1974 02 16 Umanità Nova – Complici e mandanti forniti dallo Stato

1974 02 16 Umanità Nova - Complici e mandanti forniti dallo Stato

 

Queste, in poche parole, le conclusioni a cui sono pervenuti i due magistrati e non c’è da attendersi che D’Ambrosio, con la sentenza istruttoria che dovrà emettere entro il prossimo 15 marzo, voglia o possa squarciare qualcuna delle tante fitte ombre che gravitano sulla «centrale organizzativa» che ha programmato, organizzato e fatto eseguire tutti gli attentati verificatisi in Italia dal 1968 ad oggi.

A questo punto coloro che si attendevano degli sviluppi clamorosi dalla inchiesta «non addomesticata» avviata da Stiz, sono serviti: quattro anni di intenso lavoro che ha visto impegnati un manipolo di «giovani e coraggiosi magistrati» non sono bastati a scalfire il muro di omertà e di complicità eretto a difesa dei responsabili del complotto e di tanti lutti da quell’apparato statale che fin dalle bombe del 25 aprile a Milano dimostrò con i fatti di essere parte attiva ed interessata in quello che stava accadendo.

Ed i fatti di cui stiamo accusando per la ennesima volta l’apparato sono quelli che ci hanno colpiti direttamente e duramente e costituiscono, per chi non è fascista fino al midollo, una serie di delitti freddamente premeditati da certi poliziotti e da certi magistrati, con la complicità di ben individuati «uffici riservati», servizi segreti e ministri in carica.

Ricordiamo Pinelli

Il presidente della camera Sandro Pertini, subito dopo aver appreso le richieste dei P.M. Alessandrini e Fiasconaro ha rilasciato all’«Avanti !» una dichiarazione in cui, dopo aver rievocato lo sgomento ed il dolore per le vittime della strage, afferma: «Nel momento in cui l’infondatezza della “pista rossa”, così accanitamente seguita dagli inquirenti per oltre un anno, trova conferma, è doveroso ricordare la figura onesta e mite del ferroviere anarchico Pinelli, la cui ombra sovrasta su coloro che, condizionati dai propri pregiudizi, indirizzarono senz’altro le indagini verso la sinistra».

E’ più che doveroso ricordare, insieme alle vittime delle bombe di piazza Fontana, il compagno Pinelli perché il suo assassinio è stato perpetrato a freddo, con inaudita ferocia, in una delle questure in cui si stava montando la prefabbricata inchiesta contro gli anarchici, ma non dimentichiamo tutte le sofferenze e le vite umane (dal processo farsa, dopo due anni di galera, agli anarchici accusati per le bombe di Freda del 25 aprile a Milano, ai tre anni di carcere subiti da Valpreda e compagni, dalla morte di Calzolari a quella del prefabbricato testimone Rolandi, da Ambrosini ai cinque anarchici di Reggio Calabria assassinati sulla autostrada Napoli Roma, da Saltarelli a Franceschi, a Serantini, a Lupo a Marini) che è costato e seguita a costare il complotto e la complicità degli apparati dello Stato con la violenza fascista.

Possiamo rendere atto a Pertini della sensibilità umana dimostrata ricordando la figura dell’anarchico Pinelli, possiamo anche capire che con Pinelli egli abbia inteso ricordare tutti gli altri caduti nel vortice della strage e nel corso delle losche manovre, dirette, durante quattro anni, a sviare l’inchiesta, ma non possiamo ammettere che egli, in buona fede, ritenga «condizionati dai propri pregiudizi coloro che indirizzarono le indagini verso la sinistra».

Evidentemente Pertini vuole e può, da buon politico, apparire «accomodante», generoso, verso l’apparato statale, verso quei poliziotti, quei magistrati, quei funzionari, quei ministri, quei militari che furono e seguitano ad essere complici dei criminali nazi-fascisti, che occultarono volutamente indizi e prove, che vollero scientemente e sfacciatamente assecondare l’opera dei mandanti e degli esecutori del complotto, che sviarono e ostacolarono in mille modi le indagini e che seguitano imperterriti a preparare, all’ombra dei vari «corpi separati» dello Stato e persino nei corridoi e nelle sale del parlamento, un colpo di Stato tipo Grecia o Cile.

