1972 03 18 Umanità Nova – Astensionismo anarchico.

1972 03 18 Umanità Nova – Astensionismo anarchico

 

Gli anarchici fin dai tempi della I Internazionale si sono dichiarati astensionisti, contrari, cioè, ad ogni partecipazione attiva o passiva alle elezioni. L’astensionismo, quindi, è una costante storica del pensiero e della prassi anarchica e, lungi dall’essere un atteggiamento ribellistico (come spesso è stato interpretato non solo dagli storici borghesi ma anche da gran parte degli studiosi marxisti) esso poggia sulle solide basi di una analisi demistificante e di una critica complessiva del potere. Esso, quindi, rappresenta una scelta precisa, consapevole e rivoluzionaria.

Nel momento in cui la I Internazionale esprimeva in chiari termini l’esclusione della «politica» dalla strategia rivoluzionaria del proletariato, in quello stesso momento nasceva l’astensionismo anarchico. Posto che qualsiasi lotta «politica», qualsiasi lotta – che si conducesse all’interno delle strutture del potere, e, quindi, su un terreno privilegiato dai padroni e funzionale agli interessi della classe dominante – sarebbe stata non solo illusoria, ma dannosa per il proletariato, nella misura in cui esso in nessun modo avrebbe potuto utilizzare quegli stessi strumenti che la classe dominante ha creato per esercitare la sua dittatura, e posto che la lotta di classe può esprimersi in modo compiuto su un terreno extra ed anti-istituzionale, ne conseguiva e ne consegue che partecipare alle elezioni significa rafforzare o, comunque, avallare quelle stesse strutture che il proletariato tende ad abbattere nella sua lotta di ogni giorno. Questa tesi, dopo un secolo di storia del movimento proletario e rivoluzionario, è ancora oggi valida ed attuale, in quanto è confermata dalle esperienze di tutto il movimento socialista:

– In nessun paese il proletariato ha raggiunto o accelerato la propria emancipazione attraverso le elezioni o la partecipazione a qualunque altra forma di potere.

– In nessun paese, dove non sia scoppiata la rivoluzione, è stato possibile abbattere la classe dominante o sovvertire i rapporti di produzione.

– Nei paesi dove la rivoluzione non ha distrutto completamente lo stato e non ha abbattuto il potere, essa è fallita ed oggi nuove classi dominanti hanno sostituito le vecchie nello sfruttamento e nell’oppressione del proletariato.

– Le tesi opportunistiche della II Internazionale, relative all’uso dello stato ed alla partecipazione al potere, hanno consumato in modo tragico e definitivo il proprio fallimento.

Alla luce di queste considerazioni, che senso ha partecipare alle elezioni, se non quello di coprire i contenuti chiaramente opportunisti di tutte le burocrazie che cercano di egemonizzare il proletariato? Inoltre è sempre più evidente che il parlamento è solo un centro di potere illusorio, poiché il potere reale risiede nelle grandi imprese industriali, nei monopoli, nelle società multinazionali, ecc., ed esso si esprime concretamente non tanto nelle leggi votate dal parlamento – che in ogni momento vengono applicate secondo gli interessi dei padroni – quanto nel condizionamento imposto ed oppressivo di ogni aspetto della vita sociale, che va dalla produzione al consumo, dalla repressione dei bisogni reali della comunità e degli individui alla creazione di bisogni artificiali. Quindi tutti coloro i quali oggi dissertano ancora sull’uso dello Stato e sulla partecipazione alle istituzioni della classe dominante, dovrebbero a nostro avviso, semmai discutere sulla possibilità di impadronirsi dei centri decisionali delle grandi imprese industriali e non sulla possibilità di essere rappresentati nel parlamento, che esercita la sua funzione solo a livelli più asserviti e marginali del potere.

Tuttavia, questo tipo di tematica è certamente estraneo a chi, come noi, intende abbattere il potere ed intende costruire una società organizzata senza potere e senza sfruttamento, nella quale la gestione della produzione e della distribuzione dei beni sociali sia esercitata collettivamente e sia misurata sui bisogni reali di tutta la collettività. Ciò, d’altra parte, presuppone che la maggior parte degli individui sia in grado di avere una visione autonoma e collettiva, particolare e generale dei problemi di tutta la società e sia anche in grado di esercitare il proprio potere decisionale allo interno di strutture che accolgono le istanze reali della comunità ed esprimano la volontà individuale e collettiva di tutti i produttori; in altri termini, strutture che escludano la delega del potere decisionale e del controllo collettivo e che implichino la massima responsabilizzazione di ognuno.

Ecco perchè nel momento in cui tutte le organizzazioni borghesi si impegnano nella campagna elettorale e nelle elezioni, allo scopo di essere rappresentate in parlamento e di gestire quello che è uno degli strumenti, come abbiamo detto, più marginali ed asserviti del potere (ma che per questo è in grado di garantire una fetta di privilegio a chi vi partecipa), noi confermiamo la nostra scelta astensionista e la nostra volontà rivoluzionaria, che si esprime nel nostro impegno di lotta tendente a rafforzare ed estendere quegli organismi rivoluzionari alternativi che il proletariato si è dato durante le sue lotte.

 

 

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