1974 04 7 Paese Sera – Non dicemmo tutto ai giudici. Crollano i poliziotti che accusarono Valpreda

1974 04 7 Paese Sera - Non dicemmo tutto ai giudici

Crollano i poliziotti che accusarono Valpreda – Quali erano i «fondati indizi»?: «Non ricordo» – Nascoste per anni le prove che avrebbero potuto scagionare gli imputati – Le risposte di Falvella: «Non so», «Non c’ero», «E’ stato il dottor Provenza».

di Andrea Barberi

 

CATANZARO, 7 – Prove capaci di scagionare gli imputati nascoste per anni. Ombre trasformate in capisaldi d’accusa. Al primo interrogatorio di un funzionario di polizia, tutto è crollato. Quali erano gli indizi che portarono al fermo di Valpreda e dei giovani del « 22 Marzo»? TI funzionario allarga le braccia, sorride imbarazzato, risponde con accento romanesco, accattivamente: «Mbe’, in quel circolo si facevano ‘sti discorsi, c’era stata quella conferenza che sapeva tanto d’artefatto, co ‘sta gente che s’assettava e se n’andava … ». La difesa insiste «non bastava, non poteva bastare!». Il funzionario non ha altro da aggiungere.

E Valpreda scatta. Una molla, le lacrime che gli vengono giù e si arenano in una barba di due giorni: «Dovete dirmelo! Dovete dirmelo! Sono stato in galera per tre anni, io!». E si batte un pugno sul petto, mentre «zia Rachele» tenta di calmarlo. «Perché m’avete arrestato? Per un volantino su Ravachol? Ditemelo, ditemi perché sono stato tre anni in galera!». Avrebbe voglia di urlare ancora, di coinvolgere tutto e tutti, ma chiude amaramente: «E’ meglio andarsi a bere un bicchiere di vino». E se ne va. seguito dalla zia e da Roberto Gargamelli. Al bar è più calmo e prende un caffè. Alla ripresa, è di nuovo al suo posto, il banco degli accusati. Ma dice: «Siete proprio sicuri che sia io il vero imputato di questo processo?».

Il funzionario interrogato ieri è Luigi Falvella, forte stempiatura, occhiali da miope, i nervi saldissimi. E’ rimasto per tre ore e dieci minuti davanti ai giudici, fra il fuoco incrociato delle domande, ma non ha perso la testa. Per salvare il salvabile, ha dichiarato di essere stato male proprio nel momento in cui l’inchiesta prendeva la via degli anarchici e di non essere stato informato in altri momenti cruciali: è andato quasi in cerca di una patente di incapacità, ma ha dovuto ammettere di avere nascosto ai magistrati elementi essenziali. Ha puntato tutto sulla «buona fede». L’inchiesta è naufragata, anche se per quattro anni e più è stata utilizzata come strumento di pressione e ricatto, ora non resta che mettere in salvo chi l’ha manovrata. E Valpreda? Vada pure per la sua strada. E i morti? Quelli non contano.

Motivazione

Luigi Falvella, era commissario a Genzano, era il funzionario più alto in grado fra gli ufficiali di polizia giudiziaria della politica di Roma. Sopra aveva soltanto Bonaventura Provenza, incriminato dal giudice Gerardo D’Ambrosio a Milano ed assolto con una motivazione che non è certo una medaglia. Se non lo conosce Falvella il perché l’inchiesta fu puntata contro gli anarchici, chi deve saperlo?

L’udienza si è snodata attraverso una selva di domande. Vale la pena di riportarle. Le risposte di Falvella valgono più di qualsiasi discorso.

PRESIDENTE – La questura, prima ancora di controllare Valpreda, controllava Ivo Della Savia nel circolo Bakunin?

FALVELLA – Non lo so perché, del settore di sinistra si occupava il collega Bonaventura Provenza e di quello di destra il collega Umberto Improta.

PRES – Fu lei a proporre a Valpreda di fare l’informatore per la polizia?

FALVELLA – No.

PRES – Parli del deposito di esplosivo sulla via Tiburtina.

