Archive for ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera – Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice. Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Valpreda e Merlino non vogliono rispondere

Gli interrogatori degli imputati della strage dopo le rivelazioni di «Andrea 007»

Valpreda e Merlino non vogliono rispondere alle domande del giudice

Hanno chiesto di parlare prima con i loro avvocati – Gli altri imputati confermano i loro alibi e la loro versione dei fatti – Documento degli avvocati difensori

 

Il giudice istruttore Ernesto Cudillo ha contestato a Pietro Valpreda e agli altri cinque maggiori imputati per gli attentati dinamitardi di Roma e Milano del 12 dicembre scorso le dichiarazioni fatte circa 15 giorni fa da «Andrea Politi», lo 007 del Viminale.

Quando il giudice si è recato da Valpreda e Merlino, i due imputati hanno rifiutato di rispondere ad ogni domanda del magistrato chiedendo di poter parlare prima con i loro avvocati, cosa che la legge concede loro. Pare che ormai i due maggiori imputati abbiano perso ogni fiducia nell’operato del giudice istruttore.

Più lungo ed approfondito degli altri è stato l’interrogatorio di Roberto Mander. L’unico minorenne del processo, per dimostrare che non aveva piazzato la bomba all’altare della Patria, aveva sostenuto che mentre avveniva la deflagrazione stava uscendo dal circolo di via del Governo Vecchio e molti testimoni avevano confermato questo suo alibi.

Di fronte alle contestazioni che il magistrato gli ha fatto sulla base delle dichiarazioni di Andrea 007 ha ribadito quanto aveva dichiarato: «Fra i due tempi in cui la conferenza fu divisa mi allontanai per non più di tre minuti per andare in un bar e ritornai per ascoltare ancora «il cobra»: stavo uscendo, sempre con altri giovani anarchici, quando udii (l’udirono anche gli altri) lo scoppio all’Altare della Patria, a proposito del quale qualcuno disse: «Deve essere uno dei botti che fanno a Piazza Savona».

Mander ha descritto con molti dettagli al giudice gli spostamenti fatti quel pomeriggio e ha ricordato anche come erano disposte all’interno del Circolo «XXII Marzo» le persone che ascoltarono la conferenza sulle religioni di Serventi. Fra l’altro ha detto: «Andrea» era dietro di me, seduto su una brandina. Alla ripresa dell’interrogatorio Mander ha chiesto al giudice istruttore di essere messo a confronto con «Andrea Politi». Il dr. Cudillo si è riservato di prendere una decisione.

Ancora poco si sa su quanto hanno dichiarato al giudice gli altri imputati quando si sono sentiti contestare le rivelazioni dell’agente della questura che si era insinuato nel loro gruppo fingendo di essere un contestatario.

Sempre a proposito di questo testimone, hanno fatto una dichiarazione gli avvocati Giuliano Vassalli e Nicola Lombardi, difensori di Mander. Eccone il testo: «Abbiamo esaminato le notizie e siamo rimasti stupefatti tanto da decidere una immediata nostra risposta difensiva: infatti, se le vicende processuali rimanessero, come dovrebbero, segrete nell’istruttoria, nessun danno ne verrebbe agli imputati, né la opinione pubblica sarebbe dirottata verso opinioni spesso così contrastanti con la verità. Ma quando avviene, come in questo processo, che noi stessi difensori siamo costretti ad apprendere le notizie solo indirettamente, non possiamo né dobbiamo, proprio nell’interesse dei nostri assistiti, rimanere inerti. Per vari motivi abbiamo deciso di presentare al giudice istruttore una istanza, che tende a sottolineare l’assurdo atteggiamento di alcuni inquirenti della polizia che a loro criterio orientano le indagini del magistrato, rivelandogli, e neppure spontaneamente, ed a distanza di mesi, circostanze o testimonianze (vere o false, per ora non interessa) che conosciute immediatamente avrebbero risparmiato al magistrato ed agli imputati inutili e lunghe attese. Ma oltre che essere assurdo quello che avviene è anche palesemente illecito perché il segreto di polizia sui confidenti (sul quale ha deciso una recente sentenza della Corte costituzionale) non si riferisce a i pubblici ufficiali (ed il «Politi» è un pubblico ufficiale) ed essi quando non assolvono ai doveri di ufficio di riferire al magistrato compiono una gravissima violazione di legge.

 

1970 06 7 Paese Sera – Il magistrato rifiuta di intervenire sull’accusa: “Calabresi è un assassino”. La Procura della Repubblica non ha voluto denunciare il settimanale «Lotta Continua» affermando che era «in gioco solamente l’onorabilità del dott. Calabresi»

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Il magistrato rifiuta di intervenire sull'accusa Calabresi assassino

Dopo un esposto della squadra politica della questura milanese

II magistrato rifiuta di intervenire sull’accusa: “Calabresi è un assassino,,

La Procura della Repubblica non ha voluto denunciare il settimanale «Lotta Continua» affermando che era «in gioco solamente l’onorabilità del dott. Calabresi» Il commissario in seguito ha querelato il direttore responsabile del settimanale

di M. Sass.

 

Clamoroso: la magistratura milanese si è rifiutata di denunciare e di prendere provvedimenti contro il settimanale milanese «Lotta Continua» che aveva scritto nei suoi due ultimi numeri degli articoli a nove colonne dal titolo «Calabresi sei tu l’accusato» e «Calabresi è un assassino». In questo modo la magistratura milanese dimostra chiaramente di non credere alla «innocenza» del commissario aggiunto Luigi Calabresi, nel cui ufficio l’anarchico Giuseppe Pinelli subì un interrogatorio e poi precipitò nel vuoto.

