1980 12 14 Paese Sera – Non basta un’opinione contro fatti incontrovertibili di Giuseppe Rosselli

1980 12 14 Paese Sera Non basta un’opinione contro fatti incontrovertibili

Piazza Fontana undici anni dopo. Ecco di nuovo il «mostro» in prima pagina. Pietro Valpreda, incriminato per la strage, assolto dai giudici della Corte d’Assise a conclusione di una minuziosa indagine dibattimentale protrattasi per due anni, ora dovrebbe essere dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo (anche se dal processo d’appello non è emerso alcun elemento nuovo). Condannato perché il Procuratore generale, riesaminando le carte processuali, ritiene che i giudici di primo grado abbiano commesso un errore giudiziario a rovescio assolvendo un colpevole.

Nessuno, ovviamente, contesta la buonafede del rappresentante dell’accusa, del resto ben conosciuto, qui a Catanzaro, come un magistrato di assoluta dirittura morale e di grande serietà. Ma una cosa è l’esperienza processuale maturata attraverso l’ascolto diretto di centinaia di testimoni (e che portò il Pubblico ministero, nel precedente processo, a chiedere l’assoluzione di Valpreda) un’altra e ben diversa è la convinzione scaturita dalla lettura dei verbali, tanto più in un dibattimento che lo stesso Procuratore generale, con molta onestà, più volte ha definito indiziario.

E allora perché la richiesta di condanna nei confronti di Valpreda? Il Procuratore Generale ha inquadrato il suo discorso facendo perno soprattutto sulla testimonianza di Cornelio Rolandi, per sostenere che il riconoscimento di Valpreda da parte del tassista dovrebbe ritenersi valido. La Corte di primo grado, però, lo aveva accantonato (come il Pubblico Ministero) ritenendolo inquinato dall’iniziativa, a dir poco sconcertante, del questore di Milano, che aveva mostrato preventivamente al Rolandi una foto di Valpreda.

Ora, a noi sembra che non basti un’opinione, per quanto autorevole, a fugare il pesante dubbio che all’indomani della strage si volesse fare di Valpreda un colpevole ad ogni costo.

Ma la constatazione più importante è questa: durante le tre istruttorie (condotte a Roma, Milano e Catanzaro) e il processo di primo grado, i giudici hanno tentato in tutti i modi possibili di individuare un qualsiasi aggancio tra la cellula fascista veneta capeggiata da Freda, Ventura e Giannettini e il gruppo anarchico romano XXII Marzo; ma in tal senso non è emerso il benché minimo elemento. E questo fatto incontrovertibile non può ragionevolmente essere superato con delle semplici opinioni.

Dietro Freda, Ventura e Giannettini si stagliano i vertici del SID e, con loro, le ombre di quelli che lo stesso Procuratore generale ha definito i «burattinai», i mandanti della strategia del terrore. Dietro Valpreda non c’è nessuno. C’è il vuoto assoluto. Un vuoto che nessuna opinione è riuscita a colmare nemmeno in minima parte.

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