatori in mezzo a noi e mi teneva d’occhio con particolare cura; era perciò al corrente di ogni più piccolo fatto; non avevo da preoccuparmi, perché nulla avevo da nascondere, ma questo sarebbe stato vero se fosse esistita almeno una parvenza di democrazia. I miei dubbi sull’esistenza di infiltrazioni poliziesche trovavano conferma nel fatto che quando ero convocato dalla polizia politica mi venivano riferiti fatti ed episodi anche modesti e insignificanti della mia vita personale: per esempio che ero andato al cinema, con chi avevo fatto il bagno a Ostia e a volte perfino ciò che avevo bevuto o mangiato.

Mi trasferii alla baracca che il gruppo Bakunin aveva affittato (5 mila lire al mese) per un lavoro politico al Tufello. Considerata la paranoia dinamitarda delle autorità nei nostri confronti, tengo a precisare che il lavoro politico consisteva nel discutere con gli abitanti della borgata e sensibilizzarli politicamente.

A settembre venne a Roma Steven. Decidemmo di organizzare uno sciopero della fame per solidarietà con i compagni che languivano ingiustamente in prigione a Milano. A noi si unì Pietro Di Cola, ora latitante. Lo sciopero durò otto giorni e al termine la corrente di Magistratura democratica ci dette la propria solidarietà. Parlò per loro l’avvocato Nicola Lombardi, che ora fa parte del nostro collegio di difesa.

Mi vedevo spesso coi compagni, stavamo insieme quasi ogni sera e si era creato un gruppo all’interno del gruppo, che prese una certa consistenza proprio durante lo sciopero della fame.

Non vi era nessun contrasto ideologico con il resto del Bakunin, solo non ci si trovava d’accordo su alcune modalità di lavoro, su alcune forme interne di organizzazione del gruppo, come la divisione fra simpatizzanti e militanti, i quali praticamente dirigevano tutto, e sul fatto che solo uno di loro avesse le chiavi; noi muovevamo l’accusa di avanguardismo e di burocraticismo.

Questi screzi sui metodi si acuirono sempre più, vi furono pure alcune discussioni personali, io fui addirittura accusato di essere una spia; la spia c’era veramente. Era «Andrea», che era nel Bakunin. Quando ci staccammo, aderì al nostro gruppo, ritenendolo forse un terreno più fertile per le sue provocazioni, anche Mario Merlino.

A metà ottobre Ivo venne chiamato alle armi. Cercai di convincerlo a presentarsi; aveva già subito un processo e una condanna come obiettore di coscienza e aveva già pagato abbastanza per tener fede ai suoi ideali; anche una sua vecchia maestra, da cui ci recammo, lo consigliò in questo senso, perché in caso contrario sarebbe stato un fuggiasco per tutta la vita. Ma disse che proprio non se la sentiva di indossare la divisa. Il 19 ottobre partiva per Bruxelles. La polizia politica tentò di implicarlo negli attentati di Milano, pur sapendo con certezza che si trovava in Belgio da tre mesi.

A ottobre usciva sul settimanale Ciao 2001 un articolo, intitolato «Le guardie nere di Hitler», in cui si parlava di Mario Merlino, fascista, e di un gruppo che aveva tentato di formarsi un paio di anni prima e che si chiamava 22 Marzo. Andammo in gruppo alla redazione e Mario pretese una smentita, affermando che fascista lo era stato in passato, ma che ora era e si sentiva anarchico.

L’azione esemplare

La redazione pubblicò una smentita e, dato che svolgeva un’inchiesta sui gruppi extraparlamentari, ci chiese di portare il nostro programma, che sarebbe stato pubblicato come un’intervista, pagandolo 40 mila lire. Noi ci eravamo presentati come un gruppo anarchico che si riuniva al circolo Bakunin. Stilammo collettivamente l’articolo con prassi e teorie e ci firmammo, dopo lunga discussione, 22 Marzo, perchè eravamo tutti concordi sul maggio francese e sul motto «la teoria nasce dalla prassi».

La redazione lo pubblicò integralmente; aggiunse all’inizio, solo a scopo scandalistico, la domanda: «Avete mai avuto depositi di esplosivi?». Rispondemmo di no. Nel suddetto articolo spiegammo che cosa intendevamo per «azione esemplare». Ora l’accusa ci imputa che «azioni esemplari» erano atti terroristici: come si potrà constatare leggendo l’articolo, è una accusa completamente falsa, lanciata così, proditoriamente, anche in spregio all’intelligenza e alla valutazione, perché il programma è ancora lì, scritto nero su bianco.

Alcuni compagni con i soldi dell’intervista volevano acquistare un megafono, finché prevalse la posizione di affittare un locale. Ci demmo da fare finché trovammo, in via del Governo Vecchio 22, una cantina che era stata adibita per anni a deposito di verdura e al 15 di novembre firmavamo il contratto.

