1974 04 5 Paese Sera – Valpreda mette a nudo i vuoti dell’inchiesta. L’anarchico ancora interrogato in Corte d’Assise a Catanzaro

1974 04 5 Paese Sera - Valpreda interrogato a Catanzaro

L’anarchico ancora interrogato in Corte d’Assise a Catanzaro

Valpreda mette a nudo i vuoti dell’inchiesta

Per la prima volta dopo più di quattro anni la difesa ha potuto rivolgere pubbliche domande all’imputato. La storia del «22 Marzo», della «spia», di Merlino – Parla anche Gargamelli

di Andrea Barberi

 

CATANZARO, 5. – Un po’ di sostanza, finalmente, nel processo Vapreda. Abbandonata la pretesa di risolvere tutto con domande tipo «Lascia o raddoppia?», giudici e pubblico ministero hanno cominciato ad affrontare i nodi della vicenda. E dove non sono arrivati i magistrati è arrivata la difesa, che per la prima volta dopo quattro anni e più ha potuto rivolgere pubbliche domande all’anarchico.

Non basta. Indagini prima mai neppure tentate sono state proposte dall’accusa stessa, tesa forse alla riconquista di una credibilità che era venuta meno, e dalla difesa, come è naturale. Così, nel processo entrerà il vero foglio matricolare di Pietro Valpreda, quello dal quale risulta che l’anarchico, quando fece il militare, non si dedicò allo studio degli esplosi, ma delle carte, delle bussole, dei sestanti. Saranno chiesti anche i verbali degli interrogatori di Milano: ne è sparito uno di Valpreda e uno del tassista Cornelio Rolandi; la questura di via Fatebenefratelli e i carabinieri dovranno tirarli fuori, o giustificarne in qualche modo la mancanza. Dovrà infine presentarsi in aula il disegnatore che fece l’identikit del presunto dinamitardo sulla scorta delle indicazioni di Rolandi.

Il processo, dopo l’inizio incerto, sembra avviato sul migliore dei binari: apertura a qualunque indagine, interrogatorio di tutti quel testi che nell’istruttoria sono stati… dimenticati. Ma si andrà avanti? Stiamo tutti lavorando in vista di una sentenza, sia pure ancora lontana, oppure fra un paio di settimane la Cassazione annullerà tutto, ordinando l’ibrida riunione di questi atti con quelli contro i fascisti veneti?

La parola è al PM, dottor Lombardi: « Chiarisca i suoi rapporti con Salvatore Ippolito, detto Andrea, l’agente della questura che era entrato nel “22 Marzo”».

Valpreda: « Per me e per gli altri era un compagno. Lo trovai al “Circolo Bakunin”. Non parlava molto e non era molto preparato, ma nessuno dubitò di lui. Quando tutti fummo fermati la mattina del 19 novembre 1969 anche lui finì in questura».

P.M.: «Eppure lei dubitava di qualcuno … ».

Valpreda: « Sì, ma non di Andrea. Sospettavamo di un vero compagno. Adesso non ne faccio il nome, perchè non starebbe bene far sapere che avevamo dubitato di lui che invece fu incastrato come noi».

P.M.: « Perchè questi sospetti?».

VALPREDA: « La mattina del 19 novembre, ci eravamo dati appuntamento per partecipare alla manifestazione per la casa e per il contratto dei metalmeccanici. Ci eravamo appena visti ed arrivò la polizia. Qualcuno doveva averla avvertita: non avevamo certo messo i cartelli o chiamato i compagni a raccolta con il megafono. Inoltre, un compagno, Angelino Fascetti, venne fermato in quel giorni e ci raccontò che in questura gli erano state contestate frasi dette da altri compagni all’interno del “22 Marzo” Così fu chiaro che qualcuno faceva la spia».

P.M.: «Un suo coimputato e un teste hanno detto che al “22 Marzo” si parlava di rapine e di attentati».

Un discorso di comodo

VALPREDA: «Le rapine se ne parlò dopo i fatti della banda Cavallero. C’era anche una compagna comunista e Andrea le chiese una calza. Se la mise in testa e gridò fermi tutti! questa è una rapina! Gli attentati; l’accusa ha messo insieme una serie di frasi dette qua là e ne ha fatto un discorso di comodo, dal quale risulta che nel circolo non si parlava altro che di attentati. Al “22 Marzo” ci vedevamo per mettere a posto la sede, della quale avevamo avuto la chiave il 17 novembre, e al più per scambiare qualche idea»

Il pubblico ministero ha finito, contestazioni non ne ha fatte; domande trabocchetto neppure. Tocca a Calvi.

CALVI: « Devo fare domande che in quattro anni nessuno ha mai fatto. Le aspettavamo dalla polizia, dai pubblici ministeri, dal giudice istruttore, dai presidenti di Corte di Assise. Non sono mai venute. Eccole, allora, dalla difesa. Sia chiesto a Valpreda se ha mai visto, acquistato, o comunque posseduto un timer».

