1971 04 1 Unità – Un anarchico: «Il brigadiere mi spaccò le labbra». Drammatica deposizione al processo di Milano. di p.l.g.

1971 04 1 Unità - Drammatica deposizione al processo di Milano

Milano 31 – Grazie ad una udienza relativamente tranquilla, il dramma umano, giudiziario e politico che sta al fondo del processo contro gli anarchici, ha cominciato a prender forma.

L’apertura dell’udienza vede di nuovo sul pretorio il Della Savia, che vuole ancora spiegarsi. «Quando ieri ho parlato di fascisti, non mi rivolgevo alle persone, ma all’istituto della giustizia che difende la proprietà privata dei mezzi di produzione… Non sono stato estradato, sono stato rapito dalla Svizzera (e proprio qualche settimana prima della strage di piazza Fontana) per accuse che non erano contestate nel primo mandato di cattura… Quella pazza della Zublena che io avevo visto una sola volta, è andata anche in Svizzera a cercare i miei presunti amici. Vorrei sapere chi la muove: il poliziotto Calabresi, il giudice istruttore Amati o altre persone? Dopo la rivolta del ‘70 a San Vittore, sono stato deportato a Porto Azzurro fra delinquenti comuni che non sono più uomini, ma bestie, capaci solo di andare su e giù… ».

Ed ecco accendersi una battaglia per la presenza in aula di tutti gli imputati: battaglia che vede la corte ritirarsi per ben tre volte in camera di consiglio. Qual è la sostanza? Come si ricorderà, dopo gli incidenti di ieri, il presidente aveva deciso di interrogare ogni singolo imputato, escludendo dall’aula gli altri. Gli avvocati giustamente sostengono che questo nuoce alla difesa; per evitare eventuali intemperanze basterà allontanare di volta in volta il responsabile. Dal punto di vista pratico, l’assenza degli imputati costringe poi, ad ogni nuovo interrogatorio, a rileggere il verbale di quel che hanno detto gli altri, con una perdita di tempo facilmente immaginabile. Ma la corte, su conforme parere del PM, respinge le istanze, affermando appunto che la rilettura del verbale garantisce il diritto alla difesa.

Ed ecco sulla pedana Paolo Faccioli, un biondino ventunenne con gli occhi azzurri, il viso ancora infantile, indurito dalle sofferenze. Pesano su di lui ben 12 accuse. Il presidente interroga: «Lei è già stato condannato dal Tribunale di Bolzano a 20 giorni di arresto e 15 mila lire di ammenda (pena poi cancellata dall’amnistia) per una bomba carta fatta esplodere nella cattedrale di quella città?».

Faccioli: «E’ vero e rivendico quel gesto proprio per dimostrare la mia estraneità agli altri attentati… Adesso, quando ci penso, sorrido perchè quello era un gesto dimostrativo, corrispondente all’immaturità delle lotte di massa in una zona arretrata… Non sono un pacifista, ma sono anche contrario alla violenza contro gli individui. L’unica violenza a cui credo, è quella delle masse proletarie per instaurare uno stato socialista liberiano… ».

E qui si arriva ad un primo mistero. In tasca al Faccioli, fu rinvenuto un foglio con lo schema di un ordigno uguale, secondo la polizia e il perito, a quelli usati per le esplosioni di Milano. Ma un foglio identico risulta sequestrato anche al coimputato Braschi. Ci furono dunque due fogli oppure uno solo che «trasmigrò» dal fascicolo Braschi a quello Faccioli? L’imputato che aveva all’inizio indicato il foglio come proveniente da un quaderno del Braschi e poi da un giovane torinese sconosciuto, ora sostiene che queste sono versioni false, la prima imposta dalla polizia, la secondo suggerita da altri detenuti.

E qui si apre il solito capitolo degli interrogatori polizieschi. «Mi lasciarono tre giorni senza mangiare e senza dormire, picchiandomi e minacciandomi: erano il commissario Zagari, i gorilla Mucilli e Panessa, il commissario Calabresi» (i tre ultimi sono gli stessi protagonisti dell’ultimo interrogatorio del Pinelli – n.d.r.).

PRESIDENTE – Ma perché non ne parlò ai pubblici ministeri e al giudice istruttore che l’interrogarono?

FACCIOLI – Era la prima volta che mi trovavo a contatto con quell’apparato mostruoso… Gli altri detenuti mi consigliavano… Creda pure, che a San Vittore, il mio aspetto efebico mi comprometteva… Pensi che un giorno il Calabresi e gli altri, col pretesto di farmi ritrovare la madre del Della Savia, mi portarono in macchina a Parabiaco, mi fecero scendere ordinandomi poi di correre davanti… Mi seguivano a fari spenti e dicevano: «Tanto siete quattro gatti, nessuno vi difenderà… Possiamo romperti le ossa e dire che è stato un incidente». Comunque ne parlai subito al mio difensore avvocato Barchi, che mi consigliò di riferire al giudice.

E l’avvocato Barchi: E’ vero».

Faccioli prosegue: «Il gorilla Panessa mi spaccò le labbra con un pugno; ma all’ingresso di San Vittore non fui sottoposto ad alcuna visita medica…».

A questo punto, il secondo patrono, avvocato. Ramaioli, ed altri avvocati chiedono ed ottengono l’acquisizione dei registri delle visite e delle cartelle cliniche a San Vittore. Dopodiché il Faccioli respinge tutte le altre imputazioni. «Ci vennero attribuiti gli attentati del 25 aprile che poi risultarono commessi dai fascisti greci… ».

Il presidente sobbalza: «E chi l’ha mai detto? Agli atti non figura niente di simile!».

Il pubblico ride e l’udienza viene rinviata a domani.

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