L’interesse della Procura milanese è stato attirato sui due clamorosi articoli da un esposto della squadra politica della questura, reparto a cui appartiene il commissario Calabresi, nel quale si chiedeva l’incriminazione del direttore responsabile del periodico. La Procura della Repubblica ha esaminato il breve esposto ma lo ha archiviato immediatamente affermando che il testo degli articoli in questione e che gratificavano, come abbiamo già detto, il commissario Calabresi della qualifica di «assassino», mettevano unicamente in causa l’onorabilità del predetto dott. Calabresi.

E’ estremamente importante e qualificante questa decisione: Calabresi, all’interno della magistratura milanese, sembra trovarsi isolato. Vogliamo sperare che questo isolamento venga ulteriormente accentuato dalla decisione del giudice istruttore dott. Amati che sta esaminando il fascicolo dell’inchiesta sulla morte di Pinelli, di respingere l’archiviazione del «caso» richiesta senza alcuna motivazione e logica dal Sostituto Procuratore della Repubblica dott. Caizzi, tenendo per di più presente che il PM non ha affatto sostenuto la tesi del suicidio dell’anarchico ma ha affermato che la sua morte è «stato un fatto accidentale» (!).

Calabresi, in seguito alla decisione della Magistratura si è trovato, dunque costretto a presentare una denuncia «in proprio» contro «Lotta Continua» nella persona del suo direttore responsabile Pio Baldelli.

Il procedimento è stato affidato al sostituto procuratore dott. Guicciardi, che subito dopo le elezioni emetterà i mandati di comparizione e fisserà il processo per la metà di luglio.

La difesa di Baldelli, direttore responsabile di «Lotta Continua», ha intenzione di utilizzare il processo originato dalla querela di Calabresi per tentare di fare luce su tutta la vicenda che ha portato alla mostruosa morte di Pinelli. Ma oggi dobbiamo riprendere anche un altro discorso che avevamo iniziato nei giorni scorsi e che riguardava le denunce che colpiscono, per fatti diversissimi, molti dei testimoni a difesa nei due procedimenti Pinelli-Valpreda. Il fatto nuovo di ieri, che ci costringe a ritornare su questo argomento è l’incriminazione di quattro testimoni dell’inchiesta su Pinelli, tra cui l’Ardau e Valitutti.

Gli anarchici sono stati mandati sotto processo in seguito ad una manifestazione che si svolse a Milano il 25 aprile, intitolata «Processo allo Stato», e che riguardava in particolare la morte di Pinelli. Le imputazioni sono: di aver diffuso notizie false e tendenziose e manifestazione non autorizzata.

1970 06 7 Paese Sera – Lo 007 Politi risponderà di «falsa testimonianza»? O mente lui o mentono tutti gli «imputati minori» e i testimoni a proposito della conferenza del Cobra

31 ottobre 2015

1970 06 7 Paese Sera - Lo 007 Politi risponderà di falsa testimonianza

Lo 007 Politi risponderà di «falsa testimonianza»?

O mente lui o mentono tutti gli «imputati minori» e i testimoni a proposito della conferenza del Cobra: c’era o non c’era Roberto Mander?

 

Nei prossimi giorni il magistrato che dirige l’inchiesta giudiziaria sugli attentati dello scorso dicembre dovrà prendere in esame una istanza – già preannunciata – dei due difensori del giovane Roberto Mander, prof. Giuliano Vassalli e avvocato Nicola Lombardi. Al magistrato toccherà il compito di decidere se non sono da ravvisarsi degli illeciti nel comportamento della polizia e, per essa, dell’agente della squadra politica Andrea Politi, introdotto come informatore negli ambienti dei circolo «22 Marzo».

In sostanza, i due penalisti solleciteranno la magistratura ad esprimere un parere su alcuni fatti determinatisi in questi ultimi giorni, e in primo luogo sull’incredibile ritardo con il quale è stato fornito ai giudici il nome di quell’informatore che, proprio perché agiva all’interno dell’ambiente sospettato per la strage di Milano, avrebbe potuto fornire determinati elementi sin dalle prime battute dell’inchiesta. «Andrea» – come l’agente era conosciuto al «22 Marzo» – con le sue dichiarazioni smonta per intero l’alibi fornito agli inquirenti da Roberto Mander, sostenendo che questi il giorno degli attentati non era – come lo informatore afferma – alla conferenza tenuta dal «Cobra» nei locali del circolo in via del Governo Vecchio. Questa dichiarazione dell’agente della «politica» è tuttavia in contrasto con le deposizioni rese da undici testimoni, tutti presenti alla ormai nota conferenza, i quali dicono sotto giuramento esattamente il contrario.

E’ per questo motivo che il prof. Vassalli e l’avv. Lombardi, nella loro istanza preannunciata ieri, chiederanno che venga stabilita una volta per tutte una sola verità su questa circostanza. Perché, evidentemente, preso atto delle discordanti affermazioni, o è nel falso l’agente di polizia o lo sono gli undici testimoni della difesa.

L’istanza dei legali di Mander, impostata in questi termini, tende chiaramente a spingere il magistrato a decidere o la incriminazione per falsa testimonianza di tutti i testi che confermano la presenza di Roberto Mander al circolo per il pomeriggio del 12 dicembre, o quella di Andrea Politi. Quest’ultimo – sempre in via del tutto ipotetica – potrebbe anche lui essere imputato di falsa testimonianza, oppure di omissione di atti d’ufficio in quanto, trattandosi di un pubblico ufficiale, avrebbe dovuto immediatamente informare il magistrato di ciò che sapeva circa il «22 Marzo ». Questo, molto in sintesi, lo spirito della Istanza che i due difensori di Mander presenteranno – stando a quanto è stato annunciato – la prossima settimana.

