1980 12 9 Paese Sera – Strage di Milano Ultimo atto. Non si escludono sorprese rispetto al dibattimento di primo grado – Sarà chiesta la condanna per Valpreda?

1980 12 9 Paese Sera Strage di Milano Ultimo atto

Inizia la requisitoria

Strage di Milano. Ultimo atto

Non si escludono sorprese rispetto al dibattimento di primo grado – Sarà chiesta la condanna per Valpreda?

dall’inviato Giuseppe Rosselli

 

Catanzaro, 9 – A sette mesi dall’inizio (che risale al 22 maggio) il processo d’appello per la strage di piazza Fontana entra nella fase decisiva. La pubblica accusa scopre le sue carte. Oggi incomincia la requisitoria del sostituto procuratore generale, Domenico Porcelli, che nelle previsioni di molti osservatori potrebbe riservare sconcertanti sorprese rispetto alle conclusioni del dibattimento di primo grado.

La corte d’assise, il 23 febbraio 1979, condannò all’ergastolo Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini, quali responsabili della strage dì Milano e degli attentati di Roma del 12 dicembre 1969, e assolse per insufficienza di prove Pietro Valpreda e Mario Merlino. Non vi fu ricorso da parte del PM, ma le assoluzioni di Valpreda e di Merlino vennero impugnate dal PG della Corte d’appello: per lui, anche questi due imputati dovevano essere ritenuti colpevoli.

In sede di appello, com’è risaputo, è la procura generale a sostenere l’accusa, e quindi non è da escludere l’eventualità di un ribaltamento delle posizioni assunte dal PM nel precedente processo. Cosi, mentre c’è chi ritiene possibile che il PG possa sollecitare l’assoluzione di Giannettini (l’ex «agente Z» del SID) altri considerano probabile una richiesta di condanna per Valpreda e Merlino.

Una conclusione simile da parte dell’accusa, mirerebbe in sostanza ad affermare che Freda e Ventura «programmarono» la strage e gli altri attentati, ma che la bomba alla Banca dell’Agricoltura la portò Valpreda, mentre Merlino ebbe un ruolo preminente nella «collocazione» dei due ordigni esplosi a Roma presso l’altare della Patria, e Ventura «sistemò» personalmente la bomba scoppiata, sempre a Roma, nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro, in via San Basilio.

D’altro canto, se questa sembra essere per il sostituto PG, dr. Porcelli, una sorta di «strada obbligata», c’è da rilevare che il ricorso venne sottoscritto dal PG Giuseppe Chiliberti, che però da circa un anno ha lasciato la sede di Catanzaro. Chi lo ha sostituito – secondo indiscrezioni la cui fondatezza è però difficile stabilire – avrebbe lasciato a Domenico Porcelli la facoltà di «comportarsi secondo coscienza». In fondo spetta a lui valutare le risultanze emerse dal giudizio d’appello, e quindi egli potrebbe anche riconoscere l’infondatezza della richiesta di condanna nei confronti di Valpreda e Merlino sostenuta da chi firmò i motivi del ricorso.

Con la requisitoria, comunque, tornano a incombere sulla tragedia di piazza Fontana non pochi interrogativi; ma le risposte potranno aversi solo al momento in cui il rappresentante dell’accusa presenterà le sue conclusioni. Non si può peraltro non rilevare che la sentenza assolutoria per Valpreda in primo grado, scaturì da un processo nel quale i giudici vagliarono con estremo rigore le risultanze di ben tre istruttorie e le dichiarazioni di centinaia di testimoni. In quella sede, del resto, lo stesso PM distrusse l’unico «serio elemento» a carico di Valpreda (il «riconoscimento» dell’anarchico da parte del tassista Cornelio Rolandi) dando per dimostrato che Marcello Guida, all’epoca della strage questore di Milano, il 15 dicembre 1969, nel suo ufficio, aveva mostrato a Rolandi una foto di Valpreda facendogli intendere che «quello» era l’uomo da «riconoscere». Per questo, Guida fu anche processato per falsa testimonianza e ritenuto colpevole dal pretore di Catanzaro che gl’inflisse 4 mesi di reclusione. In sede d’appello venne assolto ma con una sentenza (che la Cassazione ha reso definitiva) peggiore di una condanna, perché lo dichiarò «non punibile» (art. 384 CP) essendo stato costretto a commettere il fatto dalla necessità di salvarsi da più gravi accuse legate ai “comportamenti”, a dir poco discutibili, tenuti nel corso delle indagini.

Semmai c’è da tener conto che fra il processo di primo grado e quello d’appello per la strage è sopravvenuta l’assoluzione del gen. Malizia (i giudici di Catanzaro l’avevano condannato a un anno per falsa testimonianza) da parte della corte d’assise di Potenza. Un verdetto, questo, che potrebbe avere ripercussioni nel giudizio di secondo grado per piazza Fontana, perché sostanzialmente mira ad escludere le responsabilità dei personaggi politici (Rumor, Andreotti e Tanassi) coinvolti nell’oscuro capitolo delle “coperture” a Giannettini.

È vero che il PG, dott. Porcelli, disse che la decisione della Corte di Potenza non modificava il quadro emerso dal primo processo per la strage; ma sarebbe da ingenui ignorare che con la «sentenza Malizia» il potere politico ha ottenuto una specie di «viatico» per essere estromesso dal «caso Giannettini».

La sensazione è che si punti a convincere la corte d’assise d’appello che il gruppo eversivo fascista veneto capeggiato da Freda e Ventura agì senza alcuna “ispirazione” da parte di ambienti del «Palazzo», e che i terroristi neri furono tanto bravi da strumentalizzare gli anarchici del gruppo «XXII Marzo», e in particolare Valpreda, nella fase cruciale della tragica stagione delle bombe che caratterizzò il 1969. C’è chi mira, insomma, a una sentenza che «leghi», anche se grossolanamente, due concezioni politiche separate da un abisso. E se la manovra dovesse riuscire, pronti a dar di mano alla grancassa, per mettere sotto accusa l’intera sinistra. Più che una battaglia giudiziaria – ne tengano ben conto le forze democratiche – quella che si apre oggi a Catanzaro è dunque una grossa battaglia politica.

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