FALVELLA – Ne parlarono gli imputati Roberto Mander ed Emilio Borghese, anche se in un primo tempo accennarono alla via Casilina. Prima di accompagnare Mander in carcere, andammo alla ricerca del deposito. Disse che il posto gli era stato mostrato da Valpreda passando in lambretta. Mi fece fermare in un posto vicino a quello che poche ore prima aveva indicato Valpreda (in effetti, a più di duecento metri di distanza, n.d.r.) .

PRES – Quando cominciaste a cercare Valpreda?

FALVELLA – La sera di domenica 14 dicembre, due giorni dopo gli attentati, ma in pratica la ricerca fu spostata al giorno successivo.

Un telex

PRES – Perché vi interessavate tanto al «22 Marzo»?

FALVELLA – Era un gruppo anarchico e temevamo che potesse provocare disordini durante le manifestazioni.

PRES – Ma a lei direttamente che cosa risultava?

FALVELLA – Poco. Non me ne ero interessato direttamente.

PRESIDENTE – Valpreda dice di essere stato interrogato la prima volta a Milano il 15 dicembre 1969. Ma il verbale non esiste. Ne sa qualche cosa?

FALVELLA – No. Non so se ci sia arrivato. La questura di Milano di solito trasmetteva direttamente alla magistratura.

PRESIDENTE – E Rolandi lo vide?

FALVELLA – No.

PRESIDENTE – Le prime indagini furono indirizzate indifferentemente verso le estreme, vero?

FALVELLA – Sì. destra e sinistra.

CALVI (difesa Valpreda) – Non è vero. Il rapporto fu di uno a mille. Un intero paese, Monterotondo, fu messo sottosopra perchè c’erano degli studenti di sinistra.

PRESIDENTE – Avvocato, non facciamo polemiche. E’ vero, però, che in un secondo tempo l’inchiesta fu centrata sui gruppi di sinistra …

FALVELLA – No. Non pensavamo alla sinistra indagando sul «22 Marzo», perchè dentro c’era Merlino, che aveva contatti con Stefano Delle Chiaie, uomo di destra. Merlino si era fatto fermare, qualche mese prima. durante una manifestazione di extraparlamentari di sinistra a Campo de’ Fiori, ma per me restava uno di destra. Nella primavera del 1969 aveva fondato un primo circolo «XXII Marzo», con tutti elementi di «Avanguardia nazionale» e anche la sera prima degli attentati si era incontrato con Stefano Delle Chiaie e gli altri di «Avanguardia».

PRESIDETE – Quali indizi avevate contro il «22 Marzo» all’inizio dell’inchiesta?

Il commissario elenca: i discorsi riferiti dall’agente-spia Andrea Ippolito, una «sospetta riunione» con conferenza all’ora delle esplosioni, l’andirivieni di Roberto Mander e di qualche altro. Poco. Allora tenta la grossa carta: l’accusa di Cornelio Rolandi. Ma dimentica che Rolandi, a parte ogni considerazione sul valore della testimonianza puntò il dito su Valpreda la sera del 16 dicembre 1969, quando l’inchiesta aveva da tempo preso la strada degli anarchici, come i rapporti polizieschi ampiamente dimostrano.

Il presidente Celestino Zauli non sembra troppo soddisfatto. Vuole sapere: «Perchè poche ore dopo la strage fu indirizzato a tutte le polizie d’Europa un telex in cui già si parlava di responsabilità degli anarchici?». Falvella non può che sorridere e allargare le braccia. Ma che cosa ci faceva in questura?

Si torna a Merlino. Falvella dovrebbe conoscerlo bene.

PRESIDENTE – Perchè tanto interesse per Merlino?

FALVELLA – Avevamo fatto frequenti perquisizioni a casa sua, anche se per la verità non avevamo mai trovato nulla.

PRESIDENTE – Merlino era forse un informatore della polizia?

FALVELLA (imperturbabile) – Non lo so, ma potrebbe anche esserlo stato.

PRESIDENTE – Stefano Serpieri era un informatore del SID o della polizia?

FALVELLA – Non lo so. La sera del 12 dicembre 1969, Serpieri fu invitato in questura.

PRESIDENTE – E perché Mario Merlino fu messo in una stanza insieme con questo Serpieri e con Andrea Ippolito, il vostro agente?

