1972 03 11 Umanità Nova – A proposito del giudice Falco

1972 03 11 Umanità Nova - A proposito del giudice Falco

 

Una cosa ci sentiamo in dovere di fare, a conclusione di questa seconda settimana del processo: ringraziare sentitamente il signor Falco. Non se ne stupisca, egregio giudice. Noi la ringraziamo davvero: per non aver saputo portare, neanche per pochi giorni, quella maschera di uomo «imparziale al di sopra delle parti» che aveva voluto mettersi. Ci creda, noi la comprendiamo, e sappiamo benissimo quanto dovesse star scomodo nella veste di «sincero democratico» lei, che aveva ampiamente dimostrato la sua «imparzialità» nella infame sentenza emessa contro Aldo Braibanti. Da questa sentenza risultava fra l’altro che il Braibanti aveva idee anarchiche… che individuava nella repressività la principale caratteristica del potere costituito… che disprezzava le autorità tradizionali dello Stato, della Chiesa, della famiglia patriarcale e persino che ripudiava il «conformismo dei più».

Certo, se le colpe sono queste, colpevoli lo siamo tutti. Falco però non creda di potersela cavare con affermazioni di questo genere per provare la colpevolezza degli imputati di questo processo, come ha fatto per Braibanti.

Ma andiamo con ordine.

Il primo marzo, all’inizio dell’udienza – vale a dire senza aver prima informato di nulla gli avvocati delle parti – Orlando Falco comunica di aver ricevuto da G.I., giudice istruttore del tribunale di Milano, alcuni atti stralciati da un procedimento penale in corso contro tali «Giovanni Ferorelli più dieci» per «tentata ricostituzione del partito fascista», accompagnati da un telegramma dello stesso Corbetta che spiega come tali atti non sono coperti da segreto istruttorio in quanto non riguardano la specifica imputazione di Ferorelli e camerati ma sono piuttosto attinenti al processo in corso a Roma in quanto contengono «elementi relativi alla strage di piazza Fontana». Corbetta specifica inoltre di avere inviato gli atti «aderendo alla richiesta del procuratore generale di Milano» che è Bianchi d’Espinosa. Falco – dicevamo – dà la notizia. Ma si guarda bene dal dar lettura degli atti in questiono. Giorni prima non aveva esitato a leggere pubblicamente (avallandola così con la sua «autorità» di presidente della corte) una lettera diffamatoria che presentava Valpreda come «esperto in esplosivi» (la storia è vecchia!) . La lettera, naturalmente, è già risultata falsa, cioè firmata con un nominativo inesistente. Invece adesso, che si tratterebbe di leggere documenti (sicuramente autentici, questa volta) speditigli da un suo collega, l’ineffabile giudice vien preso da scrupoli legalitari davvero encomiabili, decide cioè che gli atti in questione sono coperti da segreto istruttorio: leggerli – secondo lui – costituirebbe un reato. Implicitamente – solo implicitamente, certo, non si devono offendere i colleghi – Falco accusa così di questo reato il Corbetta che aveva espresso parere contrario, e persino d’Espinosa. Bisogna dire subito che quest’ultimo si toglie dagli impicci la sera stessa, dichiarando ai giornalisti di «non essere al corrente di nulla»: a dare la autorizzazione a Corbetta sarebbe stato il sostituto procuratore Bonelli. Strano, però che il giudice Corbetta, che di cariche legali se ne deve intendere, abbia fatto una simile confusione… Basta, nonostante le proteste della difesa Falco rispedisce a Milano questi atti tanto scomodi. Perchè siano scomodi, lo si capisce anche solo dando una scorsa all’indice degli stessi, che Falco è stato alla fine costretto a leggere. Lo ha fatto a velocità da scioglilingua: ma si è capito lo stesso, e molto bene. Oltre agli interrogatori di vari fascisti, negli atti c’erano delle dichiarazioni di Stuani, la lettera di Ambrosini a Restivo, ed altro materiale riguardante il caso di Ambrosini – che, come è noto, è il decimo testimone «misteriosamente scomparso» di questo processo (defenestrato per l’esattezza).

E’ chiaro perchè questi atti debbano essere tenuti il più a lungo possibile lontani dal processo. E’ anche chiaro da che parte stia il giudice Falco. Per noi lo è sempre stato, naturalmente. Ma ormai grazie a questa sua mossa troppo scoperta lo hanno capito tutti: Occorsio, Cudillo, il boia Calabresi, il giudice Falco sono tutti dalla stessa parte: quella della cosiddetta «giustizia» retta solo da criteri di classe. Quella degli assassini, di Avola come di piazza Fontana. Quella dello Stato.

Ovviamente il Secolo e il senatore missino Nencioni, riempiono di lodi il giudice Falco. Gli arriva, sempre da parte fascista, anche un altro aiuto, di tipo inaspettato. All’udienza del 2 marzo infatti Niglio, un difensore di Stefano Delle Chiaie «bombardiere di Roma», rivolge a Falco una «vibrata protesta»: infatti, secondo lui, il processo si svolge tra inammissibili «tafferugli», costituiti dal fatto che il pubblico (esclusi naturalmente i poliziotti in borghese che ne costituiscono una buona parte) applaude i compagni imputati e li saluta col pugno chiuso al loro ingresso in aula. Insomma, il camerata suggerisce un processo a porte chiuse, come si usava nei bei tempi andati. Niglio offre così a Falco un’occasione (ottima ma purtroppo tardiva) per rattoppare la sua (molto) malconcia «verginità democratica» respingendo «indignato» la richiesta del fascista e dicendo che noi (il pubblico) siamo in fondo disciplinati, che va tutto bene perchè quando lui strilla – e lo fa spesso – «silenzio o faccio sgomberare la aula», ce ne stiamo zitti. Ci dispiace deluderla, signor giudice. Ma se stiamo «zitti» non è certo per rispetto a quelle istituzioni che lei, degnamente, rappresenta. E’ solo perchè non vogliamo offrirle nessuna occasione sapendo bene come anche a lei piacerebbe, e molto, il «processo a porte chiuse» di cui sopra. Del resto – e ci dispiace deluderla un’altra volta – l’avvocato Niglio sembra più informato di Falco sul clima che regna a piazzale Clodio. Infatti, mentre Falco «difende il pubblico», in un’altra aula si svolge il processo contro cinque extraparlamentari e due fascisti del Croce implicati in uno «scontro». Ebbene, mentre i numerosi fascisti presenti fanno tutti il saluto romano ai loro camerati col beneplacito delle autorità, un compagno che alza il pugno viene prontamente agguantato da due poliziotti e sbattuto fuori dell’aula. Si salva da un fermo solo per l’intervento di un compagno avvocato che «ricorda» ai solerti sbirri come persino per la legge italiana sia il saluto fascista e non il saluto a pugno chiuso a costituire reato di «apologia» del non defunto fascismo.

 

 

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