Intanto, il giudice istruttore dott. Ernesto Cudillo, dopo avere interrogato il 21 maggio scorso Emilio Borghese, ha sentito in questi ultimissimi giorni anche tutti gli altri imputati di questa vicenda (Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Mario Merlino, Roberto Mander e Roberto Gargamelli), ai quali ha contestato le affermazioni recentemente fatte da «Andrea». Roberto Mander, a quanto si è potuto apprendere, ha violentemente respinto i nuovi fatti che gli sono stati contestati chiedendo al giudice di essere posto, al più presto, a confronto con Andrea Politi. Il magistrato si è riservato di decidere in merito.

Ieri mattina i due difensori di Mander hanno preannunciato l’istanza di cui si è detto in principio rilasciando una dichiarazione che riportiamo:

«Abbiamo deciso di presentare al giudice istruttore una istanza che tende a sottolineare l’assurdo atteggiamento di alcuni inquirenti della polizia, che a loro criterio orientano le indagini del magistrato, rivelandogli, e neppure spontaneamente, a distanza di mesi, circostanze o testimonianze (vere o false, per ora non interessa) che, conosciute immediatamente, avrebbero risparmiato al magistrato e agli imputati inutili e lunghe attese. Ma oltre che essere assurdo quel che avviene, è anche palesemente illecito, poiché il segreto di polizia sui confidenti (sul quale ha deciso una recente sentenza della Corte costituzionale) non si riferisce ai pubblici ufficiali – e il Politi è un pubblico ufficiale. Inoltre gli stessi pubblici ufficiali, quando non assolvono ai doveri di ufficio, quale quello di riferire al magistrato, compiono una gravissima violazione della legge.

«Nel merito – concludono i due legali – dobbiamo anche sottolineare che la testimonianza dell’ultim’ora circa l’assenza del Mander alla conferenza del “Cobra”, contrasta con quella di tutti coloro che alla conferenza parteciparono e che hanno confermato che il Mander ivi rimase sino alla fine. Dovrà essere il giudice a rispondere giuridicamente a questo contrasto».

1970 04 28 Paese Sera – Valpreda: tre quesiti per l’indagine psico-fisica

31 ottobre 2015

1970 04 28 Paese Sera - Valpreda tre quesiti per l'indagine psicofisica

Quali conseguenze ha avuto sull’ex ballerino il morbo di Burger?

Valpreda: tre quesiti per l’indagine psico-fisica

I difensori si oppongono («ma questa è una perizia psichiatrica!» – Il giudice, però, respinge le obiezioni – Fra 30 giorni le conclusioni dei periti

 

Tre quesiti su Pietro Valpreda. Li ha proposti ieri il giudice istruttore, dott. Cudillo, ai periti (professori Gerin, Pratesi, Antoniotti e Reda) che dovranno sottoporre l’ex-ballerino all’annunciata indagine psico-fisica sollecitata dal P.M.

I periti, convocati ieri dal giudice, dopo il giuramento di rito, hanno preso visione dei quesiti che sono i seguenti:

1) Accertare, dopo aver sottoposto a visita l’imputato Pietro Valpreda, se il medesimo era ed è tuttora affetto da morbo di Burger; 2) in caso affermativo, precisare quali conseguenze derivano da tale affezione, con particolare riferimento alla deambulazione, e ciò sia al momento dei fatti (12 dicembre 1969: giorno degli attentati a Milano e a Roma – NdR) sia allo stato attuale; 3) stabilire se tale affezione comporta deficienze fisiche di altra natura, oppure conseguenze neuro-psichiche».

Il termine assegnato ai periti per concludere l’indagine è stato fissato dal giudice in 30 giorni. Gli accertamenti medico-legali saranno effettuati nell’infermeria del carcere.

I difensori di Valpreda, professor Giuseppe Sotgiu e avvocato Guido Calvi, si sono opposti all’effettuazione dell’indagine medica definendola «tardiva e illegittima», e rilevando, altresì, che la richiesta del P.M. mirava, in sostanza, a far sottoporre l’imputato (anche se non ufficialmente) a una perizia psichiatrica.

Le argomentazioni dei difensori, però, sono state respinte dal giudice istruttore che ha ritenuto fondata la richiesta del P.M. Il dott. Occorsio, in sostanza, afferma che la perizia fu richiesta il 9 marzo, cioè non appena al suo ufficio furono restituiti gli atti, in seguito alla formalizzazione dell’istruttoria. Inoltre, in questi tempi Valpreda non ha subito alcun accertamento medico-legale. Di conseguenza, poiché dal morbo di Burger derivano conseguenze riduttive della capacità di locomozione del soggetto, e poiché risulta dagli atti che nella fase acuta della prima manifestazione Valpreda avrebbe subito un trauma violento, la perizia appare indispensabile.

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Una lettera sul processo a Valpreda

In relazione al processo svoltosi recentemente in Pretura, e nel quale Pietro Valpreda figurava imputato di avere diffuso volantini privi delle indicazioni, dell’editore e dello stampatore, alcuni degli altri accusati (Paolo De Medio, Fernando Visonà, Franco Montanari e Giovanni Ferraro) ci hanno scritto una lettera lamentando una inesattezza del resoconto. In particolare questo passo: «Naturalmente il clou del processo era costituito dall’interrogatorio di Valpreda, avvenuto dopo che alcuni degli imputati avevano indicato in lui l’ispiratore della protesta».