FALVELLA – Non c’ero, quel giorno. Sa, una bronchitella …

PRESIDENTE – Il colonnello Genovesi, del SID, lo conosceva?

FALVELLA – Si, l’ho conosciuto, ma non per questa vicenda

PRESIDENTE – Conosceva Guido Paglia e Guido Giannettini? (N.D.R.: giornalista della catena Monti il primo, prosciolto da D’Ambrosio; ex giornalista del Secolo d’Italia il secondo, rifugiatosi in Francia) .

FALVELLA – Ho conosciuto Paglia, ma solo per la sua attività di giornalista.

PUBBLICO MINISTERO – Quali furono i rapporti fra i carabinieri e la polizia durante questa inchiesta?

FALVELLA – Di collaborazione, a livello di capi degli uffici, per scambio di notizie.

P.M. – Perché allora l’anarchico Enrico Di Cola fu rilasciato dai carabinieri e subito dopo ricercato da voi?

FALVELLA – Non lo so.

Ancora su Merlino e su Salvatore «Andrea» Ippolito, l’agente-spia.

P.M. – Chi vi dette ordine di fermare Merlino subito dopo gli attentati?

FALVELLA – L’ho già detto: quel giorno non stavo bene …

P.M. – Sulla base di quali elementi fu compilato il primo rapporto di accusa contro il «22 marzo»? Vi rifaceste a quanto detto da Andrea Ippolito?

FALVELLA – No … il rapporto fu preparato sulla base di vari elementi, compresi quelli forniti da Ippolito.

SETA (difesa) – Allora fu un rapporto confidenziale!

PRESTDENTE – Ippolito era pur sempre un agente di Pubblica sicurezza.

Difensori (all’unisono) – Durante l’istruttoria questo è stato escluso: il giudice ha scritto che Ippolito non era in servizio quando si trovava all’interno del «22 marzo», altrimenti sarebbe stato necessario incriminare…

PRESIDENTE – Nell’istruttoria probabilmente c’è un errore su questo punto: Ippolito era un agente di pubblica sicurezza.

Responsabile

Cosi crolla un altro pezzo di istruttoria: la tesi di comodo di un Ippolito «fuori dai ruoli», non regge. Le conseguenze sono pesanti per i superiori che ne hanno nascosto per mesi e mesi l’attività. Ma chi accetterà la responsabilità? Falvella ha coinvolto l’intera Questura.

MALAGUGINI (collegio difensivo) – Fra i vari responsabili degli uffici c’erano incontri, scambi di idee?

FALVELLA – Si, di frequente.

MALAGUGINI – I rapporti erano dunque il frutto di un lavoro collegiale?

FALVELLA – Certamente.

MALAGUGINI – E lei quando seppe di Salvatore Ippolito?

FALVELLA – Non lo so …

MALAGUGINI – Come?

FALVELLA – Sapevo che c’era un agente nel «22 marzo» ma solo durante le indagini venni a sapere che si chiamava Ippolito. Anzi no, ho sbagliato: lo avevamo fermato il 19 novembre 1969 insieme con gli anarchici del gruppo.

MALAGUGINI – Teneva lei i rapporti con l’autorità giudiziaria

FALVELLA – Si, scritti ed orali.

MALAGUGTNI – Arrivarono direttive dall’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno?

FALVELLA – No.

MALAGUGINI – Nel rapporto del 13 dicembre 1969, fece una descrizione degli ordigni. Su quali basi?

FALVELLA – Me ne parlarono i colleghi che erano intervenuti sul luogo delle esplosioni. Mi sembra che fosse andato personalmente anche il colonnello Pietro D’Arienzo. dell’artiglieria. Disse che doveva trattarsi di affari a tempo …

MALAGUG INI – Ma quale affari a tempo? Nel rapporto c’è scritto che erano ordigni con miccia a lenta combustione!

FALVELLA – Ho scritto quello che mi avevano detto i colleghi.

MALAGUGINI – Con quali criteri faceste le perquisizioni?

