1972 10 22 Espresso – Un messaggio di Valpreda. Subito dopo avere appreso la notizia del trasferimento del suo processo alla Corte d’Assise di Catanzaro

1972 10 22 Espresso - Un messaggio di Valpreda

Subito dopo avere appreso la notizia del trasferimento del suo processo alla Corte d’Assise di Catanzaro, Pietro Valpreda ci ha inviato questo messaggio dalla stanza della I clinica medica del Policlinico di Roma, dove è piantonato.

 

Trentaquattro mesi di carcere, quasi tre anni: in uno sporco gioco politico la vita e la sorte di alcuni individui non è che conti molto, il nostro processo è nuovamente rimandato, forse di un anno, la ragione di Stato è prevalsa, i sudari di ermellino hanno deciso: “l’ordine regna a Catanzaro”. Abbiamo sofferto tre anni di ingiusta e iniqua detenzione, ed ora anche coloro che concorsero al nostro linciaggio si mostrano indignati della ennesima manovra politica attuata tramite la decisione della Corte di Cassazione di trasferire il nostro processo nella città calabra: 1.200 chilometri da Milano e 600 da Roma. Stupore e indignazione quasi unanimi per tale assurda decisione: a Catanzaro, si osserva, manca il carcere, per presenziare al processo dovremmo perciò effettuare una traduzione quotidiana di oltre 100 chilometri da un altro carcere; non vi è un ospedale che potrebbe accoglierci; l’aula del tribunale è insufficiente come capienza; il servizio d’ordine paralizzerebbe il centro cittadino ecc. ecc. Quindi il processo subirà un rinvio di mesi e mesi, sempre che non salti ancora una volta per un’ulteriore richiesta di legittima suspicione, o per l’impossibilità logistica di essere effettuato.

Io mi stupisco invece del loro stupore: questa prassi del regime non è che la logica conseguenza di un disegno politico che anche loro, per ignavia e tornaconto o per pavidità, hanno concorso a sviluppare. Stupirsi e indignarsi oggi è solo una riprova di viltà e di irresponsabilità e non accetto che sulla pelle dei compagni e mia ora i cari benpensanti tentino di sciacquare la loro coscienza pseudo-democratica. Parlare, denunciare, indignarsi dopo tre anni di questa infame farsa che si perpetua contro di noi, senza risalire alle cause, vuol dire non solo dare credibilità al tutto, ma rendersene complici. La denuncia va fatta alle radici, ai giorni del nostro preordinato arresto, ai giorni dell’autunno operaio, ai giorni della nostra istruttoria a senso unico. A quei fatti bisogna risalire: a quando Pinelli volò dalla finestra, a quando fu costruito il mio riconoscimento con il Rolandi, a quando fu rapinata l’istruttoria ai giudici milanesi e consegnata a Roma. A quando tutti avallarono e osannarono ogni iniziativa, sopruso, falso, ingiustizia di poliziotti, magistrati e politici.

E’ stato affermato di recente che il nostro processo è una spina nel cuore di tutti i democratici e che ritardare il giudizio oltre un limite ragionevole equivale a violare la legge. Certamente si è permesso di violare la legge e i più elementari diritti dell’uomo. Ma affinché le parole non siano solo un modo per salvare la buona coscienza dei borghesi occorre che tutti si mobilitino e si impegnino quotidianamente perché si giunga alla verità sulla strage di piazza Fontana e ai torbidi retroscena politici che vi si annidano. Occorre che le masse lavoratrici comprendano che le iniziative prese dai miei difensori e dalle organizzazioni di sinistra, sia al livello processuale che pubblico e parlamentare, siano non solo sostenute ma fatte proprie perché il piano eversivo che era dietro le bombe non era diretto soltanto contro noi anarchici ma aveva l’obiettivo di impedire e bloccare le lotte e il movimento di crescita democratica e di classe nelle fabbriche, nelle scuole, nelle campagne.

Pietro Valpreda

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