1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie

1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie

 

Udienza burrascosa e drammatica. Al centro della bufera il giudice, protervo, alto nel suo scanno, difeso da una selva di norme giuridiche, protetto da schiere di tutori armati, dal prestigio di una investitura autoritaria, intoccabile. Al centro del dramma un uomo, solo, braccato, scrutato giorno e notte da oltre due anni da una turba di guardiani malpagati ma ben prevenuti contro «la belva», vessato, angariato, vilipeso, frugato, inquisito in ogni intimità, in ogni pensiero, in nome della legge, con il pretesto di una «giustizia» assurda, incomprensibile, macchinosa, lenta.

Per il giudice la legge è la sua spada, la «giustizia la sua religione. Per l’uomo la legge è l’arma della casta che lo perseguita, la «giustizia» è il tranello in cui lo si vuol far inciampare, il baratro in cui lo si vuole eliminare.

Il giudice non corre alcun rischio, non risponde dei propri errori e, del resto, nessuno – neanche lui che non è, non deve essere umile – può rimproverargliene.

Tutti i rischi sono addossati all’uomo. A lui è richiesto di sopportare in silenzio ogni prevaricazione, ogni violenza, ogni imposizione. Con umiltà. Solo altri investiti, per diritto di casta di pari diritti, possono dire impunemente al giudice con linguaggio «tecnico», con tono professionale, con atteggiamento di «classe»: «tu hai rubato questo processo», «tu hai usurpato», «tu hai prevaricato», «tu hai falsato», «tu hai forzato la legge».

L’uomo queste cose le sente, le soffre da anni, è quel furto, quella usurpazione, quella prevaricazione che hanno fatto di lui un «mostro», un rottame, il nemico della umanità da linciare, stritolare giorno per giorno, lentamente, sadicamente, tra quattro stretti muri o in un letto di contenzione.

Finche un giorno l’uomo è tirato fuori dalla buia e afona tana, dalla cella. E’ portato tra la gente, vicino alla madre, alla zia, agli amici, ai compagni. E risente rumori dimenticati, suoni a lui un tempo cari e le voci. Tante voci che parlano, di lui, anche di lui, del suo dramma. Voci di gente del suo rango, della sua povera casta, del suo mondo di sfruttati che gridano il suo nome, affermano forte di credere nella sua innocenza.

Egli scruta i volti, ascolta, beve avido quel fiume di parole, ritrova il sorriso di un tempo, sente crescere la speranza. Sente ed assimila e rielabora nel suo modo di sentire e di esprimersi, le parole ed i concetti degli avvocati che gli sono amici e compagni, per cui chi usurpa è un «boia», chi prevarica «fa schifo», chi forza la legge e ne modifica il, corso è un «falsario».

Davanti a lui è il giudice, colui che è investito dalla legge del diritto di accusarlo e ha sentito che quel giudice è stato a sua volta giudicato, messo sotto accusa, affrontato e travolto da un fiume di parole roventi che egli ha tradotto nel suo linguaggio schietto, duro, proletario. E nel momento in cui il giudice osa pretendere dal suo uditorio un atteggiamento di «stile anglosassone», quelle parole urgono, esplodono spontanee dalle sue labbra e urla, deve urlare, lui non può parlare da un alto scanno in un microfono, urla: «Stile anglosassone?! Negli interrogatori dell’istruttoria non lo avete usato! Boia! Fate schifo! Avete falsato tutto… ».

Il pubblico, amici, compagni, applaudono. Proprio come hanno applaudito gli avvocati della difesa che avevano detto le stesse cose. Soltanto che per Pietro l’applauso è partito subito, quasi contemporaneamente alle sue parole, perchè tutti ne hanno afferrato immediatamente il significato. Per le parole degli avvocati non era la stessa cosa, bisognava riflettere, almeno un attimo per afferrarne in pieno il significato, per legarlo ai concetti semplici ma efficaci del mondo di chi lavora.

Ora l’uomo è finalmente sereno, disteso. Sorride felice, saluta. Anche lui si è sfogato, proprio come gli avvocati. Ne aveva, dopo oltre due anni, proprio bisogno. Anche lui ha detto al giudice quello che pensava del suo «fair play» ripetendogli, come ha potuto, le stesse parole, gli stessi argomenti, gli stessi giudizi che gli avevano espresso tanti avvocati.

Ma Pietro non sapeva che Occorsio, il giudice, certe cose può e qualche volta deve sentirsele dire da altri del suo rango sociale o che per lo meno ufficialmente appartengono al suo rango sociale, alla sua casta, alla sua classe. Ma non può, non deve tollerarle, senza sentirsi e dichiararsi oltraggiato, da chi, per una precisa scelta di classe, è tenuto ad essere sfruttato, è destinato ad essere imputato ed imputato in una ben determinata maniera: detenuto in una fetida cella e non in una splendida «Villa di Santa Susanna» (clinica per detenuti d’alto bordo).

Ora Pietro, dopo essere stato colpito dalla giustizia di classe, verrà colpito anche dalla cultura di classe. Da due a quattro anni per aver pronunciato parole oltraggiose verso un magistrato in udienza.

Questa è la giustizia. Sempre uguale per tutti gli uguali.

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Una Risposta to “1972 03 4 Umanità Nova – La reazione dell’uomo alle prevaricazioni legalitarie”

  1. sergiofalcone Says:

    L’ha ribloggato su sergiofalcone.

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