1972 03 4 Umanità Nova – Ventura implicato sempre più nella strage

1972 03 4 Umanità Nova - Ventura implicato sempre più nella strage

 

 

Nella udienza del processo di Bologna, conclusosi con l’assoluzione di Fini, non si è arrivati a quei risultati che si speravano anche perchè la corte ha fatto di tutto per non permettere che si approfondisse il discorso sulle responsabilità di Ventura e Di Luia per gli attentati del 12 dicembre ’69. In ogni modo è stato Serafino Di Luia a definire nella sua deposizione il Delle Chiaie «ideologo della strategia della tensione».

Il nome di Di Luia è tornato alla ribalta nella cronaca del febbraio 1970 quando la polizia lo cercava ed arrivò all’abbaino di via Tamagno 43 a Milano che era abitato anche da Nino Sottosanti e Giorgio Chiesa. Sono proprio questi i nomi che Fappani, spia del SID, indica come autori degli attentati sui treni ed è proprio una strana coincidenza ritrovarli tutti e tre nello stesso appartamento a Milano.

Di Luia con Delle Chiaie è il fondatore del movimento «lotta di popolo», ultima espressione del neofascismo italiano che si nasconde dietro una terminologia falsamente rivoluzionaria. Grottesche sono state le argomentazioni di Bizzicari, ex consigliere del MSI e difensore di Di Luia per dimostrare che «lotta di popolo» non è un movimento di destra. Interessante è stata pure la deposizione di Zicari che sostenne di aver intervistato Di Luia in Spagna, quando invece sappiamo che tale intervista si fece a Milano, ma a parte questo Serafino Di Luia dichiarò che durante l’occupazione dello ex albergo Commercio in piazza Fontana un gruppo di agrari milanesi propose a «lotta di popolo» di farlo saltare.

L’ultima udienza è stata tutta occupata dalle deposizioni di Ventura che ha parlato per ore per dimostrare che non è più un fascista ma si è visto in difficoltà quando il P.M. gli ha chiesto dove fosse il 12 dicembre ’69 e si è rifiutato di rispondere. Piero Gamacchio, l’attuale direttore delle edizioni RAI e nel ’69 amministratore della Lerici e socio di Ventura nella Litopress, ha negato di aver trascorso il pomeriggio del 12 dicembre con Ventura negli Uffici della Lerici, avendolo trascorso invece fuori Roma. Ecco allora che Ventura trova una nuova conferma al suo alibi nella persona di Nino Massari, personaggio anche questo ambiguo. Massari ha più volte garantito Ventura presso case editrici di sinistra, riuscendo a fargli affidare la distribuzione per il Veneto di riviste come IdeologieChe fare e le edizioni de Il comunista. In questo modo e grazie anche alle conferenze organizzate nella sua libreria di Treviso da Franzin con esponenti marxisti, Ventura si è creato una copertura a sinistra. Franzin e Quaranta sono gli autori di un comunicato stampa di fine dicembre che difendeva Ventura dalle accuse allora mossegli da Lorenzon, riprodotto nel libro «Gli attentati e lo scioglimento del parlamento» edito da Ventura, libro che è un abile ricalco di analisi marxiste-leniniste sul regime di repubblica presidenziale. Di Massari sappiamo che nell’autunno del ’69, mostrandosi simpatizzante anarchico, entrò in contatto con alcuni compagni di Roma, tra cui Mander, ma nel processo di Bologna ha negato tutto questo presentandosi soltanto con una copertura di vago democraticismo.

Il comportamento di Massari può essere dettato da motivi opportunistici che ci sfuggono ma che indubbiamente non giovano a smascherare le complicate trame che legano Ventura ai vari attentati succedutisi in Italia nel 1969 e culminati con la strage di Milano, tutti ideati ed attuati in base ad un preciso piano terroristico.

Ventura era a Roma il 12 dicembre ’69 ed a più riprese ha rifiutato di fornire un alibi convincente e, quando lo ha fatto, è stato smentito. Massari asserisce di averlo incontrato non prima delle ore 17,15; avrebbe avuto, quindi, tutto il tempo per partecipare in qualche modo, sia pure come elemento direttivo, agli attentati. Di ciò se ne ebbe clamorosa conferma quando – appena due giorni dopo e quando ancora i particolari dell’esplosione non erano stati resi pubblici – il Ventura spiegò a Lorenzon: «E’ stato molto difficile collocare la bomba alla banca del Lavoro, il muro era liscio e si è dovuto sistemarla su dei tubi in alto».

Ma su Ventura gravano ben più precisi e seri indizi tutti convergenti nel collocare questo astuto e prezioso elemento del nazifascismo nostrano a quella centrale terroristica alla quale, prima o poi, dovranno essere attribuite le responsabilità degli attentati.

Certamente il gruppo di Ventura non era che una delle cellule in cui, per sua stessa ammissione, si articolava l’organizzazione terroristica, ma indagando con un minimo di impegno è possibile risalire a certe canaglie come Valerio Borghese ed i colonnelli greci, nonché ad elementi come Pozzan, a sua volta legato al misterioso affare Juliano, uno degli scandali più clamorosi di questi tempi legati agli attentati fascisti.

Nel processo per la strage di Stato in corso a Roma, si riesca o meno ad ottenere l’acquisizione degli atti riguardanti il procedimento in corso contro Ventura, questo personaggio occuperà diverse udienze e dovrà emergere tutta intera la responsabilità degli inquirenti nell’aver trascurato una pista che avrebbe sicuramente portato l’inchiesta su un altro binario.

Per il momento dobbiamo registrare l’ultimo vergognoso tentativo di accreditare autorevolmente «l’estraneità di Ventura da movimenti fascisti» da parte dei suoi avvocati di sinistra (Capraro del PSI e Ghidoni del PRI) che hanno fatto pervenire un lungo telegramma a tutti gli avvocati del processo per la strage con il quale suggeriscono di chiedere il rinvio del processo a dopo la chiusura dell’istruttoria a carico del loro cliente e ciò per consentire l’acquisizione di tutti gli atti relativi al caso Ventura.

Una manovra assurda e provocatoria resa possibile dalle incredibili omissioni dell’inchiesta sulla strage. Anche di questo dovrà rispondere il giudice Occorsio.

 

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