Il 23 ottobre Emilio Bagnoli, Pietro Di Cola e io partimmo per Reggio Calabria, dove dei compagni del luogo dovevano subire un processo per istigazione alla diserzione. Da lì ci recammo il primo novembre a Carrara per il congresso della Fai (Federazione anarchica italiana) e il 2 a Empoli per il congresso dei Gia (Gruppi italiani anarchici). A Empoli fu l’ultima volta che vidi il compagno Pinelli. Si era recato al convegno con altri due compagni di Milano. A questo proposito tengo a chiarire un fatto, e cioè una mia supposta lite con Pino e relativo lancio di saliera. Il fatto è questo: eravamo una quarantina a pranzo in una trattoria; si mangiava, si rideva e si scherzava; Pino era infervorato in una discussione; era a sette od otto commensali da me; lo chiamai e non mi rispose; io, per attirare la sua attenzione, lanciai un cucchiaino che colpì un compagno triestino.

Era solo uno scherzo provocato dall’euforia generale; non vi fu altro; anzi, non vi era mai stato nulla, difatti uscimmo insieme, terminato il pranzo, e andammo a prendere il caffè. Diversi compagni potranno dichiararlo, se si ricordano un episodio così insignificante, e specialmente Bagnoli e Di Cola, i quali erano seduti uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Eppure, sempre ai fini della giustizia, anche su simili inezie hanno fondato il loro linciaggio morale.

Pinelli, da quando lo avevo conosciuto, nel ’58 o ’59, era stato sempre un compagno allegro e gioviale, entusiasta delle nostre idee, anche se eravamo in pochi a professarle. Ora Pino non c’è più. Durante i miei interminabili interrogatori buona parte delle domande verteva su Pino. Mi chiedevano di tutto e avevo l’impressione che in ogni modo volessero provare la sua responsabilità. Ma le mie risposte erano chiare e serene perché rispecchiavano interamente la verità: sapevo che Pino aveva pagato con la vita, da innocente, come da innocenti stavamo pagando noi; pertanto ogni insinuazione e ogni manovra tendenziosa cadevano nel nulla.

Pino era innocente e la sua oscura morte ne è la riprova. Esauriti gli argomenti politici e relativi ai fatti, sono arrivati al punto di chiedermi se ero al corrente di particolari intimi sulla sua vita privata. Per coprire quella verità che ora sta facendosi faticosamente strada, per avallare una infame costruzione poliziesca hanno tentato di separare e contrapporre le posizioni di Pino e nostre. La verità è che siamo uniti e vittime del medesimo disegno criminoso che portò agli attentati del 12 dicembre 1969.

Tornati a Roma dai convegni di Carrara ed Empoli, ci riunimmo diverse volte a via del Boschetto, poi con l’apertura del nostro locale ci demmo tutti quanti da fare per renderlo abitabile. Venne un vecchio compagno muratore ad aiutarci; dovevamo fare collette fra noi per comperare i chiodi o la calce.

Andrea, il mercenario del sistema, era sempre con noi. Ai primi di dicembre Rossana mi propose di trasferirmi da lei perché in baracca faceva freddo. Fu Andrea che si offerse di aiutarmi con la sua macchina a trasportare la roba che vi era in baracca; fu ancora lui che mi riportò con la sua macchina quando lasciai la mia vettura nel cortile della casa di Emilio Borghese perché partivo in autostop per Reggio. Era sempre con noi e partecipò a tutte le nostre attività, anche se lo sfottevamo perché ideologicamente e intellettualmente era zero (ora capisco il perché).

La polizia ci spiava dal di dentro e dall’esterno: il 19 novembre, prima dell’inizio dello sciopero generale, la polizia ci fermò in tredici; perquisirono la mia macchina e il negozio e trovarono solo delle bandiere senza aste.

La sera stessa, a Trastevere, Roberto Gargamelli, Di Cola e io fummo assaliti da una ventina di fascisti. Stavo raccogliendo il compagno Di Cola, svenuto, quando intervennero due poliziotti che avevano assistito all’aggressione. Come consuetudine, fermarono solo noi tre e ci mandarono a Regina Coeli per sei giorni, imputati di rissa.

Il 27 prelevarono da casa sua il compagno Carlo Fascetti e con la solita scusante degli accertamenti per gli attentati del 22 novembre lo sottoposero per un giorno alle solite pressioni; lo minacciarono di dare il foglio di via per il paese d’origine a lui e ai suoi genitori.

Ai primi di dicembre cominciarono a circolare nella sinistra extraparlamentare le voci che i fascisti dovevano effettuare degli attentati il 12 di quel mese; sembra che la fuga delle notizie fosse dovuta a due paracadutisti; anche Andrea era al corrente di questa voce. Solo per questo motivo Emilio Borghese poté dire «sappiamo chi ha fatto gli attentati», riferendosi alla voce che circolava sui fascisti; ma l’accusa capovolse il significato e anche questa ennesima montatura servì: questa volta a fini elettorali.