PRESIDENTE (sorridendo e sostituendosi nella risposta all’imputato): «Non ho mai visto, acquistato … ».

VALPREDA: «Non sapevo neppure che esistessero. Dei timer ho sentito parlare per la prima volta durante l’istruttoria».

CALVI: «L’imputato ha mai posseduto borse della Mosbach-Gruber? ».

VALPREDA: «Mai».

CALVI: «E cassette della Juwell-Parma?».

VALPREDA: «Stessa risposta ».

CALVI : «L’imputato sa che cosa è il binitrotoluene?»

VALPREDA: «Adesso lo so. E’ un esplosivo militare e ho letto nelle memorie dei difensori che è stato usato per la strage».

CALVI: «C’è mai stato un confronto con i superstiti della Banca nazionale dell’Agricoltura?».

VALPREDA: «Mai. Eppure io avevo chiesto questo confronto».

Calvi, continua. Mette a nudo ogni risvolto del processo. E le risposte di Valpreda chiariscono molti di quei punti che, male interpretati quattro anni fa, contribuirono alla creazione del «mostro». L’anarchico andò dalla nonna perchè lo faceva ogni volta che tornava a Milano. Sotto le armi partecipò sì e no a due o tre esercitazioni, senza diventare un esperto in esplosivi. A Milano andò perchè un giudice lo aveva convocato e lui dei giudici aveva un sacro rispetto, tanto che mandò una raccomandata a un pubblico ministero romano che indagava su un altro episodio (aggressione da parte dei fascisti, catalogata però come rissa) tanto per non dargli l’idea di essere sparito dalla circolazione.

Ancora sul “22 Marzo”. Al centro dell’interrogatorio la figura di Mario Merlino, il fascista infiltrato.

Altri argomenti, spesso a spizzico, ma tutti centrati.

CALVI: «E’ vero che la polizia cercò di convincere Ermanna Ughetto a fare l’informatrice?»

Raccomandata al PM

VALPREDA: «Sì. La Ughetto me lo disse davanti a tre testimoni».

La Ughetto è un personaggio-chiave: è lei a sostenere che Valpreda tornò a Roma nei giorni successivi alla strage.

CALVI: «La polizia chiese alla Ughetto notizie sull’attività dell’imputato, con particolare riguardo al possesso di esplosivi?».

VALPREDA : «E’ vero».

CALVI: «Fu l’imputato a scrivere nella baracca di Prato Rotondo “bombe, sangue, anarchia”?».

VALPREDA: «Chi entrava scriveva. E la porta era aperta».

CALVI: «Quali erano i rapporti con Giuseppe Pinelli?».

VALPREDA: «Ci conoscevamo da 15 anni. Non è vero che a Empoli litigammo e che io gli scagliai una saliera… ».

CALVI: «A Milano, dopo gli attentati del 25 aprile, ci furono dei sospetti su Valpreda. Perché?».

VALPREDA: «Molti compagni finirono in carcere innocenti per quegli attentati, compiuti invece dai fascisti veneti. Venni interrogato come teste e la polizia sparse la voce che avevo accusato un anarchico. Non era vero. Se tornai, a Milano, fu anche per chiarire questo episodio».

Calvi si siede. Valpreda sta per tornare al banco degli imputati, ma Vincenzo Azzariti, avvocato di parte civile, scatta: «Adesso tocca a me!». Chiede che cosa fece l’anarchico il 12 dicembre in ore che non hanno nulla a che vedere con l’attentato, quale distanza c’è fra la casa della nonna e l’edicola, quale fra la stessa casa e il parcheggio della «500». Valpreda risponde, ma a tratti è sarcastico: «Mi ha preso per un goniometro? Guardi una cartina, se vuole sapere le distanze». Ma Azzariti, voce potentissima, non si arrende: «Il pigiama azzurro … Ne aveva due o tre di pigiama azzurri? E uno l’aveva portato da Roma o l’aveva dalla zia?». Sembra che dalla risposta debba dipendere tutto. Valpreda non sta più al gioco: «Le dispiace, avvocato, se avevo due pigiami? Spero di no. E ora punto e andiamo avanti». Poi chiarisce: «Per me il 12 dicembre 1969 fu una giornata come le altre. Non avevo nessun motivo per ricordare e magari segnare tutti i particolari».

E’ finita. Ma processo e udienza continuano. Il presidente Celestino Zeuli chiama subito Roberto Gargamelli. Venticinque anni, una pioggia di capelli e una gran barba, Gargamelli è accusato di avere messo una bomba nel sottopassaggio della Banca nazionale del lavoro di Roma, a pochi passi da piazza Barberini. Nella banca lavorava il padre. «Il giudice istruttore Cudillo – dice – voleva incriminarmi anche per tentato parricidio. Non lo fece, perché papà lavorava al secondo piano e non aveva corso rischi». Ora, per quella bomba, è stato rinviato a giudizio il fascista Ventura.

Intanto, si è scoperta la sparizione anche dei verbali dei suoi interrogatori in questura. Caso strano, uno era a difesa di Valpreda.

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