1980 12 15 Paese Sera Ogni conquista non è mai definitiva di Giorgio Manzini

1980 12 15 Paese Sera Ogni conquista non è mai definitiva di Giorgio Manzini

Il cronista conserva nitido il ricordo di quel pomeriggio. Dalle prime informazioni sembrava lo scoppio di una caldaia, gran fragore, un soprassalto di paura, ma nessuna vittima. Valeva la pena di scomodarsi? Poi arriva la notizia, secca: è esplosa una bomba, ci sono dei morti, tanti morti. Si corre in piazza Fontana, in mezzo ad un traffico quasi natalizio, in una città che ancora non sa nulla. Il portone della Banca Nazionale dell’Agricoltura è illuminato quasi a giorno, i padelloni della tv investono in pieno le barelle che escono dal salone dello strazio. Nel silenzio si leva una voce, chiara, ferma: qui ci vogliono i carri armati. Nasce da quella frase il sospetto che dietro lo scempio di piazza Fontana ci sia una sconcia macchinazione? Ma ora non c’è modo di riflettere, si prova solo sgomento, e l’orrenda cronaca incalza. Già emerge comunque, con spontanea nettezza, il giudizio: la strage è la provocazione di una destra occulta che per impedire il mutamento risfodera di nuovo gli strumenti, della morte e della paura.

Ma cominceranno subito i giorni dell’incertezza, ore di ansia e di attesa nella gremita sala stampa della questura. Infine spunta il nome del ‘mostro’, l’anarchico straccione, il ballerino zoppo, come il diavolo. C’è una testimonianza, quella di un tassista, ci sono le prove, e tra le prove, afferma un autorevole portavoce, si può mettere benissimo anche il «suicidio» del ferroviere di mezza età volato da una finestra dell’ufficio politico. Ma possibile che sia così «stupida» la verità sull’eccidio?

E’ dunque nel nome di Giuseppe Pinelli, detto Pino, che comincia la controffensiva per svelare il cumulo di menzogne con cui si voleva coprire la strage. Il fronte presto si allarga, ma sarà una lunga e contrastata campagna. Adesso però si capisce il senso di quella frase che, nel pomeriggio dell’angoscia, aveva rotto il silenzio di piazza Fontana: qui ci vogliono i carri armati.

Passeranno degli anni prima di poter ricomporre alcuni solidi spezzoni di verità, scoprendo l’orrido imbroglio. Il cronista ricorda sempre con nitidezza gli episodi che hanno segnato questa faticosa risalita, gli arresti dei fascisti decisi da Calogero e da Spitz, poi la liberazione di Valpreda, poi le immagini della tristezza, il disseppellimento della bara di Giuseppe Pinelli, a Musocco, sotto un cielo di inverno, e poi l’attesa dei primi risultati della nuova perizia necroscopica, nei cortili dell’Istituto di Medicina legale di Pavia. Poi gli interrogatori davanti al giudice D’Ambrosio, una sfilata di ufficiali del Sid, uno dietro l’altro, a rendere conto, finalmente. Sembrava che la verità stesse per uscire dal pozzo, era ormai lì a portata di mano, e coinvolgeva non solo i fascisti, ma anche gente di potere, uomini di governo. Ci siamo? Arriva invece il tonfo, la compromettente secchia è sprofondata di nuovo: è intervenuta la Cassazione, e D’Ambrosio, Alessandrini e Fiasconaro sono spogliati dell’inchiesta, che finisce a Catanzaro. Si perde altro tempo, gli anni si allungano. Inutile lo sforzo fatto? Non del tutto, qualcosa è rimasto. Solidi pezzi di verità.

Intanto Valpreda sembra ormai preistoria, una battaglia vinta, e dunque da dimenticare. Si doveva invece tenerne viva la memoria? Forse le richieste di Catanzaro nascono anche dalla nostra smemoratezza, ovvero dalla mancata coscienza che ogni conquista, grande o piccola che sia, non è mai definitiva.

 

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