1974 01 26 Umanità Nova – Strage di Stato insabbiata la seconda inchiesta

1974 01 26 Umanità Nova - Strage di Stato insabbiata la seconda inchiesta

 

Se il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio nel corso della lunga e tortuosa inchiesta sulla cellula nera padovana non fosse pervenuto alla certezza di avere tra i piedi i colpevoli e sufficienti prove per incriminarli, giovedì scorso non avrebbe spiccato mandato di cattura contro Giannettini e Pozzan.

Diciamo questo non perché siamo propensi a concedere un qualche credito al giudice ed al suo lavoro, ma per due validissimi, anche se semplici, motivi: 1) dopo la indecorosa fine dell’inchiesta Occorsio-Cudillo nessun magistrato sano di mente sarebbe stato disposto a ripetere una esperienza di quel genere ed a sottoporsi al ridicolo ed al discredito che avrebbe comportato; 2) allo stato in cui D’Ambrosio ereditò l’inchiesta da Stiz, tutta la trama che si snodava intorno a Freda e Ventura era da tempo di dominio pubblico, quindi le indagini e le stesse decisioni dei giudici inquirenti avevano ormai un iter obbligato.

A questo punto per i mandanti e per i complici asserragliati ad ogni livello in tutti i gangli del potere e nei «corpi separati dello Stato», il problema era quello di guadagnare tempo, far sì che l’inchiesta si arenasse intorno a fatti e personaggi marginali, perché si potesse arginare la falla; fare il vuoto intorno ai due imputati; far sparire dalla circolazione, con un bel passaporto falso ed imbottiti di milioni, tutti coloro che sapevano e che, opportunamente interrogati, avrebbero potuto parlare.

Questo era previsto ed è esattamente quello che è accaduto; nelle mani bucate della «giustizia» di Stato, per la lunga catena di attentati terroristici culminati con la strage di Milano, dopo cinque anni di inchieste lanciate su false piste, boicottate e deviate con ogni mezzo, sono rimaste solo figure di secondo piano, che hanno svolto ruoli marginali e, quel che è peggio, in uno solo dei settori in cui era strutturata l’organizzazione terrorista.

Noi non abbiamo dimenticato – e gli avvenimenti che si sono succeduti in questi ultimi anni, mettendo in luce l’esistenza di una infinità di trame fasciste ne hanno confermato l’assoluta veridicità – che il punto focale delle incaute rivelazioni rilasciate da Ventura al suo amico Lorenzon verteva proprio sulla organizzazione delle varie bande terroriste che una rigida ed occulta struttura triangolare, oltre a mettere al sicuro i «vertici» da ogni indiscrezione e da ogni eventuale indagine, chiudeva in compartimenti stagni, incomunicabili e non collegabili tra loro, le cellule operative.

Sotto la luce di quelle rivelazioni non è possibile, se non per supina acquiescenza alle manovre di offuscamento della verità, fingere di credere che le «piste nere» fino ad ora così faticosamente scoperte e quelle che si arrestano alle soglie di certi «uffici affari riservati» o di fronte a certi colonnelli dell’esercito e certi reali o presunti agenti del Sid, non si intreccino strettamente con quella padovana.

E’ vero che al gruppo di Freda e Ventura vengono attribuiti, oltre alla strage, gli attentati ai treni e quelli dell’aprile ’69 a Milano, ma questo non prova affatto che l’inchiesta sia uscita fuori dallo schema in cui è stata ristretta, semmai dimostra che non si è voluto o potuto scavalcare il muro di omertà che è stato elevato contro l’inchiesta.

Entro la prossima settimana i sostituti procuratori Alessandrini e Fiasconaro depositeranno la loro requisitoria che, stando alle solite indiscrezioni, oltrepasserà, le cinquecento pagine dattiloscritte. Un’opera la cui mole lascia perplessi e siamo convinti di non sbagliare dichiarando fin da ora che, a nostro avviso, i due giovani magistrati hanno scritto questa valanga di fogli per tentare di ricucire e rendere credibile una inchiesta che, anche se costellata di tante piccole e più o meno significative prove, è caratterizzata soprattutto da enormi vuoti, da lacune che nessun virtuosismo riuscirà a colmare.

Sarà poi la volta del giudice istruttore, e D’Ambrosio, pur essendo indubbiamente convinto della colpevolezza degli imputati, avrà un bel da fare per formulare, entro il termine perentorio del 14 marzo, una sentenza di rinvio a giudizio che non dia adito a dubbi, che non lasci spazi alle più cervellotiche interpretazioni e che non consenta alla difesa di smantellarla in sede politica per nullificarla poi nella fase di predibattito.

Abbiamo insomma la impressione che il lungo e sotterraneo lavorìo degli «amici di Freda», non di quelli – per intenderci – che inondano le piazze di volantini e di certe questure e di certi tribunali, abbia raggiunto lo scopo voluto: rendere improbabile o, quanto meno, lacunosa, vacillante e, nel suo insieme, insostenibile, la tesi accusatoria.

Abbiamo la impressione che il non aver collocato in una unica inchiesta le gesta criminali di tutte le centrali fasciste e il non aver scavato neanche superficialmente nelle complicità dei «corpi separati» dello Stato, abbia fatto abortire anche questa seconda inchiesta. In questo caso sia la requisitoria che la sentenza istruttoria ci offriranno, per quanto riguarda mandanti ed esecutori, solo delle ipotesi, delle congetture e non è detto che non siano delle più fortuite e cervellotiche, non è detto neanche (e questo sarebbe il colmo) che queste congetture si discostino di troppo da quelle non disinteressate che furono a suo tempo azzardate dalle squadre politiche di Roma e di Milano e che servirono per sviare le indagini.

Queste nostre osservazioni potranno apparire premature, ma come è possibile dar credito ad una inchiesta che si è mossa con un ritardo incredibile ed è andata avanti tentennando tra decisioni incerte e misure tardive?

Che senso ha emettere solo oggi mandato di cattura per un Giannettini che fin dal 1965 aveva pubblicamente palesato volontà chiaramente golpiste e per un Pozzan che solo dopo essere stato evidentemente minacciato, terrorizzato, ritratta una precisa accusa, precedentemente formulata ben due volte di fronte al giudice, contro quel Pino Rauti fondatore di «Ordine Nuovo» che ora si è messo al sicuro in parlamento?

Ed infine, che senso ha che, malgrado tutto questo guazzabuglio, si sia fissato un processo per la Strage a Valpreda e compagni per il 18 marzo a Catanzaro pur sapendo che non c’è la volontà politica nè la capacità giuridica di celebrarla?

La verità è che tutta la struttura autoritaria dello Stato è invischiata irreparabilmente nella strage e c’è chi lavora alacremente per rendere impossibile una qualsiasi inchiesta esauriente ed un qualsiasi processo. Sta a noi opporci a questo disegno, è un dovere che ci viene imposto dalla certezza che la Strage è stata concepita ed attuata dallo Stato.

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