1972 10 22 l’Espresso – Nel nome della legge di Camilla Cederna

1972 10 22 Espresso - Nel nome della legge di Camilla Cederna

 

 

Milano. Per l’ennesima volta ingiustizia è stata fatta, e come in una partita ai dadi durata meno di un’ora le sette toghe d’ermellino della Corte di Cassazione si son giocate il destino e la vita di Pietro Valpreda e dei suoi due compagni. Quando i più ormai speravano che le ragioni politiche non ritardassero oltre il corso della giustizia, che scemassero le manovre di pressione e di repressione, che si dimostrasse ancora possibile riparare a un errore, cioè non si seguitasse, dopo averne commesso uno, a commetterne una serie per nascondere quello iniziale, in mezzo alla costernata incredulità dei più, si è compiuta una grossa ingiustizia. Le toghe d’ermellino hanno accolto la richiesta della Procura milanese che aveva invocato la legittima suspicione, allontanando per la seconda volta il processo dalla sua sede naturale; cosi, alla vigilia di ritirarsi dalla scena per andare in pensione, ha vinto il procuratore capo De Peppo che ai giudici aveva descritto Milano come una città infetta, addirittura la centrale del terrorismo (mentre nella sua lettera d’addio ai magistrati e ai funzionari della Procura la definisce «impareggiabile metropoli»); così i giudici supremi hanno scelto come sede del processo una città dove secondo loro «il clima è sereno e affidante», dove secondo De Peppo il processo può avere «un sereno e ordinato svolgimento», precisamente Catanzaro.

A parte che, come sede di Corte d’Assise, Catanzaro è la città più lontana e più difficilmente raggiungibile da Milano e da Roma, situata giù nel piede dello stivale, una città dove i ruoli della Corte d’Assise sono coperti fino a tarda primavera, dove non c’è aeroporto e non ci si arriva con l’autostrada, dove non c’è carcere perché è crollato due anni fa, all’ospedale non ci son posti e non esiste una capace aula di tribunale, dove insomma è impensabile fare un processo di queste proporzioni, ecco com’è «sereno e affidante» il suo clima.

Feudo del democristiano Ernesto Pucci, da sempre sottosegretario di Rumor, e regno della speculazione edilizia, Catanzaro è una città d’incandescente temperatura politica e di rilevante presenza fascista (4.000 i voti missini del 7 maggio in Catanzaro-centro); quanto alla sua magistratura, procuratore della Repubblica è il dottor Fabiano Cinque, il cui nome è legato alla scarcerazione dei cinque missini fermati l’anno scorso dalla polizia come responsabili d’aver gettato una bomba su un corteo di anti fascisti, uccidendo un operaio socialista e ferendo tredici persone. Il dottor Cinque però non li ha ritenuti incriminabili, e si son trovati giudici e periti pronti ad affermare che la bomba era scoppiata in tasca all’operaio (i cui pantaloni però risultavano intatti).

E’ sempre Catanzaro la città in cui si è svolto il più importante e discusso processo alle cosche mafiose palermitane, alla fine del quale sono stati mandati assolti personaggi come Liggio, Rimi, La Barbera e Gerlando Alberti. Una città dunque dotata di una magistratura decisamente retriva, la quale, dalle dichiarazioni fatte in questi giorni, appare disposta a rimandare il processo almeno fino a quando non sarà possibile riunirlo a quello contro Freda e ‘Ventura, secondo i desideri delle destre, che hanno tutto da guadagnare da un ulteriore rimescolamento delle carte. E per far questo bisogna aspettare che Freda e Ventura siano rinviati a giudizio: non s i può infatti far tornare in istruttoria il processo Valpreda, come avrebbero detto, con preoccupante ignoranza del codice di procedura, tre sostituti procuratori di Catanzaro.

Lasciando da parte le colpe e le omissioni della giustizia in questi ultimi tre anni, possiamo ora sfogliare il catalogo delle irregolarità che hanno portato a quest’ultima decisione. Abnorme è stato il contegno dei giudici della prima Corte di Cassazione che contrariamente alla solita prassi questa volta non hanno avvertito i difensori che venerdì 13 ottobre si sarebbero riuniti per decidere.

Quindi rendendo pubblica la notizia alle undici di quel giorno, hanno agito con una fretta mai vista, dando l’impressione di non aver fatto nessuna attività istruttoria, cioè di non aver preso visione e minimamente discusso la documentata memoria inviata loro dai difensori milanesi e romani contro la remissione. Essa chiedeva alla Corte di interrogare i giudici milanesi dei processi in cui secondo De Peppo si erano verificati intemperanze e incidenti, per sapere se fosse vero o falso quel che aveva affermato il procuratore capo; ed era loro esplicito dovere controllarlo punto per punto. Hanno sposato inoltre la tesi del fascista di Avanguardia nazionale Merlino e dei suoi difensori, che volevano il processo lontano da Milano.