Dicono i firmatari della lettera che «nessuno, degli imputati ha chiamato in causa Valpreda, il cui interrogatorio è avvenuto, su richiesta del pretore, semplicemente perché coinvolto nella stessa imputazione».

Diamo atto ai quattro giovani di quanto affermano. In effetti nessuno aveva indicato l’ex-ballerino come l’«ispiratore della protesta»; tuttavia la circostanza era stata riferita al nostro cronista come avvenuta.

 

1970 06 6 Paese Sera – La teste è la fidanzata di «Andrea» agente-spia? Un’altra superdeposizione che arriva a cinque mesi dal tragico attentato di Milano

31 ottobre 2015

1970 06 6 Paese Sera - La teste è la fidanzata di Andrea

Anche una donna confermerebbe le accuse del confidente nel «22 Marzo»

La teste è la fidanzata di «Andrea» agente-spia?

Un’altra superdeposizione che arriva a cinque mesi dal tragico attentato di Milano

 

Dopo lo «007» Andrea Politi, o meglio solamente «Andrea», come era conosciuto negli ambienti del «22 Marzo», agente della Squadra politica della questura e quindi «supertestimone» per l’accusa, nella istruttoria per gli attentati di Milano e Roma dello scorso dicembre salta fuori ora un altro teste di estrema importanza per la pubblica accusa. Questa volta si tratterebbe di una donna, una giovane amica (qualcuno vuole sia addirittura la fidanzata) di Andrea Politi.

La ragazza, che sarebbe già stata interrogata dai magistrati, viene a questo punto della inchiesta a dare conferma di alcune delle circostanze riferite ai giudice dall’informatore. Serve, insomma, a fornire qualcuno di quei «riscontri obbiettivi» che l’accusa usa da parametro per valutare le dichiarazioni rese da «Andrea». Una delle circostanze convalidate dalla deposizione della giovane donna, di sui non si conosce ancora l’identità che è gelosamente protetta dal segreto istruttorio, è quel colloquio che Andrea Politi avrebbe avuto il 14 dicembre, cioè due giorni dopo la strage di piazza Fontana, con Emilio Borghese il quale, stravolto dagli avvenimenti, disse all’agente che sapeva bene che le bombe dovevano scoppiare proprio quel giorno, ma che non credeva che avrebbero causato tante vittime.

E’ chiaro come, sempre per l’accusa naturalmente, la deposizione della misteriosa ragazza acquisti una importanza fondamentale: un’altra «su-pertestimonianza» che, come per quella dell’agente della politica, ha però il torto di arrivare soltanto a oltre cinque mesi dai fatti.

Di questo passo è lecito attendersi che, ove si rendesse necessario, altri «supertestimoni» potrebbero essere tirati fuori dalla polizia fra qualche tempo da quel «sacco senza fondo» che ha già fornito l’informatore e la sua fidanzata.

Intanto, ieri mattina, si è appreso che i periti incaricati dal giudice di condurre una perizia psicofisica su Pietro Valpreda hanno chiesto una proroga al termine, scaduto proprio ieri, fissato per la consegna delle conclusioni della indagine. Sempre ieri si è appreso anche che il giudice istruttore, dott. Ernesto Cudillo e il P.M., dott. Vittorio Occorsio, dovranno quanto prima recarsi a Milano per procedere ad alcuni interrogatori.

Infine, una notizia dal Belgio. Ivo Della Savia, colpito da mandato di cattura per detenzione di esplosivi, è stato condannato a Bruxelles a tre mesi di prigione per «soggiorno illegale»: probabilmente, a pena espiata, verrà espulso dal paese.

 

1970 06 6 Paese Sera – Il coraggio e lo 007 di Giancesare Flesca

31 ottobre 2015

1970 06 6 Paese Sera - Il coraggio e lo 007 di Giancesare Flesca B

Il coraggio e lo «007»

di Giancesare Flesca

 

 

L’Improvvisa e improbabile comparsa del «super-teste» poliziotto nell’affare delle bombe di Milano non poteva non suscitare almeno qualche interrogativo. Il nostro giornale, nel darne notizia, sottolineò la singolarità di questa apparizione così tardiva, resa ancor più sospetta dalla vigilia elettorale. Simili considerazioni valgono, ovviamente, per il nuovo e fantomatico superteste che ci viene annunciato adesso, un giorno prima del voto. Né siamo i soli a pensarla così: certe «stranezze» che accompagnano fin dall’inizio l’istruttoria sugli attentati (stranezze tali da far dubitare che essa venga condotta con criteri eminentemente politici, utilizzando un «filtraggio» delle notizie «sensazionali» destinato a rendere più credibili le tesi accusatorie presso l’opinione pubblica) sono state puntualmente registrate da altri giornali democratici.

In un «fondo» significativamente intitolato «Lo scandalo dello 007», l’Avanti! di ieri osserva che se lo 007 Andrea Politi ha detto la verità, ne consegue:

1) che la polizia ha fatto sparire il teste chiave, quello che avrebbe consentito un processo per direttissima, e ha lasciato il magistrato a lavorare sul tassista Rolandi e su indizi assai labili per alcuni mesi;

2) che la polizia era informata di tutti i colpi progettati dal gruppo fin dal settembre ’69: un’attività che – sostiene il quotidiano socialista – integrava il reato di «associazione per delinquere». Perché la polizia non denunciò gli attentatori alla magistratura? «E’ un interrogativo tragico – afferma testualmente l’Avanti! – il ministro degli Interni deve rispondere lui, se altri non lo fanno».