FALVELLA (una volta tanto imbarazzato) – Sa, quando succedono questi fatti, c’è un sacco di gente che telefona, o che scrive in modo più o meno anonimo: «Là ho notato un traffico d’armi. Là ho visto questo, là ho visto quello ….. C’è gente, insomma, che si improvvisa confidente. Noi vagliamo, facciamo una cernita. Qualche segnalazione la scartiamo, altre le prendiamo in considerazione …

MALAGUGINI (quasi incredulo) – … con quali criteri?

FALVELLA – … Mbè, teniamo conto della personalità delle persone segnalate.

PRESIDENTE (ironicamente) – Lei onorevole Malagugini, può stare tranquillo. Ed anche io …

MALAGUGINI – Potrò stare tranquillo perché sono deputato. Ma i cittadini?

Malagugini parte di nuovo all’attacco: tenta ancora di sapere quali elementi portarono ai primi rapporti contro il «22 marzo». E ha più fortuna di altri: «Su quali fonti è basato il rapporto del 14 dicembre 1969»? .

FALVELLA – Su quanto ci disse Ippolito.

MALAGUGINI – Finalmente! Il rapporto è basato su Ippolito. Perché allora non fece il nome dell’agente ai magistrati?

FALVELLA (scaricando) – Il capo dell’ufficio, dottor Provenza, pensava che fosse meglio tenerlo fuori, a meno che non fosse stato strettamente indispensabile… D’altra parte, erano sempre notizie che venivano da un nostro agente, il cui anonimato poteva servirci ancora per le sue conoscenze dell’ambiente.

MALAGUGINI – Temeva che i magistrati si sarebbero dati a improvvide propalazioni?

FALVELLA – Ma noi ai magitrati dicevamo tutto …

MALAGUGINI – Un corno dicevate! Dopo quattro anni non può venire a raccontarci queste storie!

PRESIDENTE – Avvocato, ricordi che siamo davanti a un teste, non a un imputato.

MALAGUGINI (senza raccogliere l’interruzione) – Se dicevate tutto ai magistrati, perché non avete parlato di Ippolito?

FALVELLA – Non ne parlammo. Dicemmo genericamente che avevamo un informatore nel «22 Marzo».

A verbale

FENGHI (difesa ) – Inviaste rapporti alla magistratura milanese, che era l’unica competente?

FALVELLA – No, a quel tempo non c’erano state ancora questioni di competenza.

FENGHI – Chiedeste al dottor Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico di Milano di fermare Valpreda?

FALVELLA – Gli telefonò il dottor Provenza la sera di domenica 14 dicembre. Gli disse: «Fermate Valpreda. Sappiamo che è lì. Ci sono indizi contro di lui…»

FENGHI – Guardi: conosco Allegra. Chiese certamente quali fossero gli indizi. Che cosa rispose Provenza?

FALVELLA – Non si parlò di indizi. No, credo proprio che non se ne sia parlato.

E’ troppo. Valpreda in quelle ore stava per diventare il mostro. Sta a per finire in galera e neppure si parlava di indizi. E’ a questo punto che l’anarchico scatta. Ha la comprensione di tutti. La sua pesante interruzione finisce a verbale parola per parola. Ma non c’è il tempo di fermarsi. Francesco Mandalari, difensore di Merlino chiede che al vicequestore Umberto Improta, in attesa di essere interrogato, sia impedito di prendere contatto con Falvella. Il presidente dà le più ampie assicurazioni. Però l’interrogatorio di Falvella occuperà l’intera udienza e Provenza sarà interrogato solo fra quasi due settimane. Poco male: i fatti restano. E mettono i brividi.

MALAGUGINI – Il 17 dicembre 1969 la Questura di Padova avvertì con un telex di avere individuato il negozio nel quale erano state vendute, due giorni prima della strage, quattro borse identiche a quelle degli attentati. Ne seppe niente?

FALVELLA – Lo seppi solo nel febbraio successivo.

MALAGUGINI – Ne parlò con i magistrati?

FALVELLA – Eravamo convinti che lo avrebbero fatto i dirigenti della Questura di Milano, perché l’indagine sulle borse era nelle loro mani. Anche i risultati delle nostre indagini furono trasmessi a Milano.

MALAGUGINI – Però a Roma le indagini si svolgevano sotto la sua responsabilità. Era lei che teneva i contatti con i magistrati!