Una fretta precipitosa dunque all’ultimo momento, in contrasto con quell’anno di attesa e quell’inspiegabilmente lunga meditazione seguita alla sentenza di Roma. Perché allora tutta quella perdita di tempo? Forse perché, mentre era vivo il procuratore generale Bianchi d’Espinosa, il procuratore De Peppo non avrebbe mai osato prendere una decisione che Bianchi non si sarebbe mai sognato di trasmettere alla Cassazione. Si è aspettato così che Bianchi morisse, che passassero le vacanze, che la Corte d’Assise di Milano, una volta ricevuti gli atti, cominciasse i primi lavori di cancelleria per provvedere alle notifiche; poi in tre soli giorni, con una velocità crudelmente in contrasto con le lunghe battute d’arresto, i vuoti giudiziari, i rinvii a cui da tempo è abituata la giustizia, ci sono stati tre uffici della Procura che hanno negato a Valpreda la possibilità di essere giudicato dal giudice naturale. Il 31 agosto infatti De Peppo passa il suo documento alla Procura generale di Milano che, dichiarandosi momentaneamente priva di titolare, lo trasmette alla Procura generale presso la Corte di Cassazione, la quale nella persona del sostituto procuratore generale Sullo, il 2 settembre, cioè a giro di posta, risponde concordando con le motivazioni di De Peppo.

Soltanto un mese fa queste motivazioni vengono rese note al pubblico attraverso la stampa, e subito la Corte fissa la data della decisione; contro il documento di De Peppo intanto si inalbera l’opinione pubblica e la stampa, si raccolgono oltre ventimila firme che chiedono la scarcerazione di Valpreda, autorevoli giuristi dichiarano che la scarcerazione non solo è possibile ma doverosa, e infine il 9 ottobre viene presentata in tribunale l’istanza di scarcerazione dell’on. Malagugini.

E’ una corsa contro il tempo: vince la Cassazione che riesce a bloccare la decisione del Tribunale di Milano. E perché il Tribunale di Milano non ha deciso prima? Ecco un’altra colpevole omissione, dato che un’altra volta non si rispettano le regole del gioco. Il tribunale infatti non può decidere se prima il pubblico ministero (cioè l’ufficio di De Peppo) non dà il suo parere. Così in cinque giorni (dal 9, presentazione dell’istanza, al 13, decisione della Cassazione), il pubblico ministero, che aveva la possibilità di farlo, non ha il coraggio di esprimere la sua opinione, positiva o negativa che sia (che se anche avesse dato parere negativo, respingendo l’istanza, il tribunale poteva accoglierla lo stesso e ordinare la scarcerazione).

Ma questo contegno della magistratura non era forse già stato preannunciato dal presidente del tribunale Mario Usai, quando in tono sgradevole di tedio freddo e impaziente, aveva ricevuto la delegazione di cittadini con in mano i fascicoli delle ventimila firme? «Non è davvero augurabile che il processo Valpreda si faccia a Milano», egli aveva detto, e non già per le ragioni addotte da De Peppo, «ma per motivi esclusivamente pratici. Se si celebrasse in questa sede», aveva proseguito, «dovremmo bloccare ogni nostra attività. Per mancanza di cancellieri, di dattilografe e di soldi, non sappiamo come andare avanti in situazione normale, al punto che forse un giorno o l’altro dovremo chiudere gli uffici: figurarsi se ci fosse il processo. Siamo pieni di debiti, il bilancio non è stato approvato, la situazione della cancelleria è a dir poco fallimentare». E veniva voglia di dirgli che chi si permette di fare un discorso così dovrebbe dimettersi per lasciare il posto a persona più capace sul piano organizzativo.

Ineffabili anche le dichiarazioni del primo presidente della Corte d’Appello di Milano Mario Trimarchi, appena sa cos’ha deciso la Cassazione. Promette che farà del suo meglio perché si provveda con la massima celerità possibile a preparare tutti gli atti del processo e a spedirli subito dopo la comunicazione ufficiale a Catanzaro, sua patria.

Poi aggiunge che i problemi tecnici per trattenere il processo a Milano avrebbero potuto essere rimossi. Lo dice soltanto adesso purtroppo: cos’ha fatto Trimarchi in cinque mesi, quando avrebbe dovuto rimuovere gli ostacoli, quando gli atti erano a Milano, si doveva fissare il dibattimento, e lui non tornava dalle vacanze?

Non meno esilaranti i progetti del pensionato De Peppo. «Devo ancora decidere sulla mia futura attività, un’attività prestigiosa s’intende, dal punto di vista intellettuale o economico». Lasciamogli il campo economico, magari la direzione di una banca. Sulla attività intellettuale di questo dirottatore, invece, si nutrono seri dubbi rileggendo il suo commiato dai colleghi. Infatti, sempre lì li consiglia «di non porsi alla sequela di chicchessia» (voleva forse dir seguito?), «di non concorrere a formare i mass media della magistratura» (cosa c’entrano con la magistratura i mezzi di comunicazione di massa, come la TV, la radio, i giornali?), «che costituirebbe una contraddizione in termini, poiché il magistrato è colui che è stato tratto al disopra di tutti (magis tractus) e non può quindi esser confuso in organizzazioni di massa» («magis tractus» lo dice lui, perché secondo il dizionario etimologico, magistrato viene esclusivamente da “magister”).

Solo il Parlamento ora può far qualcosa perché Valpreda non scenda oltre nell’inferno della non-giustizia, affrontare cioè con estrema decisione il problema della libertà personale nei processi scegliendo il progetto più adatto ad essere prontamente approvato e applicato, stabilendo per esempio che la scarcerazione sia automatica quando il processo è tirato esasperatamente per le lunghe. Così si aiuterebbe a risolvere questo drammatico conflitto fra Valpreda (diventato ormai punto di scontro politico che vede di fronte democrazia da un lato e fascismo dall’altro) e i suoi nemici naturali, cioè tutti quelli che, conoscendo la verità, hanno fatto e fanno di tutto per occultarla.

 

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