3) che la polizia, avendo un suo uomo fra gli associati a delinquere, diede prova per lo meno di straordinaria inefficienza, non impedendo (e non scoprendo se non a posteriori) gli attentati del 12 dicembre;

4) che tutti i diritti degli imputati sono stati e continuano ad essere violati in ogni stato e grado del processo, poiché Valpreda ancora oggi non conosce il suo accusatore principale, né ha avuto modo di difendersi da questa accusa che nessuno gli ha contestato (come invece prevedeva il codice);

5) che il paese ha il diritto di sapere chi e quanto in alto sia l’autorità che ha consentito a 007 prima di sparire e di tacere per lunghi mesi, poi di presentarsi nella veste di supertestimone.

Osservazioni giuste e sensate, queste del quotidiano socialista, su cui non si può che concordare largamente: ci troviamo in un paese civile, non nella Grecia dei colonnelli o nel Portogallo di Caetano, dove i processi vengono istruiti dalla polizia segreta. C’è da stupirsi piuttosto che i socialisti, così sensibili alla questione delle bombe sul loro giornale, non abbiano avvertito l’esigenza di porla chiaramente, e in tutte le sue implicazioni, di fronte al governo di cui fanno parte (un governo, non dimentichiamolo, che nacque proprio sulle ceneri di piazza Fontana) chiedendo una risposta pubblica e precisa.

La vicenda infatti, come scrive l’Avanti!, «non è più un caso giudiziario», ma «un caso di civiltà di cui Parlamento e paese debbono occuparsi». Ancora, vorremmo aggiungere per parte nostra, è un caso politico su cui occorre far luce politicamente attraverso iniziative coraggiose, capaci di individuare autori e mandanti dell’orribile strage e di altri episodi delittuosi avvenuti a Milano negli ultimi mesi del ’69. Non si può dimenticare, ad esempio, la tragica morte dell’anarchico Pinelli; né quella, altrettanto misteriosa, dell’agente di P.S. Antonio Annarumma, morto il 19 novembre scorso a Milano in circostanze su cui la magistratura non ha saputo – o non ha voluto – esprimere un giudizio coincidente con l’ipotesi di «barbaro assassinio» avventatamente prospettata da qualcuno all’indomani. Su tutti questi fatti (e su quelli, più lontani, delle bombe alla Fiera del 25 aprile e degli attentati ai treni) i comunisti hanno chiesto che si formi una commissione d’inchiesta parlamentare, in grado di integrare la ricerca del potere giudiziario, dimostratosi in quest’occasione più che zoppicante.

E’ una proposta tanto più significativa in questo momento che vede il ritorno – in chiave pre-elettorale ma con intenzioni che vanno ben oltre il 7 giugno – di quella «strategia della tensione», sviluppatasi durante l’autunno sindacale, una strategia cui vanno ricondotti direttamente o indirettamente, i delittuosi episodi milanesi.

Su questa proposta, non c’è dubbio, si pronuncerà l’opinione pubblica democratica, il cittadino sensibile ai problemi di una giustizia severa e imparziale, anche con il voto di domani. E su di essa dovrebbero prendere posizione al più presto anche quelle forze politiche che hanno dimostrato una continua attenzione critica alla vicenda: perché adesso le parole non bastano più.

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Liberati tre anarchici amici di Valpreda

In libertà provvisoria, da ieri pomeriggio i tre giovani anarchici che vennero arrestati durante il processo contro Pietro Valpreda, celebrato in pretura (per una storia di volantini non autorizzati) il 18 aprile. Raniero Coari di 24 anni, Cosimo Caramia di 20 anni e Angelo Fascetti di 17, alla fine dell’udienza applaudirono Valpreda. I carabinieri presenti nell’aula cercarono di allontanarli, poi li arrestarono per resistenza.

1970 06 5 Paese Sera – Per mesi nascosta al giudice l’identità dell’agente spia

31 ottobre 2015

1970 06 5 Paese Sera - Per mesi nascosta al giudice l'identità della spia

La polizia aveva addotto «motivi di sicurezza»

Per mesi nascosta al giudice l’identità dell’agente spia

 

Ulteriori particolari si sono appresi ieri mattina, negli ambienti giudiziari, circa l’agente della squadra politica che era di casa al circolo «22 Marzo» ma che, tuttavia, non riuscì a sventare gli attentati dello scorso dicembre.

Anzitutto, i fatti così come emergono dalle dichiarazioni che «Andrea» ha rilasciato recentemente al magistrato troverebbero, si dice, molti riscontri obbiettivi nel mare delle deposizioni di testi e imputati ormai consacrate a verbale. Un altro riscontro è dato da alcune dichiarazioni fatte poco tempo fa dal giovane Emilio Borghese (il figlio del magistrato) che avrebbe ammesso di avere effettivamente avuto, il 14 dicembre, un colloquio con Andrea Politi, esprimendogli i suoi timori per quanto era accaduto.

Si dice, inoltre, che la polizia informò alcuni mesi fa il magistrato (comunque sempre con un certo ritardo) di avere un suo uomo all’interno del «22 Marzo», ma che solo recentemente, circa venti giorni fa, si è deciso di rinunciare a quei «motivi di sicurezza» che sino a ora avevano sconsigliato di rivelare anche al giudice l’identità del Politi.