FALVELLA – Nel marzo del 1970 informai il magistrato romano sulle nostre indagini. Gli dissi anche che esisteva un elenco con tutti i negozi che avevano in vendita le borse della Mosbach-Gruber uguali a quelle degli attentati. Aggiunsi che da Milano sarebbe arrivato un rapporto conclusivo.

FENGHI (durissimo) – Ma lei sapeva! Sapeva e non disse nulla. C’è forse un rapporto di dipendenza fra la Questura di Roma e quella di Milano?

PRESIDENTE (tentando di arginare l’attacco) – Contro il dottor Provenza è stata mossa una precisa accusa per questi fatti …

FENGHI – Si, ma Provenza ha detto che non era ufficiale di polizia giudiziaria e che quindi non aveva l’obbligo di informare la magistratura. Il dottor Falvella è ufficiale di polizia giudiziaria!

PRESIDENTE – Se credete, potete fare una denuncia.

MALAGUGINI – Il ministero dell’Interno ordinò indagini in Germania sui frammenti di borse raccolti nei luoghi degli attentati. Dalla Germania arrivò una risposta alla questura di Roma, in data 19 giugno 1970. La conosce?

PRESIDENTE – Il dottor Improta, che quel giorno era funzionario di turno, vistò il documento. Poi l’archivista lo infilò in un fascicolo. Ma non era nulla di importante …

MALAGUGINI – Non sta a lei deciderlo! Parlò al magistrato di questa lettera dalla Germania?

FALVELLA – No. Non conteneva elementi importanti…

MALAGUGINI – Presidente, almeno a scopo di formazione civica, vogliamo spiegare al dottor Falvella, alto funzionario di pubblica sicurezza, che queste valutazioni spettano ai giudici?

PRESIDENTE – Continui con le domande, se crede.

A Padova

MALAGUGINI – Certamente. Il 16 dicembre 1969 la Questura ricevette un promemoria confidenziale dall’ufficio affari riservati. Vi si parlava di Merlino, dei suoi rapporti con Delle Chiaie e con il fascista tedesco Guerin-Serac. Ne fu informato? E venne informato che un brigadiere fu mandato a Padova, con la foto di Valpreda, nel negozio dove erano state vendute le borse? (Non se ne fece nulla, perché i dipendenti del negozio esclusero che Valpreda fosse stato l’acquirente – n.d.r.).

FALVELLA – Ne ho sentito parlare. Ma non ne so di più.

MARTORELLI (difesa) – Lo ufficio affari riservati ha il compito di coordinare il lavoro degli uffici politici delle varie Questure?

FALVELLA – Di solito, le notizie le chiede, raramente le dà.

CALVI – La Questura di Roma sapeva che Stefano Delle Chiaie e gli altri fascisti del suo gruppo avevano 500 chili di esplosivo. Non fu fatta alcuna indagine in questa direzione?

FALVELLA – Lo sapevamo. Riferimmo alla magistratura. Il processo dovrebbe essere ancora in piedi.

CALVI – Un teste, Umberto Macoratti, molto usato dall’accusa, confessò di essersi appartato in piazza Navona, dove una ragazza gli aveva fatto fumare una sigaretta drogata. Perché non fu preso alcun provvedimento?

FALVELLA – Non interrogai io il Macoratti.

CALVI – Veniamo a Pecoriello, noto esponente fascista, autore di attentati a Reggio Emilia. venuto improvvisamente a Roma proprio il giorno degli attentati. Ha un alibi falso: racconta che era a casa della zia, malato, ma un amico smentisce. Perché non faceste alcuna indagine su questo Pecoriello?

FALVELLA – Non è un nome nuovo, per me. E’ uno di estrema destra. Ma non so dire nulla circa la sua presenza a Roma nel giorno degli attentati.

Il commissario Luigi Falvella è libero di andarsene. La udienza è finita. Ma tutti indugiano, i commenti si incrociano. Lo spettacolo è stato allucinante. Il processo salta a dopo Pasqua, mercoledì 17. Il 18 toccherà a Bonaventura Provenza. Il 19 a Umberto Improta. Lo stesso giorno la Cassazione deciderà sulla richiesta di unione degli atti a quelli contro Franco Freda e Giovanni Ventura.

 

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