1971 04 30 Unità – Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

1971 04 30 Unità Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

 

Movimentata seduta a Milano

Contraddittori i testi della PS al processo degli anarchici

Ha deposto il vice dirigente dell’ufficio politico – Verbale addomesticato

 

 

Dalla nostra redazione . 29

Il primo testimone di oggi al processo degli anarchici è il vice-dirigente dell’ufficio politico milanese, dottor Beniamino Zagari. già sentito ieri. L’avv. Dinelli gli contesta la notizia apparsa su un quotidiano milanese all’indomani dell’attentato al deposito della casa discografica RCA. Nell’articolo, si afferma che l’esplosione fu provocata da un «cartoccio contenente dinamite e legato con un filo di ferro»; e che sul luogo vennero rinvenuti un foglietto e la copia fotostatica di una dispensa per studenti di chimica, riguardante materie esplosive. A seguito di ciò, la polizia fermò un giovane, vedi caso, della «Giovane Italia», che fu poi rilasciato. Ora la supertestimone Zublena, accusando gli imputati Norscia e Mazzanti dell’attentato, sostiene che l’ordigno era confezionato con un tubo metallico.

Lo Zagari se la cava dicendo che alle indagini parteciparono anche i carabinieri; per cui si decide di sentire questi ultimi.

Si alza l’avv. Piscopo: «In casa del Braschi. furono sequestrati dei vetrini per lampade?».

Zagari: «Non ricordo…».

In realtà, esiste un verbale di sequestro dei vetrini, firmato proprio dal testimone, ora com’è noto, nell’istruttoria sulla strage di Piazza Fontana, ad un certo momento, saltò fuori un vetrino, che avrebbe dovuto essere «la prova principe» (cosi venne definito) contro Valpreda.

Zagari se ne va e gli succedono i brigadieri Carlo Mainardi e Pietro Mucilli, entrambi inquisitori di Pinelli. Inutile dire che respingono ogni accusa di percosse agli imputati Braschi e Faccioli.

L’avv. Dinelli interroga il Mucilli sugli imputati Norscia e Mazzanti. Risulta così che i due vennero denunciati il 9 maggio 1969. dal commissario Allegra, furono arrestati il 19 novembre successivo e solo a San Vittore appresero di essere accusati dell’attentato alla RCA!

Interviene l’avv. Barchi: «L’imputato Faccioli si addossò anche degli attentati che non figurano nei verbali?».

Mucilli: «No signore».

Barchi: «Ma il commissario Calabresi ha sostenuto qui che il Faccioli si autoaccusò anche di attentati che non poteva aver commesso, e che quindi le dichiarazioni relative non vennero scritte a verbale…».

Mucilli: «Non so, io facevo il dattilografo e non pensavo a quel che scrivevo…».

Barchi: «Notò qualcosa sul viso del Faccioli?».

Mucilli: «Non ricordo…».

Barchi: «Strano, perché Faccioli afferma che gli avevano spaccato il labbro a pugni, mentre il commissario Calabresi sostiene che l’imputato aveva una pustola e continuava a grattarsela…».

E si arriva al famoso verbale secondo cui uno schema di congegno di accensione per ordigni, fu sequestrato nel domicilio del Faccioli a Pisa, il 28 aprile 1969, mentre è ormai pacifico che fu trovato in tasca all’imputato il 29 aprile e nella sede dell’ufficio politico milanese.

La spiegazione del Mucilli in proposito è un monumento: «Quando arrivò da noi, il Faccioli chiese di andare al gabinetto. Nel corridoio c’erano i miei colleghi di Livorno che lo avevano arrestato. Chiesi loro se l’avessero già perquisito, Mi risposero di no.

Li invitai a farlo. Tornarono appunto con il foglietto dello schema e mi dissero: «Che facciamo?». Risposi «Arrangiatevi, io devo mettere tutto a verbale…». Essi allora si accordarono con il Faccioli per far figurare che il foglio era stato sequestrato a Pisa il giorno prima a riparare così alla loro mancanza…»

Barchi: «Ma scusi, non era più semplice e più corretto stendere un nuovo verbale? Senza contare che i suoi colleghi livornesi hanno sostenuto esattamente il contrario.

A questo punto occorre ricordare che il verbale è un documento ufficiale «che fa fede pubblica» per dirla con i giuristi, tanto che molti magistrati hanno in esso cieca fiducia.

Anche il commissario Raffaele Valentini reca, involontariamente, un utile chiarimento. L’avvocato Dinelli gli chiede: «Interrogando l’imputata Mazzanti, lei le contestò delle lettere anonime?».

Valentini: «No.„».

Si alza la Mazzanti: «In realtà, il commissario mi lesse diversi brani di lettere anonime…».

Valentini: «Non ricordo..».

Ora, in questo processo la specialista indiscussa in fatto di lettere anonime è la Zublena, che però, stando alla polizia, fu convocata solo il 23 giugno 1969. La Mazzanti venne invece interrogata il 9 maggio dello stesso anno. Il che fa sorgere un legittimo sospetto: la Zublena era già in contatto con l’ufficio politico prima del 29 giugno?

E’ la volta del commissario Antonio Pagnozzi.

Il presidente gli chiede: «E’ vero che il Faccioli fu minacciato e percosso?».

Pagnozzi: «Per quanto consta a me, lo escludo nel modo più assoluto!».

L’avvocato Barchi perde la pazienza: «Ma insomma, che cosa significa questa formula “per quel che consta a me”, che ripetete tutti?».

Pagnozzi: «Voglio dire che alla mia presenza non avvenne nulla di simile…».

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