Per quanto riguarda gli atti istruttori, si è appreso che mercoledì scorso il P.M. e giudice istruttore hanno compiuto un sopralluogo all’Altare della Patria. Stamane, infine, verrà depositata la perizia psicofisica alla quale è stato sottoposto Pietro Valpreda.

1970 05 19 Momento Sera – Caso Valpreda: duro scontro tra il PM e il difensore dell’anarchico

29 ottobre 2015

1970 05 19 Momento Sera - Caso Valpreda duro scontro tra il PM e il difensore

 

L’inchiesta giudiziaria sulla strage di Milano ha fatto registrare, a sei mesi di distanza dall’inizio, una decisa presa di posizione dell’avv. Guido Calvi, difensore di Pietro Valpreda. In nove cartelle lo avvocato Calvi ha contestato la legittimità del sequestro del famoso «vetrino» rinvenuto nella borsa della bomba inesplosa alla Banca Commerciale. Inoltre il legale ha contestato l’ordinanza che ha disposto la perizia e le operazioni peritali eseguita dalla polizia milanese, giudicandole in violazione dei diritti della difesa. L’avvocato di Valpreda si riserva di agire nei confronti dei funzionari che avrebbero proceduto in maniera illegale, e protesta per il modo in cui viene condotta la istruttoria e per il fatto che il «vetrino» è stato trasmesso al giudice solo quattro mesi dopo il suo rinvenimento.

La «memoria» dell’avvocato Calvi, che è assai dura e che sembra contenere anche riferimenti alla morte dell’anarchico Pinelli, ha però provocato l’immediata reazione del PM dottor Vittorio Occorsio.

Quest’ultimo ha chiesto la trasmissione al suo ufficio del documento poiché alcune frasi, a suo avviso, potevano costituire oltraggio alla Magistratura. Tale richiesta è stata però ritirata dopo che l’avvocato Calvi ha spiegato che le sue critiche erano rivolte al vigente sistema istruttorio e non al magistrato che, in ossequio alla legge, lo applica. L’avvocato ha anzi aggiunto che se la polizia ha tenuto nascosto allo stesso PM e al giudice, per ben 4 mesi, l’esistenza del «vetrino», la protesta era legittima e tesa a tutelare non solo la sua integrità professionale ma anche la dignità dei magistrati che si occupano dell’istruttoria.

I periti merceologi esamineranno ora la natura del «vetrino» e dovranno dire se esso è identico o simile a quelli rinvenuti nell’auto del Valpreda.

Molto probabilmente il testo della «memoria» dell’avv. Calvi sarà reso noto fra alcuni giorni.

1970 05 9 Paese Sera – Contro Valpreda testimoni-spie? Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia. di G.M.

29 ottobre 2015

1970 05 9 Paese Sera - Contro Valpreda testimoni spia di G.M.

Clamorose affermazioni dell’anarchico Della Savia

Contro Valpreda testimoni-spie?

In una lettera da Bruxelles, l’amico del ballerino sostiene nell’agosto dello scorso anno la polizia aveva fatto a lui e a Valpreda allettanti «proposte» di collaborazione – Ermanna River: «conosceva bene» gli agenti della squadra politica? – I vetrini colorati ne furono sequestrati a dozzine già prima del 12 dicembre.

di G. M.

 

Milano, 9. – Si rifà vivo Della Savia, l’anarchico che, secondo la polizia, avrebbe fornito gli esplosivi per gli attentati del 25 aprile alla Fiera e alla stazione di Milano. Ha inviato, in questi giorni, una lunga lettera ad suoi compagni milanesi, fornendo tutta una serie di «precisazioni» su circostanze che toccano da vicino l’inchiesta Valpreda. La lettera è indirizzata da Bruxelles, la città dove Ivo Della Savia si rifugiato fin dall’ottobre scorso.

Nella prima parte si parla, abbastanza diffusamente della ballerina di avanspettacolo Ermanna River, la «testimone dell’ultima ora» che sostiene di aver visto, a Roma, Pietro Valpreda, due giorni dopo gli attentati del 12 dicembre. «Per quello che concerne i testi romani – dice la lettera – vi informo che la sola persona che io conosca assai bene per averla frequentata a lungo è Ermanna River, una ragazza che mi era stata presentata da Valpreda e con la quale siamo usciti qualche volta insieme, e generalmente la sera per mangiare in qualche vecchia trattoria non troppo cara a Trastevere».

E si afferma più sotto: «Ermanna River è anche una vecchia conoscenza della polizia; ebbero occasione di conoscersi durante tutto il tempo che seguì gli attentati ai treni, periodo nel quale io e Valpreda eravamo sottoposti a tutta una serie di vessazioni e proposte di denaro e di favori se avessimo collaborato con i flics. Per quello poi che concerne Valpreda – dice ancora la lettera – cominciarono con delle proposte, un contratto alla televisione per 3 anni, una macchina, del denaro, ecc. ecc. Inutile dirvi che noi non ne sapevamo niente, che non avevamo niente da dire che potesse aiutarli.

Dopo un periodo di bienveillance passarono alle minacce, arrivavano improvvisamente nel negozietto o alla mattina nella pensione ove alloggiava Valpreda, minacciarono Valpreda per la sua vecchia storia della rapina, gli resero la vita impossibile, fecero sì che la proprietaria della pensione sbattesse fuori Valpreda, gli fecero un mucchio di angherie tanto che ci rivolgemmo al compagno Aldo Rossi, per far intervenire un avvocato se avessero ancora continuato…».