Non bastano poche parole di cordoglio per le vittime e di biasimo ai complici degli assassini per esorcizzare lo spirito di avventura reazionaria e fascista che anima certi uomini dell’apparato e ne condizione l’opera infame. Non basta rilevare, come ha fatto l’on. Riccardo Lombardi, che «la requisitoria è anche, implicitamente, un’accusa altrettanto terribile contro quei poteri e quegli uomini che hanno mostrato complicità, connivenza e tolleranza»; E non basta sottolineare, come ha fatto l’on. Giacomo Mancini, che la requisitoria documenta «i gravi rischi che corre la libertà e quanto dura, spietata, feroce sia la lotta sociale che si svolge nel nostro paese». Perché è fin troppo evidente che fino a quando quegli uomini che hanno mostrato di essere al servizio della strategia della tensione, della trama nera ordita incessantemente da nazi-fascisti e petrolieri, disporranno dei loro terribili poteri, i fascisti seguiteranno a provocare, i «corpi separati» dello Stato a fornicare, a tollerare, a rendersi complici attivi di ogni attentato e di ogni crimine.

Quegli uomini hanno tutti un volto, un nome, un posto di potere nell’apparato. Quegli uomini hanno organizzato la centrale che ha programmato ed ordinato la strage, l’assassinio di Pinelli e tutti gli altri delitti. Quegli uomini controllano ed amministrano, direttamente od indirettamente, il potere reale, politico ed economico, sono essi, di fatto, lo Stato della strage, coloro che hanno organizzato, appoggiato, tollerato la strage di Stato e tutti i delitti che le fanno da corollario.

Costoro hanno fatto tutto questo perchè «condizionati dai propri pregiudizi»? No, il fascismo non è un pregiudizio, ma uno strumento della reazione e del potere e costoro sono fascisti, come gli esecutori degli attentati e delle stragi e fascisti della peggiore specie sono i petrolieri alla Monti e gli industriali che sovvenzionano con versamenti di miliardi le manovre per affossare le inchieste e far progredire il complotto.

Qualcuno, è certo, ha pagato profumatamente perché certe bocche stessero chiuse, qualcuno paga il soggiorno dei latitanti all’estero, qualcuno, dall’interno delle questure e delle procure, vigila sull’andamento delle indagini e c’è un SID che, appellandosi al «segreto di Stato», li protegge tutti.

E’ così che l’inchiesta non è riuscita a fare un solo passo avanti nella ricerca dei mandanti e dei complici, è così che si è giunti alla requisitoria con in mano poche e marginali rotelle dell’ingranaggio, mentre il motore del complotto, seguita a girare a pieno ritmo.

I giudici, è vero, pur «assolvendo» con formula dubitativa o per sopravvenuta amnistia, i poliziotti indiziati di reato hanno chiesto una ulteriore inchiesta su personaggi invischiati nella strage fino al collo come Rauti, Monti, Giannettini. Ma non è proprio questo il risultato che si riproponevano gli affossatori dell’inchiesta?

Che Freda e Ventura restino ancora per qualche anno in galera ci interessa ben poco. Per noi la sola cosa che importi e valga la pena di perseguire è lo smascheramento dei mandanti e dei complici e questo sapevamo di non poterlo pretendere dalla giustizia di Stato.

Quello che però dobbiamo esigere è che non si mistifichi sulla reale portata dei risultati dell’inchiesta che sono pressoché nulli, inesistenti e tali da pregiudicare ulteriori passi in avanti in quanto, allo stato attuale delle indagini, saranno in molti a premere perchè ci si accontenti dei due nazisti padovani.

Malgrado ciò, comprendiamo l’euforia di certa stampa di sinistra e l’unanimità nell’esaltare come «valorosi, onesti, coraggiosi» quei magistrati che «si sono allontanati dalla pista prefabbricata contro gli anarchici» anche se non si ha il coraggio di dire esplicitamente, ma lo si sottintende, che gli altri, quelli della prima inchiesta, erano tutt’altro che coraggiosi ed onesti.

