1972 03 18 Umanità Nova – Le menzogne di Cicero

1972 03 18 Umanità Nova - Le menzogne di Cicero

 

Ad Azzano Decimo, a pochi chilometri da Pordenone, incontro il geometra Sante Valvassori, età quarant’anni, stessa classe di Pietro Valpreda.

«Figurarsi se mi ricordo di Piero, eravamo sempre assieme». E’ Valvassori che parla, e ricorda non il Piero Valpreda anarchico, ma il Valpreda di vent’anni prima, quello che in grigioverde «serviva la patria». Continua: «non ne sono proprio sicuro, sa, sono passati tanti anni, ma io ho fatto il C.A.R. a Cuneo, e mi sembra che fu proprio a Cuneo che conobbi Valpreda.

In ogni caso a Palmanova, dove venimmo trasferiti dopo Cuneo, diventammo amici». Gli chiedo «eravate voi due soltanto – mi spiego – facevate gruppo a due o vi erano anche altri che consideravate comuni amici e che frequentavate?». «No, non eravamo soltanto Piero ed io, eravamo in tre, il terzo si chiamava, – ci pensa un poco -, si chiamava Bonadio, proprio Bonadio, e non abita qui ad Azzano ma a San Donà di Piave. Eravamo i tre amici ».

Il nostro più che un colloquio, è un recitare preciso di dati, io accenno una domanda e Valvassori risponde superando molte volte i termini asfittici nella quale la mia domanda era stata posta.

«Quando scoppiarono le bombe, riconobbi subito Piero vedendone la fotografia sui giornali, e sa com’è, lessi anch’io quello che Cicero aveva dichiarato al giudice Cudillo , l’ho letto anch’io come l’hanno letto tutti quanti gli altri, ma non diedi importanza alla cosa. Ma come si faceva a credere a quello che diceva Cicero?

Quale giudice poteva essere così cretino da credere sul serio che durante il servizio militare di leva si impari a fare il dinamitardo? Per trovare un giudice del genere bisognava crearlo di sana pianta, e cacciargli poi in testa palle e obbligarlo a ripetere che tutte quelle palle sono sacrosante verità. Io ero convinto che nessun giudice avrebbe potuto prendere sul serio le panzane di quel Cicero, e così mi dimenticai della cosa. Si, lo so, ho fatto male, ma del resto Cudillo non l’ho fatto io.

La verità è che il servizio militare Piero l’ha fatto lavorando nell’ufficio del capitano Enrico Buono assieme al maresciallo Mallardi. Altro che buttare bombe.

Io ero nello stesso plotone del Piero, informatore come Piero, e l’unica cosa che ci hanno insegnato è stato leggere le carte topografiche. Tutta li la nostra specializzazione militare, e se vuole aggiungere qualche altra cosa di molto importante, allora bisogna nominare anche le marcie e consumare le suole dell’esercito.

Il tenente Cicero? Le dico la verità, il suo nome l’ho letto sui giornali, ma io non me lo ricordo. Come si fa a ricordarsi tutti gli ufficiali che c’erano? Ogni tanto qualcuno ci metteva in fila e ci faceva fare la sua personale marcettina.

Le bombe? Lei intende la nostra preparazione dinamitarda sotto gli auspici dello esercito italiano?

Una volta, ma non ci giuro nemmeno di esserci stato presente, un sergente ci mise in mano un candelotto di dinamite, uno. L’unica cosa che mi sembra di ricordare, è che lo guardammo accendere la miccia, e mentre la miccia già bruciava, passò il candelotto in mano a qualcuno di noi, e cosa vuole che quello facesse, che lo portasse al tribunale di Roma? Buttò il candelotto dove il sergente aveva detto in precedenza di buttarlo.

Un candelotto unico, per tutti quei venti o trenta uomini che eravamo. SE questo vuol dire imparare a fare il dinamitardo allora l’Italia è piena di pericolosissimi dinamitardi. No, non mi ricordo se Valpreda fosse presente, ma anche se lo fosse stato, cosa sarebbe cambiato? E poi non lo chieda a me, la domanda vada a fargliela al giudice che dopo aver messo a verbale tutte le palle di Cicero, non si è sognato di interrogare uno solo dei componenti il famoso plotone «bombardieri» dell’esercito italiano.

Come ha fatto Valpreda a diventare donatore di sangue? Non lo è mai diventato, perché nessuno nell’esercito diventa donatore di sangue di professione. Un finanziere rimase ferito ad un braccio ed ebbe una emorragia, e Piero si offrì come donatore. Ricevette una licenza premio e non solo, ma arrivato a Milano si fece prolungare la licenza di cinque giorni. Quando ritornò, i carabinieri si presentarono in caserma ad arrestarlo. Valpreda se ne andò, ed io ereditai il suo lavoro in ufficio, si, ereditai proprio il suo lavoro in ufficio, per questo motivo, se non bastassero gli altri, so esattamente che cosa Valpreda ha fatto durante il servizio militare.

Lavorava in ufficio. Le bombe se le è sognate Cicero, ma ho idea che anche a lui lo abbiano obbligato a sognarle certe cose.

Lavorava in ufficio, agli ordini del capitano Enrico Buono e del maresciallo Mallardi».

 

 

 

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