E conclude la lettera di Ivo Della Savia: «La polizia, andò anche da lei, da Ermanna, e che cosa le chiese? E perché non se l’è ricordato durante questo tempo? E perché dopo la visita della polizia cominciò a frequentare Valpreda e il nostro negozietto?». Nella lettera si parla anche degli ormai famosi vetrini che servivano per costruire le lampade Tiffany. E’, questo, un altro dei capitoli oscuri di tutta quanta l’inchiesta. Come si sa, infatti, la notizia del «vetrino blu con tonalità verdi», che sarebbe stato trovato nella borsa contenente la bomba della Commerciale, cominciò a circolare sui giornali il 12 marzo scorso, tre mesi dopo gli attentati. Perché non se ne parlò prima? Come mai una prova come questa è sgusciata fuori, del tutto inaspettatamente, con tanto ritardo?

Ma non sono i soli interrogativi. Il «vetrino prova» è stato infatti consegnato al Giudice Istruttore il 7 febbraio, dopo che la polizia lo aveva già fatto analizzare, di sua iniziativa, e senza che ne sapesse niente nessuno, al Centro di Polizia Criminale dell’EUR. Soltanto successivamente la «prova» passò in mano al magistrato. Perché dunque non si informò nessuno del ritrovamento? E perché quella perizia «segreta», compiuta per di più da periti che non erano stati nominati dal giudice? Che la polizia fosse a conoscenza dei procedimenti usati da Valpreda per costruire le sue lampade Tiffany è un fatto certo. Di quei famosi vetrini i poliziotti ne hanno sequestrati anche nella casa della zia dell’anarchico, durante la perquisizione compiuta verso la fine del gennaio scorso. Ma altri vetrini erano stati inoltre «acquisiti» in precedenza, durante i sequestri effettuati, a Livorno, in casa di Paolo Braschi, uno degli anarchici arrestati per gli attentati del 25 aprile. Non solo, ma anche nell’abitazione di Paolo Faccioli, altro anarchico arrestato per i botti alla Fiera, vennero trovati questi vetrini. Lo stesso Ivo Della Savia, lo conferma nella sua lettera: quando venne interrogato, a Milano per l’esplosione del 25 aprile, vide, sulla scrivania del funzionario, una scatola contenente alcuni vetrini colorati, quelli probabilmente trovati nella casa del Faccioli, il quale aveva appunto avuto dal Della Savia quel materiale per costruire lampade e medaglioni. Dunque, di questi oggetti colorati la polizia ne era particolarmente «provvista», come dimostrano diverse circostanze. Doveva tornare facile, quindi, quasi immediata, l’associazione del nome di Valpreda, costruttore di lampade Tiffany, col vetro trovato nella borsa della Commerciale. Non rappresentava quasi una «firma» posta sotto gli attentati? Perchè una prova del genere si è aspettato tanto a rivelarla?

1970 04 9 Paese Sera – Rolandi aveva già visto Valpreda in fotografia. Lo dichiarò il tassista, precisando che la foto gli era stata mostrata dalla polizia milanese. di Giuseppe Rosselli

29 ottobre 2015

1970 04 9 Paese Sera - Rolandi aveva già visto Valpreda in fotografia di Giuseppe Rosselli

Prima del «riconoscimento»

Rolandi aveva già visto Valpreda in fotografia

Lo dichiarò il tassista, precisando che la foto gli era stata mostrata dalla polizia milanese – «Ricognizione» con l’indiziato e 4 agenti in borghese – «E’ il secondo da sinistra…»

di Giuseppe Rosselli

 

«Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che, mi si è detto, doveva essere la persona che io dovevo riconoscere… ». Stralciamo questa frase, testualmente, da uno degli atti più importanti dell’istruttoria sugli attentati di Milano e di Roma; e precisamente dal verbale di «ricognizione di persona» redatto il 16 dicembre dell’anno scorso negli uffici della procura della Repubblica di Roma, quando Pietro Valpreda, arrestato il giorno prima a Milano, fu mostrato al tassista milanese Cornelio Rolandi, che lo «riconobbe» per l’individuo che nel pomeriggio del 12 dicembre egli aveva condotto col suo taxi nelle vicinanze della Banca nazionale dell’agricoltura dov’era esploso l’ordigno che provocò la morte di sedici persone e il ferimento di altre novanta.

E’ una frase rivelatrice, che potrebbe svuotare di contenuto l’elemento di maggiore rilievo che l’accusa ha raccolto contro l’ex-ballerino: una frase che, se non sopravverranno fatti nuovi, finirà con l’acquistare un peso decisivo per la sorte di Valpreda (e, conseguentemente, degli altri imputati). Sbaglieremo, ma se si giungerà al processo, questa dichiarazione di Cornelio Rolandi offrirà alla difesa una carta formidabile per dimostrare l’innocenza del principale indiziato. Il verbale di «ricognizione di persona» consta di appena due cartelle. In esso si precisa anzitutto che all’espletamento dell’atto presenziano il sostituto procuratore della Repubblica, dottor Vittorio Occorsio, e uno dei difensori di Valpreda, l’avvocato Guido Calvi.

Dopo il giuramento di rito, Rolandi è invitato a fare la descrizione della persona da riconoscere e a dichiarare se è stato mai chiamato a tale esperimento da altra autorità o, successivamente al fatto per cui si procede, gli è mai state indicata la persona da riconoscere, se ne ha veduto l’immagine ritratta in fotografia o in altro modo e se non si trova in altre condizioni atte a prevenire il riconoscimento.