Nel sacrario della «giustizia» sono proprio ridotti a mal partito: bisogna essere «giovani e valorosi» per avere il coraggio di sussurrare una piccola parte di quella verità che è ormai da anni di pubblico dominio.

Processo: a chi dove e quando 

Prima ancora che cominciassero a girare le prime indiscrezioni sulla requisitoria di Alessandrini e Fiasconaro, la parte civile al processo Valpreda fissato per il 18 marzo prossimo a Catanzaro, aveva richiesto la sospensione e la riunificazione con il procedimento in corso contro Freda, Ventura e camerati.

Sembra che la procura di Catanzaro abbia espresso a tal proposito parere favorevole. Pertanto se quest’altra manovra passasse, il processo potrebbe non iniziare affatto o essere sospeso alle prime battute per rimettere di nuovo tutto il carteggio a Milano perché provveda all’unificazione con l’altro procedimento e decida un nuovo dirottamento del processo in altra sede.

A nostro avviso questa manovra va ostacolata a tutti i costi in quanto, anche se sul piano procedurale può apparire ineccepibile, sul piano politico, stando alle conclusioni della seconda inchiesta, assume tutti i significati di una provocazione e tende a confondere le idee, a creare confusione.

A tal proposito dobbiamo rilevare come l’inchiesta dei magistrati milanesi conclusa con la richiesta al giudice D’Ambrosio di stralciare la posizione di 12 imputati da sottoporre ad un supplemento istruttorio, crea una serie di nuovi problemi al procedimento contro Valpreda e compagni. Tra questi 12 fascisti, per i quali l’istruttoria milanese rimane aperta, c’è la spia Mario Merlino ed il famigerato Stefano Delle Chiaie, imputati per gli stessi reati nel processo che dovrebbe iniziare il 18 marzo a Catanzaro.

Come sia possibile giudicare un imputato che per lo stesso reato di cui è chiamato a rispondere davanti ad una corte d’assise è ancora sotto inchiesta giudiziaria, rappresenta, un mistero che ci sarà rivelato fra poco dal tribunale di Catanzaro.

Perchè gli «onesti e coraggiosi» magistrati milanesi, dal momento che hanno messo le mani su Merlino e Delle Chiaie, già imputati nella precedente inchiesta fasulla, non hanno creduto opportuno guardare a fondo nel carteggio di Occorsio e Cudillo e pronunciarsi anche sugli altri imputati con una requisitoria ed una successiva sentenza istruttoria che ne disponesse, «onestamente e coraggiosamente», il proscioglimento, non è un mistero ma una sintomatica indicazione dei limiti… burocratici della «giustizia» di Stato. Un simile procedimento, logico e conseguente alla dinamica ed alle esigenze dell’inchiesta, sarebbe scattato automaticamente se i magistrati milanesi avessero avuto il coraggio di convocare ed interrogare Valpreda e compagni, come hanno fatto per Merlino. Ma ciò li avrebbe costretti a… sindacare l’operato e modificare le decisioni dei magistrati romani.

Una soluzione accettabile, perché ci consentirebbe di scaricare davanti al tribunale di Catanzaro la valanga di accuse che abbiamo accumulato contro l’apparato statale complice dei fascisti, potrebbe essere un processo a Valpreda e compagni stralciato di quella parte di inchiesta che riguarda i fascisti Merlino e Delle Chiaie, ormai incorporata nel supplemento istruttorio chiesto dai magistrati milanesi. Ma questa soluzione sarebbe troppo «onesta» e quindi sarà scartata.

Prepariamoci quindi ad opporci energicamente sia sul piano giuridico che su quello politico al tentativo di riunificare i due procedimenti e cominciamo subito col dichiarare che qualora questa infame provocazione fosse messa in atto, siamo fermamente decisi a disertare il processo. Sul banco degli accusati per la strage di Stato, insieme ai fascisti, potranno sedere solo i loro complici, i loro mandanti, quei funzionari dell’apparato statale che gli hanno armato la mano, li hanno coperti e protetti.

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