Alla fine di novembre, primi di dicembre, seppi che Ermanna lavorava al teatro Jovinelli; un giorno chiesi a una mascherina, Letizia, se fosse già uscita; alla sua risposta negativa l’attesi e l’accompagnai a cena. Mangiò solo della frutta cotta, perché disse che aspettava o una telefonata o una visita verso l’una, del padre della sua bambina. L’accompagnai e non l’ho più rivista.

La verità assassinata

Questa è la verità sul mio incontro con Ermanna. Avvenne fra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre. Non vi era e non vi è nulla per cui avrei dovuto mentire su un fatto così insignificante. Ma l’accusa sostiene invece che io sarei tornato a Roma, dopo gli attentati, per… invitare a cena Ermanna. A parte l’assurdità di un simile comportamento, che, tra l’altro, era materialmente impossibile da realizzare, sia come tempi sia per le condizioni della mia auto, il fatto non ha nessuna rilevanza ai fini processuali, per cui non avrei avuto nessuna riserva ad ammetterlo se fosse stato vero.

Ma il fatto è diventato rilevante ai fini dell’accusa: non potendo distruggere onestamente e legalmente le vere, precise e reali testimonianze della mia prozia, incriminarono il resto dei miei familiari, sostenendo che mi avevano fornito un falso alibi per… il giorno dopo. Pertanto assassinarono la verità alle spalle con questa demenziale motivazione: se riusciamo a dimostrare che i parenti di Valpreda hanno mentito per il giorno dopo, potremo sostenere che la prozia ha mentito per il giorno prima, cioè quello degli attentati.

Il vedere incriminare mia nonna di 78 anni, mia zia, mia madre e mia sorella fu per me il crollo totale di quel po’ di fiducia che ancora potevo riporre in coloro che stavano indagando. Capii che ormai tutto era stato deciso. Così doveva essere. Ogni mezzo, dall’omicidio di Pinelli all’incriminazione di innocenti, era giustificato.

L’omicidio di Pino, il mio riconoscimento prefabbricato, l’incriminazione dei miei familiari, le condizioni in cui sono tenuto in carcere, le lungaggini processuali, la mancata fissazione del processo, l’omissione di indagini su ogni fatto o episodio che poteva portare ad altre responsabilità, sono le prove lampanti di un preciso disegno. È stata un’istruttoria falsa, lacunosa, a senso unico. Ma sono certo che al processo pubblico la verità verrà fuori.

Ai primi di dicembre fui scritturato dalla coreografa Fernanda S. di Torino, per l’opera La forza del destino; le prove dovevano cominciare il primo gennaio a Cagliari.

Martedì 9 ricevetti la comunicazione che entro il 15 dovevo essere a Milano per essere interrogato dal giudice Amati in merito a un volantino anticlericale; l’avvocato Luigi Mariani mi disse che voleva prima parlare con me. Salutai i compagni e Borghese mi accompagnò a piazza Esedra quando giovedì 11 partii per Milano. Dissi che avrei passato le feste in famiglia e che ci saremmo rivisti dopo il mio contratto.

Proposi anche a Rossana di partire con me e poi e di proseguire per Biella e trascorrere Natale con mamma, ma rifiutò.

Cento metri in taxi

Fui fermato lunedì 15 dicembre a Milano, al Palazzo di giustizia. Polizia e magistratura sapevano anche per conoscenza diretta che non zoppicavo, che avevo frequentato le lezioni di danza fino al giorno 11 dicembre, per cui le loro dichiarazioni su una presunta mia menomazione furono un falso deliberatamente voluto, onde giustificare la loro pazza tesi di una corsa in taxi di 100 metri.

Gli ultimi giorni a Roma li trascorsi, al mattino come sempre a lezione, poi al circolo con i compagni o con Rossana.

Appena fummo fermati e incriminati, tralasciamo i metodi, cominciò il più infame linciaggio morale che il sistema abbia mai perpetrato: ma l’ordine politico era ben preciso; non credo che riuscirei a trovare le parole per descrivere il loro infame disegno, che continua tuttora.

Quel fatidico venerdì pomeriggio ero a letto, avevo viaggiato tutta la notte su una 500 ed ero morto di sonno; al mattino mi ero recato dall’avvocato. L’avvocato Luigi Mariani, lunedì mattina, mentre andavamo dal giudice, mi disse: «Eri con tua zia e puoi stare tranquillo, anche se, come al solito, hanno cominciato la caccia all’anarchico».

Mi ricordo ciò che uscì dalle sottili labbra da sadico di Calabresi, mentre mi stavano interrogando alla questura di Milano. «Questo non sciupatemelo», disse. «Il Valpreda ci serve». Avrebbe fatto meglio ad aggiungere: vivo.

E sono ancora qui, oggi, a languire in galera innocente, mentre il sistema cerca di appiopparci l’ergastolo.

La lotta continua.

Pietro Valpreda

(Da «Panorama»)

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