Come si vede le norme di legge in materia considerano l’eventuale «visione» di fotografie della persona da riconoscere, da parte di chi deve indicarla, come un elemento che può togliere veridicità alla ricognizione.

Rolandi risponde che l’uomo di cui ha parlato è alto m. 1,70-1,75; età circa quarant’anni, corporatura regolare, capelli scuri, occhi scuri, senza baffi e senza barba. Poi spontaneamente aggiunge: «Mi è stata mostrata dai carabinieri di Milano una fotografia che, mi si è detto, doveva essere la persona che io dovevo riconoscere». Al riguardo, però, si deve fare una precisazione: il tassista ha parlato di carabinieri; in realtà la fotografìa – come ci è stato chiarito ieri negli ambienti giudiziari – fu mostrata al Rolandi negli uffici della Questura di Milano. Una iniziativa, quella della polizia, per lo meno discutibile, perché volta, comunque, a influenzare un teste la cui deposizione può essere decisiva per la sorte dell’imputato. Ma questo discorso lo farà a suo tempo la difesa di Valpreda. Rolandi aggiunge altresì che gli sono state mostrate «anche altre fotografie di altre persone», e precisa infine: «Non sono mai stato chiamato allo stesso esperimento».

Poi il verbale precisa che viene procurata la presenza di altre quattro persone «aventi una qualche rassomiglianza con quella che è oggetto dell’esperimento», e dà atto che queste persone sono: Vincenzo Graziani, Marcello Pucci, Antonino Serrao e Giuseppe Rizzello, agenti della questura di Roma.

I quattro si dispongono in fila
e ad essi si aggiunge Valpreda
che si colloca «al secondo posto cominciando da sinistra per
chi guarda». Tutto ciò avviene,
ovviamente, in assenza del Rolandi che poi viene fatto rientrare nell’ufficio del dott. Occorsio. Dal verbale risulta che il
teste dichiara che «la persona
che occupa il secondo posto da
sinistra (cioè Valpreda, n.d.r.)
è la stessa che usò il suo taxi
il giorno 12 dicembre, fra le ore
16 e le ore 16.15. Invitato a dichiarare se vede qualche differenza fra la persona che gli è
mostrata e quella che utilizzò
il taxi, dichiara che è diverso
l’abbigliamento. Si da atto che
la persona riconosciuta si rivolge al teste invitandolo a guardarlo meglio. Si dà atto che
il teste insiste nell’indicare nella seconda persona cominciando da sinistra colui che montò
sul suo taxi».

Il verbale di ricognizione è
stato depositato ieri mattina a
disposizione dei difensori, presso
la cancelleria dell’ufficio istruzione del tribunale, unitamente
ad una serie di verbali riguardanti altri atti istruttori. Fra
questi il confronto svoltosi fra
Pietro Valpreda ed il tenente
colonnello Michele Cicero che
ebbe alle sue dipendenze Valpreda quando questi prestava
servizio militare.

In questo confronto – sono circostanze già note – il tenente colonnello Cicero contesta a Valpreda il fatto che egli, durante il servizio militare, partecipò ad un corso di addestramento teorico-pratico tenuto al 114. Reggimento di Gorizia, terzo battaglione compagnia comando, corso che riguardava la conoscenza, l’impiego e l’uso degli esplosivi. «Lei – chiede l’ufficiale – insiste nell’affermare di non aver mai conosciuto esplosivi ed in particolare il tritolo?». Valpreda replica: «Non ho seguito nessun corso tenuto a Gorizia, al terzo battaglione compagnia comando durante il quale si insegnava l’uso degli esplosivi. Ricordo che lei era l’ufficiale che si era appena sposato e che stava a Gorizia alla compagnia comando…».

Il tenente colonnello Cicero insiste: «…Io ero il comandante del plotone “pionieri” e quando si andava fuori si faceva addestramento del plotone pionieri; si parlava degli esplosivi, l’uso che se ne deve fare, e per dimostrare la teoria si eseguivano dei brillamenti».

Valpreda rispose: «Sono passati diciotto anni. Io mi ricordo che abbiamo fatto un pattugliamento, anzi alcuni pattugliamenti ed io stavo davanti alla pattuglia con la bussola. Non ricordo di aver fatto brillare qualcosa…».

Replica ancora il tenente colonnello: «Non hai mai visto una saponetta di tritolo? Ricordati che sei venuto al poligono con me». E Valpreda: «Non è che sto mentendo. Forse su, all’armeria, al secondo od al terzo piano, ho visto il tritolo. Ma non l’ho mai usato». L’ex ballerino aggiunge poi: «Io non ho seguito nessuna lezione di esplosivi… Avrò visto gli esplosivi in armeria e forse quando gli altri li portavano in addestramento. Ho usato le bombe a mano, ma non conosco il tritolo. Io non ho preso in mano mai l’esplosivo».

Il confronto si chiude così con il testimone e l’imputato fermi sulle rispettive posizioni.

Gli altri verbali riguardano il confronto fra Valpreda ed Armando Gaggeggi e fra Valpreda ed Enrico Natali. I due testimoni affermano di aver visto l’ex ballerino nei pressi del cinema Ambra Jovinelli la sera del 13 o del 14 dicembre dello scorso anno, cioè all’indomani degli attentati. Valpreda dal canto suo insiste nell’affermare di non essere stato a Roma in quei giorni e sostiene che i due testi confondono le date: l’ultimo periodo in cui egli dice di essere stato a Roma nei pressi dell’Ambra Jovinelli risale al 3-4 dicembre.